martedì, 30 ottobre 2007

"Può darsi che non ti sia necessario
notte;
dall'abisso dell'universo
come la conchiglia senza perle
sono stato tratto dalla tua riva."

La conchiglia e altre poesie
di Mandel'stam Osip
                                                    



Perché per scrivere, c’è bisogno di notte
per sopravvivere,  dell’inizio del giorno.

A pensarci bene, è veramente poca cosa
quattro lettere in croce
per correre insieme un paio di isolati.
Quando a me
restano quartieri ,
solai alti, scantinati.

A rovistare nei miei cassetti, rinuncio.

Attendo poche gocce,  evase
levità d’aria fuggita
dalla fissità dei viaggi
con le suture nette
di chi lascia amici .

Ne sento il corpo e l’ombra
definisco vesti e consistenza :
chiedono 
avvolgono
segnano.

Capisci perché ti cerco gli occhi
per scacciare
notturne fauci
in forma di gelo ?

Va bene, apriamo insieme
un mandarino.
Non è il momento ,
non è atteso.

Irrompe sole
a carta vetro.

Così, così, così.


Lino Di Gianni

linodigianni alle 13:07 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura
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domenica, 28 ottobre 2007
[...Con la falce nell'erba
frusciava il mio baleno :
il papavero ardendo sullo stelo
e ciascun boccio sereno
in abbandono ancor vivo
a tagliarlo pativo,
e accanito godevo
con la falce nell'erba.
Erba recisa che sempre rinasce,
se dove ruminando
è mucca e latte
per vivace concime
ritorna alla radice...]
 
da Canti Anonimi. Clemente Rebora
 
Disclaimer
 
Tutta questa impudicizia
nel mostrare
mutande sporche
pensando che
qualcuno.
Qualcuno capirà.
 
Tutto questo sforzo
per portare la parola
ad articolazione intelligente,
quando basta solo
un urlo quieto,
senza attirare
sguardi di nessuno,
pantaloni smessi
sulla sedia.
 
Mi dicono :
scrivi per farti capire, no?
Mancano i binari per seguirti.
 
Io apro la finestra,
il vetro incontra un raggio
il fastidio degli occhi.
Niente più che
il segnale d'una presenza
forse un'occasione di vento

Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl'intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent'anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d'oro, luna piena, le nevi dell'inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.
Rocco Scotellaro 


I monacielle

Sono le streghe dispettose
che si dice ai bambini
vengano su dal camino
sotto forma di scintille.
 
Quando al sud c'era la magia
( quella che i " ricercatori"
poi trovavano )
c'era tanta ignoranza
ma anche tanta costumanza.
 
La chiesa ti mangiava da vivo
ma poi ti lasciava in pace per morire.
Non come questa nuova religione
che ti affama e rincoglionisce in vita
e l'accanimento finisce
se vogliono loro.
 
I monacielli oggi m'hanno truvat
sto triste, calmo e aspetto
Sono i gioni dei murt
e bisogna rispettare
questo regno silenzioso che s'incontra.
 
 
Sottotraccia
 
 Mia amata, ti scrivo dalla tolda
di una nave ancorata
tra le alghe dei
Sargassi.
 
Nei giorni che trattengono
i nostri fiati sottocoperta
e svuotano zèfiri e libècci 
vorrebbero
condannarci al
reflusso sottotraccia
 
( Isole che vediamo
nel salto dei pesci-luna
quando ti chini a specchio )
 
Lo sai che non resisto
a cercare coralli
ossidiane e pescetti-acciughe
che sguazzano nel palmo delle tue mani
 
Mia conchiglia, paguro
vizio del sole caimano
ènfiati , golfo mistico del mio teatro.
 
 
linodigianni alle 15:27 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura
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giovedì, 25 ottobre 2007





Vorrei ringraziare molto la mia amica Zena (
colfavoredellenebbie )
per questo suo grosso e spontaneo regalo .

E' una prefazione alla seconda raccolta di  mie "poesie**",
"
Le Temps des Cerises "
a cui le
FeaciEdizioni hanno generosamente ri-dato ospitalità
dopo la prima  raccolta pubblicata "
Un 'occasione di vento
"

Uno dei casi in cui la quarta di copertina,
vale più del contenuto.

" È tanto fondata nel vivere e nell’aver vissuto, la poesia di Lino Di Gianni, da sembrare di volta in volta una panchina, un banco del mercato, oscillante fra stoffe e pesci, un’aula o una cucina, dove basta uno strofinaccio pulito per fare tavola e tovaglia.
Una casa, soprattutto.
Perché, lì, gli spazi si contraggono, fino a tener vicini i tempi e le presenze.
Perché, lì, gli oggetti si prestano i fumi e i pensieri: in forma d’immagine pellegrina che fa dire, altrove, di occhi,/ caldi/ come patate cotte sotto la cenere.
Perché, lì, i viaggi scelgono la forma e hanno lunghezze e transiti d’amore: tavola, divano, letto.
 
Leggere la poesia di Lino Di Gianni, allora, trova il senso e la via dei gesti quotidiani: come tagliare il pane, incontrare il suo interno forzandone passaggi/ le difese.
Si esce puliti e leggeri: niente è in vendita, niente appare.
Dentro le piccole vite nelle casseruole, la parola trova un nitore essenziale. La sua verità."

Zena Roncada 

Grazie tante anche a Giovanni Monasteri ( Proteus )
della redazione FeaciEdizioni 
per le sue parole di apprezzamento:

[...Una scrittura appassionata, ironica, affamata, onnivora, che sembra voglia inglobare tutti i momenti della vita. Un linguaggio piano e friendly, con qualche deciso sussulto
espressionistico, qualche dissacratoria asperità e improvvise acutezze liriche...
Il tutto è di una grande vivacità... ]


Giovanni Monasteri

Grazie molte, infine a chi legge e a chi lascia il suo commento.
La spazio più reale, di una ricerca di parole, credo sia
quello delle sintonie casuali che innesca.

** per casi come le mie scritture, non parlerei di poesia
    ma di ricerca di parole.

 Sono state  pubblicate le raccolte di poesie 
e sono disponibili in rete, in forma di e-book,
 

"In levare" di Massimo La Spina

 "Le parole nostre" di Teréz Marosi



su
 FEACI POESIA
www.feaciedizioni.it

 

linodigianni alle 22:11 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura
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mercoledì, 24 ottobre 2007

Gattàre.

 

In queste mattine intiepidite

penso a tre cose, dentro un frastuono.


Ho poche energie,

e bastano appena

per fronteggiare gli obblighi.

Per il di più, dipende.
( Ruoto nel mulinello ).

 


Più che lo sguardo
veggente,
è calzar scarpe,

usando quelle sfatte.

 

Altri portano fuori il cane,

facendo i 5 piani.

Io sorveglio le parole

gattàre diffidenti.

 

 

In quella stanza per te, rivolta ad Oriente

zufoli sempre  le stesse armonie.
(Ciascuno di noi,

prega ?)

 

L'energia, lo sguardo

e le parole

bastano appena.

Per il di più,

dipende.

 

 

 

 

24 ottobre 2007

“ Io e mio fratello Ciovanni erimo inafabeto, perché alla scuola non ci avemmo potuto antare, però, con la boca che ci avemmo, nessuno si lo poteva credere che erimo inafabeto”
Vincenzo Rabito. Terra matta. Einaudi


A cu-ccu-‘a- sc *

Un nervo che muove
a infinito struggimento
il vederti lenta nel
reagire.

Appoggiare il capo chino
dal lato della mannaia
e aspettare docile
che si chiudano le vene.

Ero piccolo, e la vaccinazione
e la brioche alla crema.
Ero piccolo, e i crackers
con la spremuta a scuola.
 
Anche se ti han fatto vivere senza
un balcone,
il sole dentro
l’han visto in tanti.
 
Potessi farmi aggiustare il fiocco.


*La civetta, in pugliese
 
 
 
Solo un balcone
 
 
Che non dicessero di comprare palazzi
 
Che sarebbe bastato solo un balcone
e due stanze per muoversi.
 
Che le ossa non avessero a stridere,
per questo serviva
calore continuo, a giorno.
 
Che tutto questo lo chiedessero da grandi,
 
quando già avevano figliato, scoperto la mano che
si abbatte sulla faccia;
la bocca che grida sotto gli occhi
iniettati , a sangue.
 
Ma, di più, e ancora più colpevole
che non avessero potuto
scoprire
la Grazia,e la Gioia e la Bellezza
di una musica di Bach,
di una poesia di Zanzotto
di un quadro di Schiele
o del Don Chisciotte.
 
Per questo, e per quello
che togliete
ai nuovi bambini l'arte fuggiasca
della capriola, dello sberleffo gentile
degli occhi pieni di Maraviglia
 
Per me sarete, per sempre
Dalla Parte del Torto
 

AutoDaFè

Non so scrivere domande,
questionari, tabulati
Non so leggere Bandi,
partecipar concorsi.

Se viene di farlo,
penso allo sparire delle varietà
dei semi.
Necessità
di  capire di più sui terreni.

(Mi imbambolo a leggere
le pagine di giornale incartate )

Non riconosco i broccoli
dalle cime di rapa
o le Mazze di Tamburo.
Non mi piacciono
i Tartufi.

Non capisco di macchine,
di olio o di frizioni,
nè pastiglie dei freni.

Mi piacerebbe
far sopravvivere
il bosco della festa:
il pungitopo, la pervinca e la convallaria,
il sambuco, il nocciolo, e il bosso.

Verso l'acqua e il bambù fa la sua presenza
così come una sola pianta
di elleboro

linodigianni alle 04:20 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura
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giovedì, 18 ottobre 2007

Tagliar l'erba
nel sottopancia della notte,
a fare la strada in macchina, anzitempo.


Il basto del cielo
si alleggerisce, mi fermo.
Una stella ( Unica, imbarazzante
nel lattecagliato)


Le ansie mi portano
a essere la cucitrice
di Vermeer, buona solo a fare gli orli
in un tempo dentro un quadro.


Fortuna che il telegrafo che tengo
sulle ginocchia
ogni tanto mi consegna dispacci
sui flauti che suonano,
sui bambini che cercano i Maya,
sugli zufoli della Pitela di Elia.

 

 

 

 

ps. per qualcuno interessato
uscita la seconda raccolta di poesie
sul bel sito Feaci Edizioni
linodigianni alle 20:31 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura
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venerdì, 12 ottobre 2007
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From: vagifabilov
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linodigianni alle 21:54 in:
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giovedì, 11 ottobre 2007

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 " Io devo andare,padre,devo. Ora.
Non importa se avrò le gambe spezzate.
I miei occhi raccoglieranno tutto dentro.
Mio cucchiaio , acqua nera.
Madre, volerò."
(dal discorso di Gia-neT, prima di..)

Gia-ne-T non so se ha 20 o 40 anni
si nasconde se le viene da ridere.
Forse  una vergogna.
Ha occhi bui e siepi

Tra e me lei ci scambiamo segni
G,gatto-dico io

Non so se ci  troveremo al ponte.
Ora  sembra
un Griot nella savana,

I suoi 6 anni,
restituiti, un po'.

linodigianni alle 19:26 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura, italiano per stranieri
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martedì, 09 ottobre 2007


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From: ananke85
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dalle 14 alle 19

Arrivo molto prima, mi preparo le schede, divise per livello 
( indispensabili per la mia sopravvivenza fisica, se no mi picchiano)

Entrano alcune donne straniere dell'anno scorso.Secondo livello.
Devono prendere i figli che escono da scuola alle 16,30 - sono contente
di ritrovarsi, di studiare, di sentirsi molto più preparate delllo scorso anno.
Parlano bene, in italiano, tra loro e sono diventate amiche
(vengono dalla Russia, Ucraina, Francia, Polonia, Portogallo,Cuba, Senegal, Marocco,Germania)


A dirle così, le nazioni da cui provengono, non dice niente.

Per me, sono viaggi che devo inziare per traghettare ciascuna di loro
in una" No Man' s Land" dove introdurre lingue
e codici di mediazione .Se no il gruppo non regge.

Dopo che ti conosci da un anno, è più facile -per me e per loro.
Sono corsi gratuiti, statali ( le vecchie 150 ore) a iscrizione e frequenza liberi.

Il che vuol dire che se qualcosa non convince, non vengono più.

(Ma se tornano, ciascuno diventa sempre più esigente
(per esempio adesso vogliono la certificazione universitaria di Siena,
la Cils, a cui dovrei prepararli).

POi ci sono le persone nuove da accogliere.
Ieri sono arrivate dalle Mauritius, dalla Gran Bretagna,
Mattews dagli Stati Uniti, e due ragazze di 17 anni dall'Islanda
( ma non funzionavano tanto, ridacchiavano..al mattino vanno al liceo italiano
per uno scambio annuale.)

Io ero sommerso dalle carte disordinate
dai libri e dai test d'ingresso.Anche perchè quelli del primo livello,
essendo il primo giorno, hanno sbagliato orario e sono piombati da me
nell'orario dell'altro gruppo.

Spero non mi capiti ancora la figura terribile che ho fatto, l'altro giorno,
 con una donna americana che era venuta ad iscriversi.

Aveva il bambino piccolo che strepitava tra i piedi.
Dopo mezz'ora che mi parlava fitto fitto in inglese, io, (che capivo
quasi niente) le ho detto l'unica frase che non avrei mai dovuto dire
" Can you speak English, please ?"

Ps. oggi prime due lezioni
di informatica  ad adulti italiani, dalle 18 alle 21,30.
Preparazione alla patente europea del computer (ECDL).
Speriamo di sopravvivere.

.....................................................................
aggiornamento mercoledi 10 ottobre

12 posti al corso di internet  ma oltre 24 iscritti .
Discussione difficile
per non mandare via nessuno.

A scuola con gli stranieri continuano gli arrivi.
Dal SudAfrica, dal Ghana, dalla Romania, Bulgaria.

Problema nel cercare di mettere insieme , e dividere
livelli cosi diversi:dall'analfabeta in lingua madre
alla certificazione universitaria Liv 3 di Univ di Siena.

Alcune frasi possono provocare reazioni imprevedibili.
L'interpretazione delle intenzioni spesso, in contesto
interculturale( ma non solo) è diversa.

 

 

linodigianni alle 12:05 in: storie, italiano per stranieri, stranieri, racconti miei
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sabato, 06 ottobre 2007

Non l'ho mai conosciuta bene, ero piccolo e la aiutavo a vendere al mercato.
Era molto vecchia e rugosa e curva, per me.
Con gli occhi di un azzurro slavato rallentava le ansie, guardandoti.
Parlava in piemontese,e le parole nella bocca  provocavano
come una piccola eco, uno sforzo  di comprensione che arrivava dopo.

Vendeva bottoni, calzini,cerniere.

La gente comprava,e insieme a queste cose si pagava il tempo delle chiacchiere.
Dovevo aiutarla a tirare il carrretto, perchè non ce la faceva.

Un giorno giocavo con un uovo di legno, che mi incuriosiva perchè non ne capivo l'uso.
Lei lo prese in mano, lo mise dentro un calzino e mi mostrò come si rammendava.
Io la guardavo fisso, interdetto, con un aria di serietà come se dovessi firmare un contratto.
Nonostante fossi basso, lei mi arrivava solo all'altezza del viso.
Guardandomi in faccia mi disse "Sei proprio un "mignin", hai gli occhi sempre malinconici, come se ti uscissero le lumache con la pioggia"

A Palmira, caduta e mai più rialzata, nessuno che le abbia contato tutte le ore di lavoro .
A Jole, che ogni giorno alle 5 metteva i banchi sulla piazza.
Donne che hanno attraversato il secolo attorno ai carretti,
attaccate alle biove con la mortadella, peperoni con le acciughe al verde.

E a madama Bosio, che mi fermava sempre per le scale,
e il cui marito morì per le cave di amianto di Balangero, un "brutto male"
impregnava la tuta. (Mandavano a morire,per un lavoro)

A Dorina, vedova di Cicengo, che mi mostrò
la merda e il sangue in cui nascono i vitelli,
(e come far sposare Carlin quarantenne con la ragazza analfabeta degli Abruzzi,
tramite parrocchia)

Una folla di persone, che iniziano a parlarsi per conto proprio ,
aspettando di capire da che parte ci sarà ombra, oggi.

linodigianni alle 19:58 in: scrittura, racconti miei
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venerdì, 05 ottobre 2007

Foto originale del Mate di SanTelmo

Ho incontrato Vito, oggi.
Gli ho chiesto,Vito, perchè non ti piace parlare ?
Mi ha guardato.
(Io penso che abbia avuto come la tentazione di un sorriso)
Poi ha preso un oggetto, me l 'ha dato, e se n'è andato.

Amo le persone taciturne, quando le incontro
non viene tutto quel gran parlare. Oltretutto so per certo che
molti di loro hanno scarsa memoria
dei fatti successi.
Ma memoria nulla  per le  parole :
appene dette ,subito dimenticate.

Tuttavia
si ricordano particolari lontani, con colori vividi:
come se dovessero dipingere i corvi di Van Gogh.

Allora, anzichè un nodo al fazzoletto, anch'io ogni tanto
guardo un oggetto, e mi ricordo le persone che ci stanno appese.

Il mate della Feria di SanTelmo

Lei era un maschiaccio, alta,secca e nervosa.
Entrò in classe una sera, con fare da coguaro, mi guardò e disse "Habla Espanol ?"
Sapeva già parlare abbastanza italiano, voleva solo provarmi.
Poi chiamò dentro il suo fidanzato, un ragazzo biondastro, mite e ridente come quelle pallotte piene di segatura, di pezze colorate
( Erano due campioni di nuoto argentini)
Lei mi chiese quanto costavano le lezioni di italiano per stranieri,niente, dissi io, sono corsi statali, gratuiti.
Bene, disse, dimmi i libri necessari che li imparo e poi ce li spiego a questo qui.
Lui rideva, accomodante. Lei a mitraglia mi chiese di spiegarle tre lezioni per volta.

E poi?
E poi, aspetta..guarda questa piccola zucca
dove gli argentini bevono la bevanda nazionale, il Mate..

Lui era molto alto, più di un metro e novanta
e quella faccia da bambolotto e quei capelli d'un colore indeciso
ne accentuavano un carattere meticcio.
Era molto cercato dalle altre donne del corso.
Tra loro e lui, una specie di moglie Polifemo pronta a scattare,
a trasformare in tragedia semplici approcci
di giovani donne.
Per farli gareggiare in Italia, loro stranieri appena arrivati,
erano stati adottati dall'allenatore, per ottenere la nazionalità.
Dal che si vede che esistono migranti diversi.
Un giorno che andai, invitato a casa loro, lei, vestita di rosso
mi gridò per scherzo che mi portavano
a Mar del Plata, e mi davano quel Mate per viaggiare.

Tanti anni dopo, con quella zucca di SanTelmo,
cercai di dissetare mio padre, che nel letto d'ospedale
non riuscì ad attraversare il suo Oceano Atlantico.


linodigianni alle 19:01 in: storie, scrittura, stranieri, racconti miei
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mercoledì, 03 ottobre 2007




Aglianico

Del sale
sulla coda di un gallo,
arco baleno di vecchie sdentate
Sul dorso del mulo
le gambe penzoloni,
al Lago di Rapolla,
ubriaco d'Aglianico
mi cantavano le filastrocche
di Orlando e di Guerino il Meschino
mio nonno Pasquale,
insieme ad Agrimante.


Gadgio Dilo

Qualcuno disse
guarda se l'acqua del mare
cade al rovescio.
Qualcuno guardava gli uccelli.
Altri , non importa. Facevano senza.

La coperta, arrotolata
il sacchetto e mezza sigaretta.
Le scarpe, e arrivar al pasto del mezzogiorno.
Si puzza se vivi per strada.

 Zingari bambini
sporchi , urlanti e questuanti
con le mani in preghiera indiana.
Di un padre massiccio e giovane
che canta sui vagoni come
un battelliere ubriaco.
Una madre giovane, consumata
con gonna usata
e sporca.

Si, venite, a girarci nel mosto torbido
instillate anticorpi sapidi
nei nostri  pensieri buoni.
Ci sporcheranno il bavaglino
e non mangeremo più.

Qualcuno disse
guarda se l'acqua del mare
segue il suo corso.
Qualcuno guardava gli uccelli.
Altri, non importa. Facevano senza.

linodigianni alle 05:55 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura
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martedì, 02 ottobre 2007

da “Salitàe”

Mio amor le vele,
e dopo d’ele,
le tante stele
ne le note più bele.

I òmini durmiva
e me a timon,
la barca duta in briva
nel golfo seleston.

Divin el maestral
quel bon d’istàe,
el me porteva ne
l ‘ imensitàe
savoroso de sol e sal.

Mio amore le vele,
e dopo di quelle,
le tante stelle
nelle notti più belle.

Gli uomini dormivano
io, al timone,
la barca tutta abbrivio
nel golfo intenso blu.

Divino il maestrale,
quello buono, d’estate:
mi portava nell’immensità
saporoso di sole e sale.

 

da “Vita che sempre score”

La bavisela
no ‘ veva fiào
de move la gno vela
nel mar grando de Grào.

Le caresse lisiere
per quanto fresculine,
che va per le marine,
no porta primavere.

E no le move zente umana,
per quanto mite e sana,
e le lassa la spiagia
sita e incantagia.

La bava leggera
non aveva fiato
di muovere la mia vela
nel mare grande di Grado.

Le carezze leggere,
per quanto frescoline,
che vanno per le marine
non portano primavere.

E non persuadono la gente
umana,
per quanto mite e sana;
ma lasciano la spiaggia
zitta e incantata.

Biagio Marin

 

SCHEDA BIO-BIBLIOGRAFICA
Biagio Marin nasce il 29 giugno 1891 a Grado un’isola, ora collegata alla
terraferma, dell’attuale Friuli-Venezia Giulia.
Figlio di un oste, Marin rimane orfano di madre nei primi anni di vita e viene
allevato dalla nonna pa-terna. Inizia gli studi a nove anni, a Gorizia, dove
frequenta il corso preparatorio, quindi il ginnasio di lingua tedesca, lingua
che studia di più dell’italiano, perchè cosi vuole il piano di studi
dell’lmpero asburgico. Frequenta poi le Scuole Reali Superiori a Pisino
(Istria).
Nel 1911 va a Firenze dove frequenta l’ambiente letterario della “Voce” di
Prezzolini: qui incontra scrittori giuliani come lui (Slataper, Giani e Carlo
Stuparich, Saba, Giotti), ma anche Jahier, Salvemini, Amendola; approfondisce
inoltre la conoscenza della cultura rinascimentale che un grande fascino aveva
avuto in lui dai primi studi artistici. Nel 1912 va a Vienna dove frequenta per
due anni la facoltà di filosofia, conosce la musica di Beethoven e Bach, legge
autori russi e scandinavi e incontra diverse persone fra cui il pedagogista
austriaco Forster, che non poca influenza avrà nelle sue successive scelte di
studi e lavoro. Nel ’14 torna a Firenze dove si fidanza con Pina Marini, che
sposerà l’anno successivo e dalla quale avrà quattro figli. Dopo i fatti di
Serajevo, è costretto ad assolvere i suoi obblighi militari come suddito
asburgico, ma riesce a disertare in Italia, dove vuole arruolarsi come
volontario. Ci riuscirà solo dopo Caporetto a causa della tubercolosi che nel
frattempo lo aveva colpito. Finita la Prima Guerra Mondiale si laurea a Roma in
filosofia, quindi insegna per due anni filosofia e pedagogia all'istituto
magistrale di Gorizia. Lascia però l’insegnamento per contrasti col clero
locale: aveva proposto il Vangelo quale testo pedagogico. Fa poi l’ispettore
scolastico del mandamento di Gradisca, fino al 1923, anno in cui passa a
dirigere (per 14 anni) l’azienda balneare e di cura di Grado; dal 1938 al 1941
torna ad insegnare (letteratura, filosofia e storia a Trieste), quindi (fino al
1956) fa il bibliotecario presso la sede triestina delle Assicurazioni
Generali. Profondamente segnato dalia morte del figlio Falco (25 luglio 1943),
in Slovenia), nel 1945 entra nel CNL di Trieste, diventandone presidente il 27
aprile. Dal 1968 torna a Grado dove resterà fino alla morte avvenuta nell’85.
Fra le raccolte di versi, pubblicate a partire dal 1912 con “Fiuri de tapo”,
segnaliamo: “Le litànie de la Madona” (1949), “Solitàe” (]961), “Elegie
istriane” (1963), “In non tempo del mare” (1965), “El mar de l’eterno” (1967),
“I canti de l’isola” (1970 (raccoglie tutte le poesie pubbli- cate fino al
1969), “La vita xe fiama” (1972), “A sol calao” (1974), “El critoleo del corpo
fracassao” (1976, dedicata a Pasolini), “In memoria” (1978), “Nel silenzio più
teso” (1980), “Poesie” (1981), “La vose de la sera” (1985). Biagio Marin ha
scritto anche versi in italiano (segnaliamo: “Acquamarina” del 1973) e prose;
diversi i contributi critici, fra cui quelli di Guagnini, Bo, Pasolini, Serra,
Marabini e Magris.

linodigianni alle 21:01 in: poesie, poesia
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