martedì, 29 dicembre 2009
In assetto variabile.
 
 
 
La voce della campagna arrivava fino
agli angoli con le cicale
 
Come distributore di benzina nel deserto,
ciò che restava del verde spariva, lingua veloce
dei pochi ramarri tra i muri.
 
Forse era stato il mendicante vicino alla banca,
a guardare su. Troppi uccelli nervosi.
E i passanti filavano a casa, qualcosa di atteso.
 
Passò voce tra i barboni della stazione
come notizia avvolta in carta di giornale.
 
Occhi calmi, abituati ai segni della terra
fecero un gesto, e alcuni si posero
ad aumentare l’ombra, delimitare la luce,
richiamare quei passi preoccupati,
a scendere in strada.
 
Coi cestini delle patate raccolte, i falcetti
dell’erba medica, si presero vicini a far catena
col braccio libero
a far ruscello che scorre verso il lato
che porta al mare.
 
L’attimo sospeso tra tutti
germogliò nel silenzio:
in assetto variabile

 a stormo senza ansia di terra

gli occhi blu si mischiarono al cielo
e gli stranieri si fecero Nuovo Mondo,
solo Incoronata a seppellire
il ragazzo senza nome.
 © lino di gianni

” [.. ]  Mangio cielo, evacuo cielo
Sono una trappola in trappola
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta ad una domanda […]   

W. SZYMBORSKA  “La fine e l’inizio”



Estetica di una sovversione Estatica


Rifiuto i libri di poesie che costano troppo
con poche parole, come se vendessero
distillati di verità, e invece sono
un etto di parole al mercato.

Piacerebbe che con fogli di poesie
s’ incartassero frutta e verdura,
pesci e insalate mischiate con le parole
nei gusti e negli umori.

Sarebbe bello avere molto
tempo libero per girovagare con uno sguardo
curioso e svagato, da veggente estatico.

Esserci nei gesti del ragazzo che accudisce la
signora paralizzata in carrozzella,
nei sui gesti cauti, senza distanza.

Esserci nella caparbietà con cui si muove
la ragazza bionda che lotta contro il marchio
a fuoco dell’anoressia, senza vicinanza.

Esserci nei viaggi delle api e nei loro sogni
di colori addolciti e ondeggianti.

Esserci nelle domande senza riti di quei bambini
che si sono salvati dal bavaglio del pensiero unico,
appesi al filo dell’aquilone di quella
maestra rapinatrice di cuori da portare in salvo.

Detesto le persone che vogliono scrivere poesie
le persone che leggono la Poesia
Dada non né morto invano e La macchina da cucire
è ancora sotto la tela di sacco, se ci credi.

© Lino Di Gianni






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martedì, 29 dicembre 2009
Fino a dove
 
 
Fino a dove le colline in mezzo ai fiati,
uno scialle a ricoprirle e proteggerle
dai colpi di tosse degli angoli .
 
Nella vetrina l’orsetto di pezza
segue il cammino della bambina che porta
fiera l’ombrello, scarpe bagnate
e pensieri lasciati andare.
 
Ti luccicano gli occhi, a fluire
nelle anse racchiuse tra il tuo gomito
la mia schiena e il divano.
 
Rimestoli baccalà,
mantecato, con la polenta bianca.
 
E il rame, e l’azzurro e i bianchi
si inalberano, sorprese , noci
con vele, gherigli nascosti
dei nostri amori scoiattoli
 
© lino di gianni

Sarset

Si muove oscillante, col suo mantello
piegata in due, nasconde, svela.

E’ strega ?

No, taglia la cicoria, ascolta Bach
legge Eschilo, traduce Simon Weil,
ma.

Ma, ha scelto la mente senza frastuoni
vuole vedere crescere le radici, avere
le mani gonfie per la terra,, e la stanchezza che incanala
del corpo i torrenti inquieti.

Negli occhi si son mischiate le città
gli arrivi e partenze
ha imparato a mangiare
ubbidendo solo a dei cenni
dormire col sole calante
e prevederne i risvegli.

Ha coltivato la durezza delle pietre
per farne intima, interna
insalata.
Me ne offre di fresca,
appena tagliata, poco fa
l’ha chiamata poesia.

© lino di gianni
mercoledì, 23 aprile 2008

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martedì, 29 dicembre 2009
martedì, 25 dicembre 2007
  • Il trafficante ( di parole, di cieli, d’armi )

    (Da Le Bateau Ivre a Zanzotto, passando per Elia Malagò. )





    Di quei versi sulfurei, grondanti albe soleil levant
    con colori cantanti e battelli ebbri dal furore
    impavido,
    mi intinsi, ardente calamo, santone di nessuno
    con ipnotico carme scese il verso, uncinandomi.
    Finii col taglio della gamba di Arthur, con la vendita
    delle armi, il traffico di schiavi
    tacque la lama intinta nell’assenzio, spente onde urla febbri.

    Del colloquiare attonito, clown che recupera il gattonare
    le atmosfere tirate a freddo i lucernari alla De Chirico
    l’urlo di Munch e il jubox  all’idrogeno.
    La lallazione, il bambino e la Standa, il dopo-bomba.

     

    E alla fine uno scendere laico nel gorgo
    un raccogliere schiere di viandanti improbabili
    un aspettando Godot con la recitazione
    in togliere di Eduardo, una Pitela da tramandare.

    Con parole come pietre il cui suono cerco
    con gesti che sembrano cenni d’intesa
    un volo, un taglio uno scatto. Una premura
     Mio il mestolo colabrodo
    bastone rabdomante,
    per le vene segrete, le mappe, e i custodi dell’acqua.

    © lino di gianni

  • Lettera del veggente
    di Arthur Rimbaud

    A Paul Demeny
    Charleville, 15 maggio 1871

    [...]
    Io è un altro. Se l'ottone si desta tromba, non è certo per colpa sua. La cosa mi pare ovvia: io assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto: do un colpo d'archetto; la sinfonia si agita nelle profondità, oppure salta con un balzo sulla scena.
    Se i vecchi imbecilli non avessero trovato dell'Io che il significato falso, non avremmo da spazzar via questi milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accatastato i prodotti del loro guercio intelletto, proclamandosene fieramente gli autori! 

  • Fiorile
    mercoledì, 06 febbraio 2008




    Ti avevo detto che non mi avresti trovato
    mentre scorre la notte in fondo a queste gallerie
    non il vento per capire
    non l’ora senza mentire.
     
    Ti avevo davanti e non potevo parlare, magari domani
    al mercato comprando qualcosa.

    Perché è questo che è richiesto
    anche se , a prima vista, non è sotto gli occhi di tutti.
    Farsi guidare dalla fiducia
    dei segni, portare viole e margherite
    e pensare alla fioritura degli asfodeli.

    Le mie parole andranno ad aspettarti sull’uscio
    si faranno trovare con gli occhi umidi,
    fresche di raccolto.
  • © lino di gianni

scriti detti e contraddetti
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sabato, 26 dicembre 2009
I vestiti dei trent’anni

Di tutta questa città, non vedo che
la cassa di un supermercato, il banco della farmacia
e la sala del dottore.

Se mentre prendo il tè ( al limone con miele )
guardo un po’ di televisione
è solo per sorvegliare le pecore del mio gregge,
perché le conosco, e so le scuse che tirano fuori.

Ogni tanto incontro dei signori che mi chiedono
se sono io, quello della fotografia.
Rispondo di si, un po’ di tempo fa.

Mi capita di incrociare occhi malati
che mi guardano infastiditi, come avessi capito
il loro segreto nascosto.
Provano un po’ a fare un numero da circo;
poi si stancano, per assenza di strepiti,
inseguimenti, pettegolezzi.

Ma i peggiori sono i narciso/carità
che non capiscono perché tutto il mondo
non esalti la loro bontà
d’animo.

E insomma, cari fratelli della Costa D’avorio
mi piacerebbe dirvi: tornate sui vostri passi
forse lì, qualcosa di vero , c’era.
Ma poi mi hai detto, Marc, con voce fonda,
da Pentecostale, sono alto un cm più
di mio fratello.

Ecco, fare poesia come una gallina che fa le uova

ma non so se qualcuno le beve ,
se piacciono o fanno bene.
So che per loro, cadermi fuori
dal culo,
è un destino.
Per me, una necessità,
o un vizio assurdo.
Forse anch’io mi porto addosso i vestiti dei trent’anni,
e dell’effetto grottesco,
( su di me) non me ne accorgo.

Dicembre 3, 2007

© lino di gianni
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venerdì, 25 dicembre 2009


In scatole grezze, niente nastri

niente carta regali

trentotto pulcini pigolanti

affrontano gli unici tre mesi

di vita, mentre noi, ignari

sognamo un pollo arrosto.

In pentola d’un deciso

bollore, tra luci vini

e cotillons, decidiamo

la sorte degli astici vivi

che urlino, come possono

il loro silenzio degli agnelli

Se trovassimo adesso uno spiritato

malvestito, degno solo di tagliar

legno d’accatto

accompagnarsi a sedicente minorenne

vergine e incinta

diremmo di stare a parlarne ancora

negli Uffici di Rappresentaza

del Pastore Tedesco?


Celebriamo soavi i nostri

riservati, impiegatizi

baccanali

che per le piccole virtù

passata è la Tempesta.
( Otiosita
s inimica est animae)

©lino di gianni

linodigianni alle 21:13 in: poesie, poesia, scrivere, poesie mie, scrittura
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giovedì, 24 dicembre 2009


Un sorso di vino
Hanno messo panni ad
asciugare, con le tasche rivoltate,
per svuotarle di tutto,

lasciare indietro niente.

Dicono che scrivesse fogli
metteva vicino parole
per cacciare
il buio intorno, il troppo rumore,

il continuo agitarsi.

Non si sono trovati parenti,
il Comune ha promesso
un piccolo sostegno
i negozianti non lo piangeranno,
di bambini non ne conosceva.

Mancherà alla signora del piano di sotto
che dimenticava la spesa
la mangiavano i gatti
non le bastavano i soldi
rimandava a domani.

Dicono parlasse poco,
guardava mai diretto
stringeva piano la mano
e pensava lento:
mai che improvvisasse
una risata.
 
All’ultimo aveva trovato
un ordine in quel suo cosmo
cieco, di copertine e fogli
di libri letti e accatastati
caramelle, sigari e foto
mai guardate
mettersi un passo indietro,
guardarti di traverso
e poi, come aspettando
la fine del tuo sorso,
 
sorriderti, addosso, quasi
toglierti una macchia,
la buccia dura che separa,
la terra nera che dimentica.
©lino di gianni

Carlin, lotte operaie
In bicicletta
 
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mercoledì, 23 dicembre 2009
Undici
 

La neve si preannuncia con un cielo tirato a grigio. Le automobili si sbrigano a raggiungere in fretta l’altrove che non ha importanza. C’è un tempo di attesa anche nelle persone, che si concentrano nelle più svariate attività, pur di non farsi cogliere impreparati.
Il tempo che Donatien passò in treno quella volta per andare a Roma, a una delle tante manifestazioni. Sembrava di cambiare pelle, ogni volta, diventare un eterno viaggiatore, instancabile nel portare le braci della rivoluzione.
Sarebbe bastato un colpo di vento, una coscienza di classe più diffusa.

- Di che settore sei, dell’Università?-

Una compagna, adulta rispetto ai venticinque anni di Donatien.
- Io sono delle fabbriche, anche se di giorno insegno-
Occhi ridenti, vestita come una signora che esce per far compere, forse quarant’anni.
Donatien ride, e si scalda al calore della scoperta di una comunanza di pensieri.

La donna indugia, fa domanda con apparente noncuranza, parla con un forte accento ciociaro.
Donatien non era di molta compagnia neanche allora, ma i modi della condivisione politica e la buona educazione imponevano che in quello scompartimento si sorridesse delle cose più stupide.

Lui, abitava solo, poteva stare fuori senza avvisare nessuno.
Lei, discretamente, gli chiese se voleva passare a bere qualcosa a casa sua.
Lui accettò.
Nel corso della sera, bevendo, scherzando su una donna che va alle porte della fabbrica per far politica con gli operai, lei, Antonella, raccontò un fatto che rimase impresso nella memoria.
- Una sera avevo invitato a cena un operaio della fabbrica. Mi ero accorta di piacergli e dopo il caffè volli fargli una sorpresa,
e andai un momento in camera da letto.
Ritornai in cucina da lui, completamente nuda.
Ma lui era tradizionale, non capì questo mio gesto, gli venne quasi un infarto, e la sera finì male-

Erano le due, s’era fatto tardi, si sentiva chiara la voglia di finire a letto insieme.
Lei aveva questi occhi mielati, le spalle piccole i seni accoglienti, era più grande di Donatien, e gli chiedeva solo di mettersi con lei, non importa per quanto, altrimenti la sera sarebbe finita lì.
Parlarono, parlarono, parlarono.
Lui era molto cocciuto, non accettò di dichiararsi “insieme”.
La notte ebbe una sua continuazione.

 il dissipatore, pdf, dall' uno all' undici
il blog www.ildissipatore.splinder.com
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Auguri di buoni giorni a chi legge -clicca qui

linodigianni alle 07:51 in:
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martedì, 22 dicembre 2009
Ultimo racconto della serie "Ritornando si diventa liberi da colpa".
Quindici righe a disposizione per esprimersi.
(un altro di Lino Di Gianni)  (dal blog di Barbara Garlaschelli)

La strada di casa poteva ritrovarla al buio, sentendo l’odore.
Quel misto di sabbia bagnata, spazio vuoto e cemento. E quel pulito nuovo dei bagni non finiti.
Il palazzo vicino, in costruzione da anni, dove da piccolo giocava a tirare gli scartocci agli amici.
La sua banda, piccola ma decisa, era fatta da temibili giocatori di calcio.
Anche se, durante il giorno, per ragioni di incognito, apparivano come ragazzini.
C’era Ginger, il terzino che sembrava un pugile. C’era Salzani, il portiere miope dai capelli rossi, che quando si arrabbiava, si buttava in un corpo a corpo e sempre le prendeva. E c’era lui, naturalmente il centravanti, talmente veloce e leggero che lo buttavano a terra regolarmente in volo.

E poi c’era quello strano allenatore, cui nessuno dava credito. Con la barba lunga, nonostante la giovane età. Con le foto di donne nude, nonostante avesse tutt’altra fama. Le dava insieme a fumetti, purchè si andasse a casa sua. Nessuno si fidava, nessuno gli aveva mai dato retta.
Doveva essere verso le cinque, quel giorno. Il campetto scivoloso della pioggia appena caduta.
I tacchetti delle scarpe dure del freddo di Novembre. La sua squadra, l’Olimpiak, con tanto di cartellino per tutti i giocatori, aveva perso. All’ultimo. Per un autogol.
Per terra, Ginger, il terzino che sembrava un pugile.
Accanto a lui, caduta dalle tasche, una foto di modella nuda.

il miniracconto precedente, pubblicato sempre sul blog di Barbara Garlaschelli


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lunedì, 21 dicembre 2009



Auguri a chi passa,
e buoni giorni a chi legge


Non dormo, ho gli occhi aperti per te.
Guardo fuori e guardo intorno.
Com'è gonfia la strada
di polvere e vento nel viale del ritorno...

Quando arrivi, quando verrai per me
guarda l'angolo del cielo
dov'è scritto il tuo nome,
è scritto nel ferro
nel cerchio di un anello...

E ancora mi innamora
e mi fa sospirare così.
Adesso e per quando tornerà l'incanto.

E se mi trovi stanco,
e se mi trovi spento,
sei meglio già venuto
e non ho saputo
tenerlo dentro me.

I vecchi già lo sanno il perché,
e anche gli alberghi tristi,
che il troppo è per poco e non basta ancora
ed è una volta sola.

E ancora proteggi la grazia del mio cuore
adesso e per quando tornerà l'incanto.
L'incanto di te...
di te vicino a me.

Ho sassi nelle scarpe
e polvere sul cuore,
freddo nel sole
e non bastan le parole.

Mi spiace se ho peccato,
mi spiace se ho sbagliato.
Se non ci sono stato,
se non sono tornato.

Ma ancora proteggi la grazia del mio cuore,
adesso e per quando tornerà il tempo...
Il tempo per partire,
il tempo di restare,
il tempo di lasciare,
il tempo di abbracciare.

In ricchezza e in fortuna,
in pena e in povertà,
nella gioia e nel clamore,
nel lutto e nel dolore,
nel freddo e nel sole,
nel sonno e nell'amore.

Ovunque proteggi la grazia del mio cuore.
Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore.

Ovunque proteggi, proteggimi nel male.
Ovunque proteggi la grazie del tuo cuore.

Vinicio Capossela  Ovunque Proteggi
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domenica, 20 dicembre 2009
Dieci

Dove andiamo? dice Donatien
Per di qua, lungo il fiume, vuoi? risponde Nives.
Il fiume scorre, c’è un sole acceso, ci sarà gente che cammina.
Donatien pensa, sono già le tre, alle quattro ho il treno e devo sapere.

Si...
linodigianni alle 22:37 in:
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domenica, 20 dicembre 2009


Nove
 
La cosa strana della vita, quella scatola nera che contiene i ricordi.
Quando sei giovane nemmeno sai di averla. Un ricordo, in quella gioventù, è solo qualcosa di già passato, concluso.
Quando invece la vita che è... 
linodigianni alle 17:54 in:
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sabato, 19 dicembre 2009
Otto il dissipatore :
 
 
Ecco, Donatien e Nives erano appena usciti insieme dalla Stazione, c’era un sole vaniglia, e non faceva freddo.
Donatien ricordava che la città fosse improvvisamente priva di clamori, come qualcuno stesse suonando un clarinetto. A Nives... 
                          La partita è persa,

                                      La partita è persa,
                                      uccisi i cavalli
                                      le orme cancellate
                                      - Avvisate i bambini -
                                      inutili le nascite.

                                      I resistenti si sono dati alla macchia
                                       - sparsi in montagna.
                                      Si occupano di cibo - pittura, poesia? -
                                      Scattano fotografie in cui sia scomparso
                                      il ritratto di qualunque umano.

                                      Le speranze che avevamo ora
                                      sono fogliettini della fortuna
                                      - che distribuiscono vecchi col sorriso
                                      a stento - Sperano di non morire
                                      troppo presto. Perché devono finire l’orto.
                                      Perché devono viaggiare ancora.

                                      La partita è persa.
                                      Il generale Kutuzov respingerà ancora
                                      Napoleone - Ma prima,
                                      Levi eviterà il suicidio.

                                      Si metterà a scrivere per evocare
                                      i poeti ingenui - osservano le grotte d’aria.
                                      E si chiedono perché - osservano i massacri
                                      - ne aspettano altri.

                                      La partita è persa, le tracce disperse.
                                      I segni incomprensibili.
                                      Avvisate le staffette:
                                      portino nuove mappe.

                                      Dei non luoghi? Delle non immagini?
                                      Della Terra vista dalla Luna.


© linodigianni      mio libro

altre poesie       
linodigianni alle 09:02 in:
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venerdì, 18 dicembre 2009
Sette. Il Dissipatore ::

Sette
 
 
Come si chiamava quel posto della Valle d’Aosta, dove erano rimasti bloccati, tutto il paese sommerso dalla neve? E avevano telefonato a scuola, prima l’uno, Donatien, poi l’altra, Alfama?
L’amica di Alfama...


www.il dissipatore.splinder.com

altri sscritti www.linodigianni.it

Cosacchi

Cartomante in quel di Bruges, cercavo le mani ,
evitavo gli occhi nei sobbalzi d'umore
predicavo sorti quiete che non avessero a risvegliare
i gufi e le civette che si covano dentro.

Mi accontentavo di un po' di pane, meglio se col formaggio.

Un giorno , nell'ozio, iniziai a cucire le storie
di quelle vite lette solo nelle mani
stavolta le bocche parlavano, ma non con suoni per tutti
piu che  altro erano scarti, deviazioni di strade
- gesti dimenticati che io riesumavo -
cucivo con filo leggero, sottile imbastitura
da reggere fino al primo sforzo di libertà.
 
Dopo ti ho incontrata , non ho guardato le mani
non ho cucito una storia, troppo preso a rincorrere
venti e cieli e nastri di fortuna.

E il tuo sorriso d'amore
ancora m'irrompe
come cavalli al galoppo
di 27 cosacchi del Don, innamorati
© linodigianni
sabato, 02 aprile 2005
linodigianni alle 17:27 in: scrivere, racconti, scrittura, racconti miei, linodigianni, il dissipatore
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mercoledì, 16 dicembre 2009










Il dolore è un topo -
e sceglie l'intercapedine nel petto
come schiva dimora -
e rende vano il cercarlo -

Il dolore è un ladro - lesto ad allarmarsi -
aguzza l'orecchio - per udire una voce
In quella vasta oscurità -
che trascinò la sua esistenza - nell'ombra -

Il dolore è un giocoliere - il più ardito nel gioco -
perché se fosse esitante - l'occhio che passa
coglierebbe i suoi lividi - uno - per dire - o tre -
Il dolore è un ghiottone - parco nei suoi piaceri -

Il dolore migliore è senza parole - prima di parlare -
si farebbe bruciare sulla pubblica piazza -
Le sue ceneri - parleranno
forse - se rifiutano - come sapere allora -
visto che nemmeno la tortura otterrebbe una sillaba

(Emily Dickinson)




Intercapedini



Il tempo della fioritura
di una pianta di limone


ad inverno inoltrato
la leggera pressione sulla mano

prima di attraversare


una collana che si forma infilando

perle imperfette e rifiutate


lo sguardo di me che passo
nella vetrina accanto

( orizzonti sovrapposti )


sarà la sua la voce sarà quella che
sentivo quand’ero piccolo


il tempo che ti tengono

ancorato
le perle che rotolano
e la porta si chiude


forse un ticchettìo

forse è fermo da molto
 
include nella finestra che si chiude
lo smarrimento prezioso
del pulviscolo che si disperde.
 
© lino di gianni

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martedì, 15 dicembre 2009
- Allora è deciso, al terzo verso della cornacchia.
Dopo lo spaventapasseri,
alla porta del fienile, verso le colline.
Lì, dal pozzo, cominceremo a marciare.


- Chi, chi, tu ed io Donatien? Non bastiamo

Lo sai, impazienti di soffocarci sono

I Guardiani del Grande Occhio.
Prudenza, guardati alle spalle, amor mio

Che non voglio perderti
 
No, è ora di iniziare la grande ritirata
In numero di tre, verso il mare, con i tamburini
a cadenzare, i pifferai silenziosi
Porteremo via i libri, i sogni e le grida
dei bambini.
Lasceremo le biciclette con le ruote
A girar nel vuoto, le canzoni sussurrate
E dell’arcobaleno rimarrà la speranza
della pioggia.
Allora sciolgo i grilli, la carrozza e la bava

delle lumache, mio promesso.
In marcia, alle colline, verso il popolo

dei dissipatori.
 
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domenica, 13 dicembre 2009
  • La strada di casa poteva ritrovarla al buio, sentendo l’odore.
    Quel misto di sabbia bagnata, spazio vuoto e cemento. E quel pulito nuovo dei bagni non finiti.
    Il palazzo vicino, in costruzione da anni, dove da piccolo giocava a tirare gli scartocci agli amici.
    La sua banda, piccola ma decisa, era fatta da temibili giocatori di calcio.
    Anche se, durante il giorno, per ragioni di incognito, apparivano come ragazzini.
    C’era Ginger, il terzino che sembrava un pugile. C’era Salzani, il portiere miope dai capelli rossi, che quando si arrabbiava, si buttava in un corpo a corpo e sempre le prendeva. E c’era lui, naturalmente il centravanti, talmente veloce e leggero che lo buttavano a terra regolarmente in volo.
    E poi c’era quello strano allenatore, cui nessuno dava credito. Con la barba lunga, nonostante la giovane età. Con le foto di donne nude, nonostante avesse tutt’altra fama. Le dava insieme a fumetti, purchè si andasse a casa sua. Nessuno si fidava, nessuno gli aveva mai dato retta.
    Doveva essere verso le cinque, quel giorno.

    Il campetto scivoloso della pioggia appena caduta.
    I tacchetti delle scarpe dure del freddo di Novembre. La sua squadra, l’Olimpiak, con tanto di cartellino per tutti i giocatori, aveva perso. All’ultimo. Per un autogol. Per terra, Ginger, il terzino che sembrava un pugile. Accanto a lui, caduta dalle tasche, una foto di modella nuda.
    Tutti i ragazzi della banda si guardarono e il pensiero che li attraversò segnò l’uscita dall’adolescenza.

    Aveva ventidue anni, il centravanti, e non aveva mai conosciuto da vicino una donna.
    Finita la scuola, evitato il militare, era stato assunto come garzone di una bancarella di calze.

    Quel giorno, doveva essere il grande giorno di Donatien.
    Cosa poteva piacere di più, ad una donna, di una bellissima bambola- con tutti i suoi vestitini d’epoca ? Una bambola vissuta, preziosa, coi segni del tempo.
    Acquistata, cara, in un mercato delle pulci. Pazienza, per le piccole imperfezioni sotto il collo,

    che tendeva ad fuoriuscire dal tronco.
    Con la carta a fiori acquerelli, un nastro improbabile, portò il regalo fin sulla porta di casa di Ginestra. Occhi azzurri, atletica come una tennista tedesca, Ginestra sorrise, socchiuse le lunghe ciglia bistrate, e strinse le braccia attorno al suo golfino aderente.

    Quel ragazzo aveva un sorriso disarmante.
                                        continua

linodigianni alle 08:00 in: torino, linodigianni
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sabato, 12 dicembre 2009
Era mattino, e non c’erano corvi Il grano appena ora s’era messo a fuggire, torno torno agli alberi di gelso. A supplicare . Erano da poco sonate le campane e m’arrisvegliai come fosse un’ alba acerba e come un rumore arrivò dalla piana e prima degli uomini s’azzittirono le bestie. E fu qui a Bronte che m’accisero i garibbadini quel grandissimo cornuto nominato NinoBixio. Fossero loro a muriri accisi col rosso d’a cammisa. Che pi’ fare quest’italia dei savoia c’arrubano gli occhi e ci stutano i figli come fossimo pianelle come fossimo fiammelle o i fuochi del camposanto. Fossero loro a moriri uccisi col rosso della loro camisa.
linodigianni alle 22:01 in: poesie, poesia, poesie mie, videopoesia, bronte, linodigianni
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sabato, 12 dicembre 2009

Il cielo è come un tenda col bastone rotto, minaccia neve.
Dal finestrino del treno vedo le risaie soffocate dalla brina,

dentro lo scompartimento si muore per eccesso di caldo.
Al solito, i termostati sono rotti.
Un signore, più in là, ha una mantellina gialla, vistosa
e una cesta di vimini, una cavagna, come la chiamano in Piemonte.

Un movimento d’orzata bianca e dal cestino spunta la testa
di un coniglietto.
“Stai buono, che adesso torno”. Il tipo con la testa molto  rotonda,
gli occhiali spessi,potrebbe essere sui 40.
Ha pantaloni corti da boy scout attardato.
Si muove come se pensasse, come son strani questi del treno.

Non scrivo di ciò che leggo,
ma di quello che penso prima di arrivare a..

E’ due anni che mi scrivo con una persona mai vista,

una persona che ha una incredibile capacità di scrittura,
di evocare mondi, di creare dal niente seduzioni.

Con la sola forza delle parole.
Con un fraseggio di note/parole crea una melodia

che mi resta in testa, e mi risuona per giorni.

Non so come sia fisicamente, non l’ho voluto sapere.
Né quale sia la sua età, anche se la comunanza di letture

fanno pensare a una intelligenza variegata e creativa.

Oggi le dita rosate finiranno di graffiare l’alba

scenderemo dal treno e
vedremo se i nostri bagagli a mano,
se la materialità dei nostri corpi
prenderanno per la gola e renderanno
di piombo le nostre bocche.
ma almeno finirà questo tormento.

Non sapere se a riflettere era uno specchio
o una finestra aperta sul cielo.

Comunque..

linodigianni alle 15:45 in: scrivere, racconti, scrittura, racconti miei, linodigianni
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giovedì, 10 dicembre 2009
da un mio scritto , un video con voce e clip

Il mio cammino, è segnato dalla traccia delle formiche rosse sotto l’albero del Polon.
Tra le vecchie mie consorelle italiane,
che mi insegnano come ripiegare bene il fazzoletto che portiamo in testa,
e mi consigliano i sandali che non fanno gonfiare i piedi.

Preferisco ancora sempre trovarmi tra la mia gente, che ha comprato droga dai poliziotti,
che ha abortito 5 volte, che non aveva un lavoro ed è finita in prigione.
Dicono che sembro buffa, una statuina africana.
Lo so, le mie gambe sono secche e si muovono come rami da tagliare.

I capelli fanno disperare e per questo ringrazio e canto le lodi del Signore:
perché mi fa capire quanto piccoli possono essere i nostri pensieri.

Non con queste nuvole, si copre un cielo d’ Africa.
Gli sciami di locuste che in febbraio oscurano all’improvviso il cielo.
Ecco, come i bambini soldato. Io ho visto, cosa sono prima, cosa sono dopo.
La droga che gli risucchia il cervello e riempie i vuoti della paura. Ma comunque.
linodigianni alle 21:55 in:
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mercoledì, 09 dicembre 2009
Una volta partecipai
su questo sito a un miniracconto
in poche righe
e un mio brevissimo racconto( 1800 battute)
fu pubblicato ( questo: Io, è un altro)
poi fu anche pubblicato in una rivista




adesso, di nuovo il sito di barbara
ha di nuovo fatto un concorso
( Ritornando, si diventa liberi da colpa)
per il piacere di scrivere
un racconto brevissimo
in 15 righe

Ringrazio nuovamente barbara
per aver scelto nuovamente
anche un mio miniracconto.
 Invito a leggere chi è interessato,
e fino al 15 dicembre si puo'
ancora inviare
linodigianni alle 15:11 in: scrivere, concorsi, scrittura, ritornando, 15 righe
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sabato, 05 dicembre 2009
il testo di questa mia poesia registrato nel video

Codici asimmetrici in luogo d'aria

Una a una le piante di cachi
quelle lingue di cane aperte
sul crudo del cielo caddero,
corvi infranti nel volo.

Dal riflesso nello specchio
vidi questa pioggia di frutta ingemmare la terra.
Tu guardavi fredda,
distante e ogni battito di ciglia
aggiungeva foto nella memoria.
Ah, lontano. Ah, ingressi.
Le unghie del passero screziarono
il delicato prisma e l'unica lacrima
ne fu solitario ruscello.

Non si aprì infine il mare,
risalimmo i fiumi.
O le rotte consuete
o i voli notturni.
Intimi, ci sciogliemmo in rugiada.
linodigianni alle 12:13 in: poesie, poesia, poesie mie, videopoesia
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venerdì, 04 dicembre 2009
Una a una
le piante di cachi

quelle lingue di cane
aperte sul crudo del cielo

caddero,
corvi infranti nel volo.

Dal riflesso nello specchio
vidi questa
pioggia di frutta
ingemmare
la terra.

Tu guardavi fredda, distante
e ogni  battito di ciglia
aggiungeva foto nella memoria.

Ah, lontano.
Ah, ingressi.

Le unghie del passero
screziarono
il delicato prisma
e l'unica lacrima
ne fu solitario ruscello.

Non si aprì infine il mare,
risalimmo i fiumi.

O le rotte consuete
o i voli notturni.

Intimi,
ci sciogliemmo
in rugiada.

linodigianni alle 22:47 in: poesie, poesia, poesie mie
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mercoledì, 02 dicembre 2009

clicca per ingrandire   © linodigianni


Devo salire le scale, devo arrivare
al quinto piano, poi basta solo aprire
la porta. Il divano. La tuta.

Ecco, quasi arrivo al portone, vedo già
i gruppi dei rumeni che brindano alzati
con le panchine come tavoli del parco.

Le donne velate guardano i piccoli
a distanza sull'altalena.
In su e in giù, in su e in giù
il piccolo Saìd, ah fossimo
a Marrà-kesc figlio mio.

Dai, il bar degli albanesi
dove l'altro giorno uno
di loro ha spaccato una sedia
sulla testa di una rom,
perchè lei prendeva
una tele usata dalla spazzatura
e lui non voleva.

Ecco, il portone.
Entro, chiudo, pian terreno
televisione 24 ore su 24
chi ci starà, dentro?

Non riesco a togliermi
dalla testa la dolenza
e la magrezza scavata
in faccia della somala di oggi,
io con le mie inutili lettere
da spiegare, lei con tutti i giorni
del mare e del deserto da
attraversare.
Ripeti, ca-sa , so-le , to-po.
Si, l'australiano gioca in borsa
e balla il tango da 7 anni.
Si, Somalia, marocco, Australia
tutti la stessa marca di cellulare

Ecco, primo piano, la peruviana
con il pazzo che conosce de niro

secondo gli ottantenni che
vanno in nave in Egitto

terzo i trentenni che vanno
in India

quarto i rumeni che mi svegliano
in piena notte

e se dormo di pomeriggio
ci pensa l'uomo del sax
a tenermi sveglio

Ma io non andrò mai
a vivere a Dubai.

linodigianni alle 16:51 in: italiano per stranieri, linodigianni, in viaggio con said
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domenica, 29 novembre 2009
Appende il suo cappotto rosso
fuori moda, stretto in vita
e svasato sotto, col collo
di pelliccina nera e l'asola
ormai troppo slargata.

Le scarpe col tacco da rifare,
il rossetto opaco di una marca
scadente, il profumo
NinaRicci che mette da quando
aveva ventanni e che oggi sembra
una veletta di vedovanza.

I soldi del caffè oggi li risparmierà
le sigarette no, quelle deve averle
Forse non le fumerà, ma vuole sentirle
in tasca.

Questi occhiali son sempre da pulire
o questa vista si annebbia un po' per giorno
Eppure ha ancora infilato l'ago
che era l'altro giorno.
Certo, erano quasi vent'anni ormai
e ci aveva ancora le sue cose,
e mi ricordo anche
che Micio era ancora vivo.

Questa tessera da presentare alla cassa
non è una bella figura, che tutti sanno
che sono pochi soldi,e vanno tutti
nel mangiare.

Se soltanto la figlia, ritrovasse
un lavoro.
Perso il marito, perso lo stipendio
chi si prende cura della nipotina?

Ecco, una volta tanto
mi apro una lattina del mio caffè preferito
come fosse una droga dei poveracci
mica la cicoria del tempo di guerra.

D'improvviso, una musica
la cattura mentre sta per svoltare
l'angolo, e nella sua mente incontra
Mario, che la invita al ballo.
Ancora da sposare, da conoscere
la vita.
E sorride, mentre cade un'altra foglia
d'autunno.
linodigianni alle 22:48 in: poesie, poesia, poesie mie, linodigianni
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domenica, 29 novembre 2009
Cena per il compleanno di Pietro Perotti (il Carlin del mio libretto)
linodigianni alle 18:07 in: foto, video, pietro perotti
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domenica, 29 novembre 2009
Una mia poesia,messa in un video il testo della poesia è anche pubblicato più sotto..
linodigianni alle 10:36 in: poesie, poesia, poesie mie, videopoesia, linodigianni
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sabato, 28 novembre 2009
Strappò con forza,
disattesa e disadorna,

una manciata di petali.
Poi attese.
Il rumore dei rientri.
Le abitudini degli altri.
La Chiave, i passi. La Tivù accesa.

Un improvviso senso di caldo

come soffocamento, raschio in gola
sulfimicidici prepotenti contro la malaria

della guardia abbassata.

Incauto fece per alzarsi,

riaprire con precauzione
il pugno e restituire quel tempo

troppo calcolato.
Era tempo di sollevare la prima

linea dell’orizzonte.

Portare lo
sguardo del bambino
ad incontrare gli inganni
del mare, la sospensione
del sapore che promette
il sale,
incontrando l’aria.
linodigianni alle 19:04 in: poesie, poesia, scrivere, poesie mie, scrittura, linodigianni
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venerdì, 27 novembre 2009
Se mi accadrà di andare a vedere
quanto spazio veramente
c'è fra atomo ed atomo,
non credeteci.
Starò mettendo una piuma
nell'ingranaggio del mondo
per incepparlo, per una volta
e dimostrare che anche da ingenui
si puo' non essere
cretini.

Se d'improvviso, la mia dose di spazio
per fare l'ombra quotidiana
dovesse interrompersi,
negate.
Mi sto nascondendo per far girare
attorno un caldo che abbracci
le case umide senza bagno
dove i figli dividono
una stanza con gli scarafaggi.
Sperare puo' essere
non ultima illusione.

Se all'ultimo qualcuno racconterà
d'una mia ,ultima, tardiva
definitiva conversione
non dubitate.
Una possibilità è sempre rimasta
a ciascuno di noi, senza dover credere
a un titolare assente
d'un mondo di blasfemi.

Mi piacerebbe essere in una foto
che fiorisce ogni anno a primavera
un tempo ritrovato
ancora dentro un tuo sguardo
ancora non consumato.
linodigianni alle 21:18 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura, linodigianni
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giovedì, 26 novembre 2009






Ecco cosa succede quando cerco
di imparare l'inglese
( da un film molto bello,
" Il gusto degli altri""
linodigianni alle 19:43 in: video
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mercoledì, 25 novembre 2009
Questa faccia vecchia
irriconoscibile
da qualche
anno.

Solo fissando
con scupolo si intravede
un passo dell'antica
sorveglianza.

Occhi che non chiedono
la sedia è là
tra noi un' attesa
non importa chi la romperà.

Si parla del più, del più
e del meno
ma la bara in legno chiaro
è in direzione del fuoco.

La Chiesa è contraria
alla dispersione delle ceneri
Lo Stato dice
che non si possono tenere
in casa.

Devi iscriverti per tempo
alla società di Cremazione,
pena l'esclusione.

Dicono della mantenuta
autonomia, dicono della
misericordia della morfina.

Ma capire di cosa stiamo parlando
è cercare di sollevarsi da terra
tirandosi per i capelli.
linodigianni alle 22:24 in:
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