Dentro la ciotola di terracotta
con la cipolla, l'olio e i pomodorini,
insieme al rametto di rosmarino
ci metto anche un pizzico dal gusto
aspro,e attendo.
Che tra i soliti indugi della lingua
nel cercare la strada di casa, la poltrona
comoda dove allungarsi
che tra il posarsi delle mani
nel punto esatto dove ieri
le lasciai, in forma di scia di polvere trattenuta,
zampilli improvviso
un aprirsi degli occhi
refòlo di vento nel golfo.
Me barca, te acqua
insieme ai pesci volanti,
mutanti,ansanti.
Oasi.
Oasi di basilico
nel rosso pomo che sobbolle
Corno d'Oro di Instanbul
Ah, la malia del seguire
l'ordito dei tuoi arazzi..
Le pazze
Un incontro con le Madri di Plaza De Mayo
Tascabili Bompiani
maggio 2005
9,50 Euro
Premio Nonino 2006
"A un maestro del nostro tempo"
“Ci chiamavano le pazze, e qualcuno pensava che fosse un’offesa. Certo, ci mettevano dentro tutti i giovedì, e noi ritornavamo. Ma noi sapevamo di essere pazze d’amore, pazze dal desiderio di ritrovare i nostri figli… Abbiamo rovesciato il significato dell’insulto di quegli assassini. A volte sono proprio i pazzi, insieme ai bambini, quelli che dicono la verità.”
Dopo il golpe del 24 marzo 1976, le Madri argentine di Plaza de Mayo ebbero il coraggio di sfidare la dittatura, decise a ritrovare i figli scomparsi. Solo in seguito seppero che i militari avevano sequestrato e ucciso trentamila oppositori politici, ragazzi e ragazze torturati nei campi di concentramento clandestini disseminati nell’intero paese, gettati in mare con i “voli della morte”. Furono le porte che si videro chiudere in faccia nei tribunali, nelle chiese, nei commissariati, a dar loro la misura del potere che le soverchiava e a spingerle in quella Plaza de Mayo dove avrebbero dato vita alla storica marcia che da ventotto anni continua ancora oggi, ogni giovedì. La grande fama che hanno conquistato nel mondo con il loro coraggio non le ha cambiate: Madri non più dei singoli figli ma simbolicamente di tutti i trentamila desaparecidos, non hanno smesso di fare della maternità un potere irrevocabile, capace di generare sogni, progetti, relazioni, in una straordinaria indicazione di pratica politica che va ben oltre la storia argentina. “Le pazze” scrive l’autrice, che nel libro ha reso tessuto narrativo un dialogo che dura da più di cinque ani, “non è un racconto sulle vittime, ma un racconto sulla resistenza; la resistenza della vita sulla morte, del dar vita materno sul dar morte dei regimi.”
Daniela Padoan collabora con “Il Manifesto” e con la rivista “Via Dogana”; ha lavorato come autrice per Rai Educational e per RadioRai. Tra i suoi libri, Miti e leggende del mondo antico (Sansoni 1996) e Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani 2004). Ha curato Il cuore nella scrittura. Poesie e racconti delle Madres di Plaza de Mayo (Ediciones Associaciòn Madres de Plaza de Mayo, 2003) e ha realizzato un documentario sulle Madri di Plaza de Mayo per Rai 3.
dalla copertina
E' importante leggerlo.E farlo conoscere.
Il 24 marzo ricorre l´anniversario del golpe che nel 1977 insanguinò l´Argentina, provocando la scomparsa di trentamila desaparecidos. Le madri di questi giovani - studenti, sindacalisti, operai che si opponevano alla dittatura - iniziarono a radunarsi ogni giovedì in Plaza de Mayo, davanti al palazzo del governo, a chiedere giustizia per i propri figli. Nacque così l´associazione delle Madres de Plaza de Mayo. A ventotto anni di distanza, la nuova presidenza Kirchner sembra finalmente aprire nuove speranze per il paese: ne parliamo con Hebe de Bonafini, presidente delle Madres.
Ho incominciato ad interessarmi alla questione dei desaparecidos
leggendo Massimo Carlotto.
Poi ho voluto cercare altri libri, accorgendomi che in italiano non c'è molto, e non è facile trovare le case editrici dei libri pubblicati
Questa ricerca e queste letture le sto condividendo con Lam: cerchiamo i libri, ci dividiamo gli acquisti, ci scambiamo le angosce e le rabbie delle scoperte che facciamo.
Perchè scoprire l'impunità di un ceto politico e militare che ha torturato e ucciso dal 1976 al 1983 30.000 persone, senza che nessuno scoprisse, protestasse...è impressionante.
Impressionante è anche sapere che i militari hanno dato in adozione i figli dei desaparecidos assassinati(magari a militari o loro parenti)
Impressionante è la resistenza delle madri di Plaza de majo.
Vorrei cercare di dare conto, in questo tentativo di monografia, delle ricerche sull'argomento.
Come risposta allo sgomento.Come partecipazione ad un lucido dolore.
Percorsi di ricerca libraria sui Desaparecidos argentini( work in progress):
1)CARLOTTO Massimo, le irregolariEdizioni E/O, 1998.
Un reportage, molto passionale, da uno dei migliori scrittori italiani. Massimo Carlotto è il nipote di Estela Carlotto la presidente dell' Associazione Abuelas de Plaza de Mayo che si occupa dei bambini nati in clandestinità e dati illegalmente in adozione
2) rolo diaz vencer o morir il saggiatore saggio, sul periodo dei desaparecidos
3)elsa osorio i vent'anni di Luz tea romanzo sulle torture
4)daniela padoan le pazze tascabili bompiani incontro con le madri di plaza de mayo,bellissimo. (questo libro è da comprare e leggere, subito! e passareparola..)
5)CALAMAI Enrico, Niente asilo politico. Diario di un console italiano nell' Argentina dei desaparecidos, Roma, Editori Riuniti, 2003. Enrico Calamai racconta la sua esperienza di console a Buenos Aires durante gli anni della dittatura. Riuscirà a salvare circa 400 persone dalla repressione argentina e cilena.
I tuoi genitori sono desaparecidos: come te li immagini?
WADO: Vedo due persone felici, giovani, come nelle foto. E poi sempre in azione, costantemente impegnati. Chissà se ho preso da loro, perchè io mi appassiono alle cose, cerco sempre di provare sensazioni forti, di sentire le vertigini...
Li vedi giovani?
WADO: Sì, giovani, non riesco nemmeno a pensarli vecchi. L'associazione H.I.J.O.S. organizza manifestazioni pacifiche di denuncia sotto le case dei torturatori e sequestratori cha hanno operato durante la dittatura militare dal 1976 al 1982 in Argentina.
Queste persone sono oggi liberi cittadini perché hanno goduto dell'amnistia prevista dalle leggi di "Punto Final" e "Obediencia Debida". Gli abitanti del quartiere, preso atto di chi sia il vicino di casa, organizzano spontaneamente la loro protesta: il panettiere non gli vende più il pane, il giornalaio non gli porta più a casa il giornale, la gente gli toglie il saluto: vengono simbolicalicamente puniti perchè giustizia non c'è stata.
Questa manifestazione si chiamaESCRACHE.
Note di Regia dal libro: "Argentina 1976-2001 Filmare la violenza sotterranea" di Marco Bechis, Ubulibri
Scarpa Tiziano, Venezia è un pesce. Una guida, 6 ed., 2003, 128 p., Euro 6,00, "Universale economica" Feltrinelli
Tiziano Scarpa non una guida vera e propria, piuttosto vi accompagnerà in punta di piedi verso un’avventura sensoriale, vi racconterà cosa può succedere al vostro corpo a Venezia. Parla e ‘sussurra’ la ‘corporeità’ della Serenissima, rivolgendosi in realtà a tutti gli innamorati di questa città straordinaria per incoraggiarli a prendere le sue parti: difenderla, proteggerla, evitarne il degrado consumistico.
Libro molto bello e di una leggerezza mozartiana. Devo la sua lettura
«Durante la dittatura ero una militante, non nella lotta armata, ma nello schieramento di sinistra certamente sì. Ricordo la paura, quasi paranoica, che provavamo. Per i militari noi studenti, in particolare quelli di lettere e filosofia, eravamo tutti dei potenziali criminali. Mi trovavo a "ripulire" la casa con l'incubo di una perquisizione in ogni momento. Qualsiasi cosa avessero trovato poteva essere elemento d'accusa. Una volta, mentre partivo per la Francia, fui bloccata all'aeroporto perché avevo nella borsa un libro di Tolstoj. Un autore russo costituiva di per sé motivo di grave allarme».
Elsa Osorio è una scrittrice argentina non ancora cinquantenne, da qualche tempo trapiantata a Madrid. Bionda, minuta, dall'aspetto dolce e deciso insieme, ritorna con angoscia a quel periodo del suo Paese, dal '76 all'83, e prova a ripercorrerlo in parallelo con le vicende narrate nel suo nuovo romanzo, «I vent'anni di Luz». La protagonista delle prime pagine è, appunto, una studentessa comunista, Liliana, incinta del fidanzato Carlos, arrestata come sovversiva e costretta a partorire in prigionia. Nasce una bambina (Luz) e comincia a dipanarsi la complicata vicenda: mentre la madre, mandata segretamente a morte, scompare nel nulla, la piccola finisce, grazie a un repentino cambio di nome, in casa di un generale che ne fa dono alla figlia, felicemente sposata ma sterile. Sarà la bambina, poi adolescente, poi giovane donna a scoprire la verità, attraverso un drammatico itinerario che si concluderà soltanto ai nostri giorni.
«L'idea ? spiega Elsa Osorio ? m'è venuta durante uno dei miei periodici ritorni in Argentina. Stavo scrivendo un altro romanzo, ma mi fermai a riflettere sui segreti, anche terribili, che custodisce la nostra società e rimasi turbata in modo speciale dal mistero di questi ragazzi, tanti, tantissimi ragazzi, senza identità». Perché non prendere spunto dalla cronaca (o storia recente) quando offre invenzioni tanto paradossali e crudeli come quella dei figli delle vittime che diventano amorevoli e non di rado riamati figli degli aguzzini? «Questa guerra non è contro i bambini», si dicevano in tono benevolo generali e colonnelli durante il succedersi delle giunte votate a debellare «con ogni mezzo» il terrorismo, in una concezione allargata a colpire genericamente le simpatie di sinistra. Era un'assurda doppia morale, per cui le donne si uccidevano senza esitazione purché a gravidanza conclusa, ma anche il pretesto per un traffico di neonati destinato a soddisfare le famiglie senza prole di militari e poliziotti o di cittadini di sani principi. Oppure, come suggerisce la Osorio, il motivo per una piccola selezione razziale perché, in un Paese dove le sembianze europee sono più pregiate di quelle indie, a passare di mano erano quasi sempre i neonati biondi, dalla pelle liscia e dagli occhi azzurri.
I casi di figli rubati alle «desaparecidas», emersi un po' alla volta e in ritardo dopo la fine della dittatura, sono molto numerosi. Secondo l'associazione delle Nonne della Plaza de Mayo, sarebbero più di 500. E i casi documentabili, nel senso che si è scoperta traccia di nascite senza che ad esse corrispondano bambini con il giusto cognome, quasi 300. Il frutto della disperata, tenace ricerca di queste donne non più giovani, che vivono nel ricordo della tragedia familiare e vorrebbero almeno conoscere i nipoti, ha portato a una sessantina di identificazioni, alcune delle quali, le ultime, facilitate da Internet.
«L'angolo visuale del mio racconto ? interviene la scrittrice ? è però differente. In genere, le indagini sono state condotte dai parenti degli scomparsi. Nonne, nonni, zii, suoceri, cugini: adulti che si sono messi a cercare ex neonati giunti intorno ai 20 anni. Proprio nelle settimane scorse il poeta Juan Gelman, mio connazionale, è riuscito a rintracciare in Uruguay la nipote, al termine di infinite peripezie. Nel racconto, invece, è una ragazza non reclamata da nessuno che percepisce qualcosa di o scuro e tormentato nelle proprie origini e decide di intraprendere il cammino a ritroso. Con l'aiuto di altri personaggi, ravveduti dopo essere stati complici o conniventi, scelti un po' come esempio di una società che non volle vedere ma poi ha dovuto, per forza, togliersi la benda».
Una prospettiva nuova, dunque, come originale è la struttura narrativa. Pur usando materia da feuilleton (il finto padre e la madre cattiva) e dando sfogo alla sua passione politica, Elsa Osorio non scrive un romanzo d'appendice né un pamphlet, bensì una storia di sentimenti, avvincente come un giallo nel quale s'intersecano voci, tempi e scenari. Lei, che è anche sceneggiatrice cinematografica, spera di trarne un film. «Ma a patto ? conclude ? che trovi un regista disposto a evitare ogni tentazione truculenta. Niente stanza delle torture. L'Argentina ha già sofferto abbastanza nella realtà».
Il libro «I vent?anni di Luz» di Elsa Osorio è edito da Guanda (pagine 355)
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iBS
I vent'anni di Luz
"Quel giorno Miriam entrò diverse volte in camera di Liliana. Si conobbero in poche ore come molti non arrivano a conoscersi in tutta una vita."
Questi ultimi mesi hanno richiamato alla memoria, e alla coscienza, di molti i tragici fatti accaduti in Argentina durante la cosiddetta "guerra sporca". Prima di tutto l'intensissimo film di Marco Bechis, Garage Olimpo e oggi questo libro di Elsa Osorio che, per certi versi, lo richiama e lo completa. Se Bechis mostra direttamente (pur senza far vedere direttamente le torture, ma solo evocandole attraverso suoni, luci, espressioni) il luogo dove venivano portati i prigionieri politici, qui la maggior parte del romanzo è memoria, narrazione differita. In entrambi i casi però la brutalità gratuita dei militari, la naturalezza della loro malvagità, il considerare "lavoro" e banale routine, atti che ripugnano anche alla più insensibile delle coscienze, crea un forte malessere, un disagio profondo, una ribellione rabbiosa in chi vede o legge.
Questi terribili terroristi che dovevano essere eliminati sono ragazzi, studenti, spesso addirittura adolescenti che, nella piena coscienza del rischio, avevano deciso di ribellarsi alla dittatura ed è ancora più stridente la rozza e barbara crudeltà degli adulti, dei potenti.
La storia che Elsa Osorio ci propone è collocata nel 1998, ma gli eventi, che prendono vita attraverso il dialogo tra Luz e Carlos, risalgono a ventidue anni prima, quel 1976 che per l'Argentina ha rappresentato l'anno della più feroce delle repressioni e del numero maggiore di desaparecidos. Luz si è recata in Spagna da Buenos Aires per ritrovare Carlos ed è il loro colloquio che fa da elemento conduttore del racconto. Ma chi è Luz? È una ragazza che, a vent'anni, ha scoperto di non essere davvero figlia della famiglia in cui è cresciuta, ma di essere stata strappata, poco dopo la nascita, alla vera madre, una desaparecida, uccisa poco dopo la sua nascita e di un uomo (Carlos), sfuggito miracolosamente all'agguato in cui la sua compagna era stata catturata, e rifugiato in Spagna. Gli eventi più lontani sono richiamati in capitoli che vengono collocati in quegli anni e che hanno in Miriam la narratrice. Miriam è appunto una figura chiave: all'oscuro, per superficialità come era accaduto a molti, di quello che stava accadendo nel suo paese, legata a un militare violento, desiderosa solo di avere un figlio (cosa per lei impossibile dopo una serie di aborti), accetta prima l'idea di poterne avere uno "in regalo", poi di accogliere per qualche tempo una ragazza prigioniera e la sua bambina. Miriam sa che la bambina verrà strappata alla madre per essere data alla figlia di un superiore del suo compagno a sostituzione del figlio che questa aveva avuto e che era morto nel parto. Giorno dopo giorno inizia a crearsi un legame tra la prigioniera e la sua carceriera che prende sempre più coscienza dell'orrore di cui si stava facendo complice. Giunto il momento della consegna, uccisa la ragazza e rapita la bimba, Miriam giura a se stessa che un giorno le avrebbe fatto conoscere la verità. La scena poi si sposta: è la famiglia in cui Luz cresce ad essere esaminata, nonni e genitori. Il nonno è uno dei generali responsabili della persecuzione contro i cosiddetti terroristi, la nonna ne è la più odiosa delle complici. L'unica figura positiva è quella di Eduardo, il padre "adottivo" in un primo tempo inconsapevole della vera origine di quella bambina e totalmente succube del suocero. Negli anni però, grazie anche all'incontro con una lontana innamorata, prende coscienza della verità, ha in odio se stesso per quello che ha fatto, decide di rivelare tutto e questo gli costerà la vita.
La vicenda ha un finale, per quanto è possibile, lieto: Luz ritrova la propria identità, il padre vero e la nonna materna, grazie anche all'aiuto delle Abuelas de Plaza de Mayo.
Se chiediamo, e lo chiediamo, che la memoria per fatti storici lontani ormai più di cinquant'anni resti viva, ancora di più siamo grati a chi, con l'arte, riesce a farci impallidire davanti alla violenza e alla crudeltà che in più recente epoca hanno insanguinato il nostro mondo.
I vent'anni di Luz di Elsa Osorio
Titolo originale: A veinte años, Luz
Traduzione di Roberta Bovaia
Pag. 355, Lire 28.000 - Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-230-7
L'autrice
Elsa Osorio è nata a Buenos Aires e risiede attualmente a Madrid dove insegna lettere. Ha scritto sceneggiature cinematografiche e televisive. Tra i suoi libri Mentir la verdad, Cómo tenerlo todo, Las malas lenguas. Grazia Casagrande e Giulia Mozzato
Calliope Stephanides, rara specie di ermafrodito, ha vissuto i primi anni della sua vita come bambina, fino a quando l'arrivo della pubertà l'ha sottoposta a inevitabili trasformazioni. Responsabile della sua 'eccentricità biologica' è un gene misterioso che attraversa come una colpa tre generazioni e che ora si manifesta dando inizio all'odissea di Callie: un viaggio che ci proietta nei sogni e nei segreti della famiglia Stephanides, tra furbi imprenditori e ciarlatani, sagge donne di casa e improbabili leader religiosi, in un alternarsi di nascite, matrimoni, scandali e segreti, che dalla Turchia ottomana si trasferisce nell'America del Proibizionismo e della guerra, dei conflitti razziali e della controcultura, del Vietnam e del Watergate. E' un mito contemporaneo quello che Eugenides ci racconta, un romanzo di trasformazioni che affronta i temi più dibattuti dell'epoca moderna, da quello dell'identità a quello del tempo, in una sublime combinazione di elegia, avventura e analisi storico-sociale.
Ermanno Rea(Napoli 1927) vive tra Milano e Roma. Giornalista, ha collaborato con numerosi quotidiani e settimanali. Ha pubblicato: Il Po si racconta: uomini, donne, paesi, città di una Padania sconosciuta (1990; nuova edizione rivista, 1996); L'ultima lezione (1990), sulla vicenda dell'economista Federico Caffè; e Mistero napoletano (1995, Premio Viareggio per la narrativa 1996), storia di una comunista della Napoli della guerra fredda. Nel 1998 è uscito presso Rizzoli Fuochi fiammanti a un'hora di notte (Premio Campiello 1999).
"Noi amavamo Bagnoli. Perché rappresentava mille cose insieme ma, prima di tutto, perché incarnava ai nostri occhi un salutare contro-cartolina della città. L'amavamo perché introduceva in una città inquinata - la Napoli della guerra fredda, dell'abusivismo selvaggio, del contrabbando - valori inusuali: la solidarietà; l'orgoglio di chi si guadagna la vita; l'etica del lavoro; il senso della legalità..."
Dopo circa un secolo di vita l'Ilva, la grande acciaieria di Napoli, è condannata a scomparire e Vincenzo Buonocore, ex operaio diventato tecnico delle Colate Continue, viene invitato a sovrintendere allo smontaggio del "suo" impianto, venduto alla Cina. Buonocore non si sottrae, decide anzi di buttarsi a corpo morto in questa impresa sino a farne il proprio "capolavoro", l'appuntamento più importante della sua vita professionale. Storia di un'ossessione tutta privata, dunque? Nient'affatto. La dismissione intreccia fili di ogni genere, e se è vero che la nevrosi di Buonocore si colloca al centro del vasto ordito, altrettanto certo è che essa vi sta soprattutto come riverbero di un dolore collettivo, come specchio di una più generale nevrosi che investe la metropoli nel suo insieme, da sempre alla ricerca di una modernizzazione mai raggiunta; da sempre in bilico tra la sua passione per il lavoro e una sorta di biblica condanna all'arte di arrangiarsi. Ferropoli avrebbe dovuto essere lo strumento del grande riscatto di Napoli; avrebbe dovuto entrare nel vicolo e bonificarlo; avrebbe dovuto essere l'antidoto contro tutte le malattie, distillato dal sacrificio e dall'esempio di generazioni di operai: nonni, padri, figli, un corteo senza fine. Invece... La fabbrica che lentamente si disfa e scompare - un rumore ostinato, quasi una marcia, un basso continuo che accompagna questo libro dal principio alla fine - è il suggello del fallimento. Cent'anni di storia in fumo. La stessa ossessione di Buonocore - smontare le Colate Continue "a regola d'arte" senza provocare il benché minimo danno all'impianto - inquieta come un tagliente atto d'accusa. Sin qui la struttura del libro, il suo scheletro, ciò che si nasconde sotto il formicaio. In primo piano gli operai, i riti dell'altoforno, le beghe, le solidarietà, le grida di rabbia, l'angoscia che si fa in parecchi casi di malattia, di depressione. In primo piano soprattutto lo sgomento di Bagnoli, il quartiere che perde di colpo tutte le sue sicurezze e che per noi ha principalmente il volto di una giovane donna, Marcella, che con la sua gioventù la sua bellezza e la sua malinconia rischia di sconvolgere ancora di più la vita di Buonocore. Ma se Marcella sta al centro del palcoscenico schiacciata dal peso del suo amaro destino, vastissima è la folla di uomini e di donne che la circondano, personaggi reali ma anche di fantasia, che fanno di questo libro, oltretutto, un caso quasi senza precedenti di incrocio di generi. Con La dismissione Ermanno Rea conferma la sua vocazione al romanzo civile rivelandoci, controcorrente, che un libro di narrativa può ancora scommettere con l'impegno e aprire la letteratura alla storia contemporanea.
Biagio Marin nacque a Grado nel 1891 (morì nel 1985). Si è sempre mantenuto fedele alla linea inaugurata nel 1912 con la prima raccolta in dialetto gradese, Fiuri de tapo. Legato da radici profondissime alla propria terra e ai motivi di una cultura arcaica marinara, ha costruito una elegia che esprime l'amore, le gioie e i dolori dell'esistenza, le memorie del passato, con un canto tra il quotidiano e il magico, dove il dialetto acquista particolari risonanze. Nel volume I canti de l'isola (1951) sono confluite le sue poesie giovanili. Tra le altre raccolte si ricordano: Dopo la longa istae (1951), Elegie istriane (1963), El mar de l'eterno (1967), Al sol calào (1974), Pan de pura farina (1976), Stele cagiú e (1977), In memoria (1978), Nel silenzio più teso (1980), La vose de la sera (1985). Un'ampia raccolta di inediti si trova anche nel volume Poesie (1981).