” [.. ] Mangio cielo, evacuo cielo
Sono una trappola in trappola
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta ad una domanda […]
W. SZYMBORSKA “La fine e l’inizio”
Estetica di una sovversione Estatica
Rifiuto i libri di poesie che costano troppo
con poche parole, come se vendessero
distillati di verità, e invece sono
un etto di parole al mercato.
Piacerebbe che con fogli di poesie
s’ incartassero frutta e verdura,
pesci e insalate mischiate con le parole
nei gusti e negli umori.
Sarebbe bello avere molto
tempo libero per girovagare con uno sguardo
curioso e svagato, da veggente estatico.
Esserci nei gesti del ragazzo che accudisce la
signora paralizzata in carrozzella,
nei sui gesti cauti, senza distanza.
Esserci nella caparbietà con cui si muove
la ragazza bionda che lotta contro il marchio
a fuoco dell’anoressia, senza vicinanza.
Esserci nei viaggi delle api e nei loro sogni
di colori addolciti e ondeggianti.
Esserci nelle domande senza riti di quei bambini
che si sono salvati dal bavaglio del pensiero unico,
appesi al filo dell’aquilone di quella
maestra rapinatrice di cuori da portare in salvo.
Detesto le persone che vogliono scrivere poesie
le persone che leggono la Poesia
Dada non né morto invano e La macchina da cucire
è ancora sotto la tela di sacco, se ci credi.
Si muove oscillante, col suo mantello
piegata in due, nasconde, svela.
E’ strega ?
No, taglia la cicoria, ascolta Bach
legge Eschilo, traduce Simon Weil,
ma.
Ma, ha scelto la mente senza frastuoni
vuole vedere crescere le radici, avere
le mani gonfie per la terra,, e la stanchezza che incanala
del corpo i torrenti inquieti.
Negli occhi si son mischiate le città
gli arrivi e partenze
ha imparato a mangiare
ubbidendo solo a dei cenni
dormire col sole calante
e prevederne i risvegli.
Ha coltivato la durezza delle pietre
per farne intima, interna
insalata.
Me ne offre di fresca,
appena tagliata, poco fa
l’ha chiamata poesia.
(Da Le Bateau Ivre a Zanzotto, passando per Elia Malagò. )
Di quei versi sulfurei, grondanti albe soleil levant
con colori cantanti e battelli ebbri dal furore
impavido,
mi intinsi, ardente calamo, santone di nessuno
con ipnotico carme scese il verso, uncinandomi.
Finii col taglio della gamba di Arthur, con la vendita
delle armi, il traffico di schiavi
tacque la lama intinta nell’assenzio, spente onde urla febbri.
Del colloquiare attonito, clown che recupera il gattonare
le atmosfere tirate a freddo i lucernari alla De Chirico
l’urlo di Munch e il juboxall’idrogeno.
La lallazione, il bambino e la Standa, il dopo-bomba.
E alla fine uno scendere laico nel gorgo
un raccogliere schiere di viandanti improbabili
un aspettando Godot con la recitazione
in togliere di Eduardo, una Pitela da tramandare.
Con parole come pietre il cui suono cerco
con gesti che sembrano cenni d’intesa
un volo, un taglio uno scatto. Una premura Mio il mestolo colabrodo
bastone rabdomante,
per le vene segrete, le mappe, e i custodi dell’acqua.
[...]
Io è un altro. Se l'ottone si desta tromba, non è certo per colpa sua. La cosa mi pare ovvia: io assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto: do un colpo d'archetto; la sinfonia si agita nelle profondità, oppure salta con un balzo sulla scena.
Se i vecchi imbecilli non avessero trovato dell'Io che il significato falso, non avremmo da spazzar via questi milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accatastato i prodotti del loro guercio intelletto, proclamandosene fieramente gli autori!
Fiorile
mercoledì, 06 febbraio 2008
Ti avevo detto che non mi avresti trovato
mentre scorre la notte in fondo a queste gallerie
non il vento per capire
non l’ora senza mentire.
Ti avevo davanti e non potevo parlare, magari domani
al mercato comprando qualcosa.
Perché è questo che è richiesto
anche se , a prima vista, non è sotto gli occhi di tutti.
Farsi guidare dalla fiducia
dei segni, portare viole e margherite
e pensare alla fioritura degli asfodeli.
Le mie parole andranno ad aspettarti sull’uscio
si faranno trovare con gli occhi umidi,
fresche di raccolto.
Di tutta questa città, non vedo che
la cassa di un supermercato, il banco della farmacia
e la sala del dottore.
Se mentre prendo il tè ( al limone con miele )
guardo un po’ di televisione
è solo per sorvegliare le pecore del mio gregge,
perché le conosco, e so le scuse che tirano fuori.
Ogni tanto incontro dei signori che mi chiedono
se sono io, quello della fotografia.
Rispondo di si, un po’ di tempo fa.
Mi capita di incrociare occhi malati
che mi guardano infastiditi, come avessi capito
il loro segreto nascosto.
Provano un po’ a fare un numero da circo;
poi si stancano, per assenza di strepiti,
inseguimenti, pettegolezzi.
Ma i peggiori sono i narciso/carità
che non capiscono perché tutto il mondo
non esalti la loro bontà
d’animo.
E insomma, cari fratelli della Costa D’avorio
mi piacerebbe dirvi: tornate sui vostri passi
forse lì, qualcosa di vero , c’era.
Ma poi mi hai detto, Marc, con voce fonda,
da Pentecostale, sono alto un cm più
di mio fratello.
Ecco, fare poesia come una gallina che fa le uova
ma non so se qualcuno le beve ,
se piacciono o fanno bene.
So che per loro, cadermi fuori
dal culo,
è un destino.
Per me, una necessità,
o un vizio assurdo.
Forse anch’io mi porto addosso i vestiti dei trent’anni,
e dell’effetto grottesco,
( su di me) non me ne accorgo.
La neve si preannuncia con un cielo tirato a grigio. Le automobili si sbrigano a raggiungere in fretta l’altrove che non ha importanza. C’è un tempo di attesa anche nelle persone, che si concentrano nelle più svariate attività, pur di non farsi cogliere impreparati.
Il tempo che Donatien passò in treno quella volta per andare a Roma, a una delle tante manifestazioni. Sembrava di cambiare pelle, ogni volta, diventare un eterno viaggiatore, instancabile nel portare le braci della rivoluzione.
Sarebbe bastato un colpo di vento, una coscienza di classe più diffusa.
- Di che settore sei, dell’Università?-
Una compagna, adulta rispetto ai venticinque anni di Donatien.
- Io sono delle fabbriche, anche se di giorno insegno-
Occhi ridenti, vestita come una signora che esce per far compere, forse quarant’anni.
Donatien ride, e si scalda al calore della scoperta di una comunanza di pensieri.
La donna indugia, fa domanda con apparente noncuranza, parla con un forte accento ciociaro.
Donatien non era di molta compagnia neanche allora, ma i modi della condivisione politica e la buona educazione imponevano che in quello scompartimento si sorridesse delle cose più stupide.
Lui, abitava solo, poteva stare fuori senza avvisare nessuno.
Lei, discretamente, gli chiese se voleva passare a bere qualcosa a casa sua.
Lui accettò.
Nel corso della sera, bevendo, scherzando su una donna che va alle porte della fabbrica per far politica con gli operai, lei, Antonella, raccontò un fatto che rimase impresso nella memoria.
- Una sera avevo invitato a cena un operaio della fabbrica. Mi ero accorta di piacergli e dopo il caffè volli fargli una sorpresa,
e andai un momento in camera da letto.
Ritornai in cucina da lui, completamente nuda.
Ma lui era tradizionale, non capì questo mio gesto, gli venne quasi un infarto, e la sera finì male-
Erano le due, s’era fatto tardi, si sentiva chiara la voglia di finire a letto insieme.
Lei aveva questi occhi mielati, le spalle piccole i seni accoglienti, era più grande di Donatien, e gli chiedeva solo di mettersi con lei, non importa per quanto, altrimenti la sera sarebbe finita lì.
Parlarono, parlarono, parlarono.
Lui era molto cocciuto, non accettò di dichiararsi “insieme”.
La notte ebbe una sua continuazione.
La strada di casa poteva ritrovarla al buio, sentendo l’odore.
Quel misto di sabbia bagnata, spazio vuoto e cemento. E quel pulito nuovo dei bagni non finiti.
Il palazzo vicino, in costruzione da anni, dove da piccolo giocava a tirare gli scartocci agli amici.
La sua banda, piccola ma decisa, era fatta da temibili giocatori di calcio.
Anche se, durante il giorno, per ragioni di incognito, apparivano come ragazzini.
C’era Ginger, il terzino che sembrava un pugile. C’era Salzani, il portiere miope dai capelli rossi, che quando si arrabbiava, si buttava in un corpo a corpo e sempre le prendeva. E c’era lui, naturalmente il centravanti, talmente veloce e leggero che lo buttavano a terra regolarmente in volo.
E poi c’era quello strano allenatore, cui nessuno dava credito. Con la barba lunga, nonostante la giovane età. Con le foto di donne nude, nonostante avesse tutt’altra fama. Le dava insieme a fumetti, purchè si andasse a casa sua. Nessuno si fidava, nessuno gli aveva mai dato retta.
Doveva essere verso le cinque, quel giorno. Il campetto scivoloso della pioggia appena caduta.
I tacchetti delle scarpe dure del freddo di Novembre. La sua squadra, l’Olimpiak, con tanto di cartellino per tutti i giocatori, aveva perso. All’ultimo. Per un autogol.
Per terra, Ginger, il terzino che sembrava un pugile.
Accanto a lui, caduta dalle tasche, una foto di modella nuda.
Non dormo, ho gli occhi aperti per te.
Guardo fuori e guardo intorno.
Com'è gonfia la strada
di polvere e vento nel viale del ritorno...
Quando arrivi, quando verrai per me
guarda l'angolo del cielo
dov'è scritto il tuo nome,
è scritto nel ferro
nel cerchio di un anello...
E ancora mi innamora
e mi fa sospirare così.
Adesso e per quando tornerà l'incanto.
E se mi trovi stanco,
e se mi trovi spento,
sei meglio già venuto
e non ho saputo
tenerlo dentro me.
I vecchi già lo sanno il perché,
e anche gli alberghi tristi,
che il troppo è per poco e non basta ancora
ed è una volta sola.
E ancora proteggi la grazia del mio cuore
adesso e per quando tornerà l'incanto.
L'incanto di te...
di te vicino a me.
Ho sassi nelle scarpe
e polvere sul cuore,
freddo nel sole
e non bastan le parole.
Mi spiace se ho peccato,
mi spiace se ho sbagliato.
Se non ci sono stato,
se non sono tornato.
Ma ancora proteggi la grazia del mio cuore,
adesso e per quando tornerà il tempo...
Il tempo per partire,
il tempo di restare,
il tempo di lasciare,
il tempo di abbracciare.
In ricchezza e in fortuna,
in pena e in povertà,
nella gioia e nel clamore,
nel lutto e nel dolore,
nel freddo e nel sole,
nel sonno e nell'amore.
Ovunque proteggi la grazia del mio cuore.
Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore.
Ovunque proteggi, proteggimi nel male.
Ovunque proteggi la grazie del tuo cuore.
Dove andiamo? dice Donatien
Per di qua, lungo il fiume, vuoi? risponde Nives.
Il fiume scorre, c’è un sole acceso, ci sarà gente che cammina.
Donatien pensa, sono già le tre, alle quattro ho il treno e devo sapere.
Si...
La cosa strana della vita, quella scatola nera che contiene i ricordi.
Quando sei giovane nemmeno sai di averla. Un ricordo, in quella gioventù, è solo qualcosa di già passato, concluso.
Quando invece la vita che è... Continua a leggere
Ecco, Donatien e Nives erano appena usciti insieme dalla Stazione, c’era un sole vaniglia, e non faceva freddo.
Donatien ricordava che la città fosse improvvisamente priva di clamori, come qualcuno stesse suonando un clarinetto. A Nives... Continua a leggere
La partita è persa,
La partita è persa,
uccisi i cavalli
le orme cancellate
- Avvisate i bambini -
inutili le nascite.
I resistenti si sono dati alla macchia
- sparsi in montagna.
Si occupano di cibo - pittura, poesia? -
Scattano fotografie in cui sia scomparso
il ritratto di qualunque umano.
Le speranze che avevamo ora
sono fogliettini della fortuna
- che distribuiscono vecchi col sorriso
a stento - Sperano di non morire
troppo presto. Perché devono finire l’orto.
Perché devono viaggiare ancora.
La partita è persa.
Il generale Kutuzov respingerà ancora
Napoleone - Ma prima,
Levi eviterà il suicidio.
Si metterà a scrivere per evocare
i poeti ingenui - osservano le grotte d’aria.
E si chiedono perché - osservano i massacri
- ne aspettano altri.
La partita è persa, le tracce disperse.
I segni incomprensibili.
Avvisate le staffette:
portino nuove mappe.
Dei non luoghi? Delle non immagini?
Della Terra vista dalla Luna.
Come si chiamava quel posto della Valle d’Aosta, dove erano rimasti bloccati, tutto il paese sommerso dalla neve? E avevano telefonato a scuola, prima l’uno, Donatien, poi l’altra, Alfama?
L’amica di Alfama...Continua a leggere
Cartomante in quel di Bruges, cercavo le mani ,
evitavo gli occhi nei sobbalzi d'umore
predicavo sorti quiete che non avessero a risvegliare
i gufi e le civette che si covano dentro.
Mi accontentavo di un po' di pane, meglio se col formaggio.
Un giorno , nell'ozio, iniziai a cucire le storie
di quelle vite lette solo nelle mani
stavolta le bocche parlavano, ma non con suoni per tutti
piu che altro erano scarti, deviazioni di strade
- gesti dimenticati che io riesumavo -
cucivo con filo leggero, sottile imbastitura
da reggere fino al primo sforzo di libertà.
Dopo ti ho incontrata , non ho guardato le mani
non ho cucito una storia, troppo preso a rincorrere
venti e cieli e nastri di fortuna.
E il tuo sorriso d'amore
ancora m'irrompe
come cavalli al galoppo
di 27 cosacchi del Don, innamorati
Il dolore è un topo -
e sceglie l'intercapedine nel petto
come schiva dimora -
e rende vano il cercarlo -
Il dolore è un ladro - lesto ad allarmarsi -
aguzza l'orecchio - per udire una voce
In quella vasta oscurità -
che trascinò la sua esistenza - nell'ombra -
Il dolore è un giocoliere - il più ardito nel gioco -
perché se fosse esitante - l'occhio che passa
coglierebbe i suoi lividi - uno - per dire - o tre -
Il dolore è un ghiottone - parco nei suoi piaceri -
Il dolore migliore è senza parole - prima di parlare -
si farebbe bruciare sulla pubblica piazza -
Le sue ceneri - parleranno
forse - se rifiutano - come sapere allora -
visto che nemmeno la tortura otterrebbe una sillaba
(Emily Dickinson)
Intercapedini
Il tempo della fioritura
di una pianta di limone
ad inverno inoltrato
la leggera pressione sulla mano
La strada di casa poteva ritrovarla al buio, sentendo l’odore.
Quel misto di sabbia bagnata, spazio vuoto e cemento. E quel pulito nuovo dei bagni non finiti.
Il palazzo vicino, in costruzione da anni, dove da piccolo giocava a tirare gli scartocci agli amici.
La sua banda, piccola ma decisa, era fatta da temibili giocatori di calcio.
Anche se, durante il giorno, per ragioni di incognito, apparivano come ragazzini.
C’era Ginger, il terzino che sembrava un pugile. C’era Salzani, il portiere miope dai capelli rossi, che quando si arrabbiava, si buttava in un corpo a corpo e sempre le prendeva. E c’era lui, naturalmente il centravanti, talmente veloce e leggero che lo buttavano a terra regolarmente in volo.
E poi c’era quello strano allenatore, cui nessuno dava credito. Con la barba lunga, nonostante la giovane età. Con le foto di donne nude, nonostante avesse tutt’altra fama. Le dava insieme a fumetti, purchè si andasse a casa sua. Nessuno si fidava, nessuno gli aveva mai dato retta.
Doveva essere verso le cinque, quel giorno.
Il campetto scivoloso della pioggia appena caduta.
I tacchetti delle scarpe dure del freddo di Novembre. La sua squadra, l’Olimpiak, con tanto di cartellino per tutti i giocatori, aveva perso. All’ultimo. Per un autogol. Per terra, Ginger, il terzino che sembrava un pugile. Accanto a lui, caduta dalle tasche, una foto di modella nuda.
Tutti i ragazzi della banda si guardarono e il pensiero che li attraversò segnò l’uscita dall’adolescenza.
Aveva ventidue anni, il centravanti, e non aveva mai conosciuto da vicino una donna.
Finita la scuola, evitato il militare, era stato assunto come garzone di una bancarella di calze.
Quel giorno, doveva essere il grande giorno di Donatien.
Cosa poteva piacere di più, ad una donna, di una bellissima bambola- con tutti i suoi vestitini d’epoca ? Una bambola vissuta, preziosa, coi segni del tempo.
Acquistata, cara, in un mercato delle pulci. Pazienza, per le piccole imperfezioni sotto il collo,
che tendeva ad fuoriuscire dal tronco.
Con la carta a fiori acquerelli, un nastro improbabile, portò il regalo fin sulla porta di casa di Ginestra. Occhi azzurri, atletica come una tennista tedesca, Ginestra sorrise, socchiuse le lunghe ciglia bistrate, e strinse le braccia attorno al suo golfino aderente.
Quel ragazzo aveva un sorriso disarmante. continua
Era mattino, e non c’erano corvi
Il grano appena ora s’era messo
a fuggire, torno torno agli alberi
di gelso.
A supplicare .
Erano da poco sonate le campane
e m’arrisvegliai come fosse
un’ alba acerba e come un rumore
arrivò dalla piana e prima
degli uomini s’azzittirono
le bestie.
E fu qui a Bronte che
m’accisero i garibbadini
quel grandissimo cornuto
nominato NinoBixio.
Fossero loro
a muriri accisi
col rosso d’a cammisa.
Che pi’ fare quest’italia
dei savoia
c’arrubano gli occhi
e ci stutano i figli
come fossimo pianelle
come fossimo fiammelle
o i fuochi del camposanto.
Fossero loro
a moriri uccisi
col rosso della loro
camisa.
Il cielo è come un tenda col bastone rotto, minaccia neve.
Dal finestrino del treno vedo le risaie soffocate dalla brina,
dentro lo scompartimento si muore per eccesso di caldo.
Al solito, i termostati sono rotti.
Un signore, più in là, ha una mantellina gialla, vistosa
e una cesta di vimini, una cavagna, come la chiamano in Piemonte.
Un movimento d’orzata bianca e dal cestino spunta la testadi un coniglietto.
“Stai buono, che adesso torno”. Il tipo con la testa moltorotonda,
gli occhiali spessi,potrebbe essere sui 40.
Ha pantaloni corti da boy scout attardato.
Si muove come se pensasse, come son strani questi del treno.
Non scrivo di ciò che leggo,
ma di quello che penso prima di arrivare a..
E’ due anni che mi scrivo con una persona mai vista,
una persona che ha una incredibile capacità di scrittura,
di evocare mondi, di creare dal niente seduzioni.
Con la sola forza delle parole.
Con un fraseggio di note/parole crea una melodia
che mi resta in testa, e mi risuona per giorni.
Non so come sia fisicamente, non l’ho voluto sapere.
Né quale sia la sua età, anche se la comunanza di letture
fanno pensare a una intelligenza variegata e creativa.
Oggi le dita rosate finiranno di graffiare l’alba
scenderemo dal treno e
vedremo se i nostri bagagli a mano,
se la materialità dei nostri corpi
prenderanno per la gola e renderanno
di piombo le nostre bocche.
ma almeno finirà questo tormento.
Non sapere se a riflettere era uno specchio
o una finestra aperta sul cielo.
Il mio cammino, è segnato dalla traccia delle formiche rosse sotto l’albero del Polon.
Tra le vecchie mie consorelle italiane,
che mi insegnano come ripiegare bene il fazzoletto che portiamo in testa,
e mi consigliano i sandali che non fanno gonfiare i piedi.
Preferisco ancora sempre trovarmi tra la mia gente, che ha comprato droga dai poliziotti,
che ha abortito 5 volte, che non aveva un lavoro ed è finita in prigione.
Dicono che sembro buffa, una statuina africana.
Lo so, le mie gambe sono secche e si muovono come rami da tagliare.
I capelli fanno disperare e per questo ringrazio e canto le lodi del Signore:
perché mi fa capire quanto piccoli possono essere i nostri pensieri.
Non con queste nuvole, si copre un cielo d’ Africa.
Gli sciami di locuste che in febbraio oscurano all’improvviso il cielo.
Ecco, come i bambini soldato. Io ho visto, cosa sono prima, cosa sono dopo.
La droga che gli risucchia il cervello e riempie i vuoti della paura. Ma comunque.
Una volta partecipai
su questo sito a un miniracconto
in poche righe
e un mio brevissimo racconto( 1800 battute)
fu pubblicato ( questo: Io, è un altro)
poi fu anche pubblicato in una rivista
adesso, di nuovo il sito di barbara
ha di nuovo fatto un concorso
( Ritornando, si diventa liberi da colpa)
per il piacere di scrivere
un racconto brevissimo
in 15 righe
il testo di questa mia poesia registrato nel video
Codici asimmetrici in luogo d'aria
Una a una le piante di cachi
quelle lingue di cane aperte
sul crudo del cielo caddero,
corvi infranti nel volo.
Dal riflesso nello specchio
vidi questa pioggia di frutta ingemmare la terra.
Tu guardavi fredda,
distante e ogni battito di ciglia
aggiungeva foto nella memoria.
Ah, lontano. Ah, ingressi.
Le unghie del passero screziarono
il delicato prisma e l'unica lacrima
ne fu solitario ruscello.
Non si aprì infine il mare,
risalimmo i fiumi.
O le rotte consuete
o i voli notturni.
Intimi, ci sciogliemmo in rugiada.
Devo salire le scale, devo arrivare
al quinto piano, poi basta solo aprire
la porta. Il divano. La tuta.
Ecco, quasi arrivo al portone, vedo già
i gruppi dei rumeni che brindano alzati
con le panchine come tavoli del parco.
Le donne velate guardano i piccoli
a distanza sull'altalena.
In su e in giù, in su e in giù
il piccolo Saìd, ah fossimo
a Marrà-kesc figlio mio.
Dai, il bar degli albanesi
dove l'altro giorno uno
di loro ha spaccato una sedia
sulla testa di una rom,
perchè lei prendeva
una tele usata dalla spazzatura
e lui non voleva.
Ecco, il portone.
Entro, chiudo, pian terreno
televisione 24 ore su 24
chi ci starà, dentro?
Non riesco a togliermi
dalla testa la dolenza
e la magrezza scavata
in faccia della somala di oggi,
io con le mie inutili lettere
da spiegare, lei con tutti i giorni
del mare e del deserto da
attraversare.
Ripeti, ca-sa , so-le , to-po.
Si, l'australiano gioca in borsa
e balla il tango da 7 anni.
Si, Somalia, marocco, Australia
tutti la stessa marca di cellulare
Ecco, primo piano, la peruviana
con il pazzo che conosce de niro
secondo gli ottantenni che
vanno in nave in Egitto
terzo i trentenni che vanno
in India
quarto i rumeni che mi svegliano
in piena notte
e se dormo di pomeriggio
ci pensa l'uomo del sax
a tenermi sveglio
Appende il suo cappotto rosso
fuori moda, stretto in vita
e svasato sotto, col collo
di pelliccina nera e l'asola
ormai troppo slargata.
Le scarpe col tacco da rifare,
il rossetto opaco di una marca
scadente, il profumo
NinaRicci che mette da quando
aveva ventanni e che oggi sembra
una veletta di vedovanza.
I soldi del caffè oggi li risparmierà
le sigarette no, quelle deve averle
Forse non le fumerà, ma vuole sentirle
in tasca.
Questi occhiali son sempre da pulire
o questa vista si annebbia un po' per giorno
Eppure ha ancora infilato l'ago
che era l'altro giorno.
Certo, erano quasi vent'anni ormai
e ci aveva ancora le sue cose,
e mi ricordo anche
che Micio era ancora vivo.
Questa tessera da presentare alla cassa
non è una bella figura, che tutti sanno
che sono pochi soldi,e vanno tutti
nel mangiare.
Se soltanto la figlia, ritrovasse
un lavoro.
Perso il marito, perso lo stipendio
chi si prende cura della nipotina?
Ecco, una volta tanto
mi apro una lattina del mio caffè preferito
come fosse una droga dei poveracci
mica la cicoria del tempo di guerra.
D'improvviso, una musica
la cattura mentre sta per svoltare
l'angolo, e nella sua mente incontra
Mario, che la invita al ballo.
Ancora da sposare, da conoscere
la vita.
E sorride, mentre cade un'altra foglia
d'autunno.
Se mi accadrà di andare a vedere
quanto spazio veramente
c'è fra atomo ed atomo,
non credeteci.
Starò mettendo una piuma
nell'ingranaggio del mondo
per incepparlo, per una volta
e dimostrare che anche da ingenui
si puo' non essere
cretini.
Se d'improvviso, la mia dose di spazio
per fare l'ombra quotidiana
dovesse interrompersi,
negate.
Mi sto nascondendo per far girare
attorno un caldo che abbracci
le case umide senza bagno
dove i figli dividono
una stanza con gli scarafaggi.
Sperare puo' essere
non ultima illusione.
Se all'ultimo qualcuno racconterà
d'una mia ,ultima, tardiva
definitiva conversione
non dubitate.
Una possibilità è sempre rimasta
a ciascuno di noi, senza dover credere
a un titolare assente
d'un mondo di blasfemi.
Mi piacerebbe essere in una foto
che fiorisce ogni anno a primavera
un tempo ritrovato
ancora dentro un tuo sguardo
ancora non consumato.