giovedì, 22 novembre 2007, ore 04:31

Degli oppositivi passi.

Capita che gli uccelli che mi vengono a trovare

si confondano coi tempi.

E così, invece di quelli dell’alba, più tolleranti,

a volte è presenza di  voci notturne querule

come all' uscita da messa.

 

Mi lasciano in dono uno sguardo diseguale

quasi toccasse a me

l’eredità tra sogni e veglie.

 

Mi dicono di cammini che facciamo nelle

ristrette case in cui resta,

mobile dimenticato, un nostro gesto.

( Guardo fuori mentre sparecchio.)

 

Ed ecco che nei giorni successivi  accade di ritrovare

 in trasparenza intimità che si credevano perdute.

(Aumenta il volume del pane nei forni).

 

Mi piace pensare a quegli uccelli come a un gruppo di donne, allegre, anziane , colorate perfino da trucchi imperfetti,

che accompagnano  l’amica di tutte a spedire una lettera.

 

Al becchettare al suolo

al distogliere dello sguardo,

gli uccelli si riprendono

il grido di aiuto della donna

nella notte , nuovo crocefisso di città

e i passi dell’uomo che s’incamminò per salvarsi

da Torino a Birkenau

interrotti al fondo delle scale, al ritorno.

 

Quel grido notturno ce lo ricorda.

Sola speranza, le nuove grammatiche, i voli, e gli uccelli .

Aspettarli.

 

Lino Di Gianni

21/ 11 / 2007

 

 

 

linodigianni

mercoledì, 21 novembre 2007, ore 23:51

Il tarlo

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Il tarlo

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In una vecchia casa,
piena di cianfrusaglie,
di storici cimeli,
pezzi autentici ed anticaglie,
c'era una volta un tarlo,
di discendenza nobile,
che cominciò a mangiare
un vecchio mobile.

 Avanzare con i denti
 per avere da mangiare
 e mangiare a due palmenti
 per avanzare.
 Il proverbio che il lavoro
 ti nobilita, nel farlo,
 non riguarda solo l'uomo,
 ma pure il tarlo.

Il tarlo, in breve tempo,
grazie alla sua ambizione,
riuscì ad accelerare
il proprio ritmo di produzione:
andando sempre avanti,
senza voltarsi indietro,
riuscì così a avanzar
di qualche metro.

 Farsi strada con i denti
 per mangiare, mal che vada,
 e mangiare a due palmenti
 per farsi strada.
 Quel che resta dietro a noi
 non importa che si perda:
 ci si accorge, prima o poi,
 ch'è solo merda.

Per legge di mercato,
assunse poi, per via,
un certo personale,
con contratto di mezzadria:
di quel che era scavato,
grazie al lavoro altrui,
una metà se la mangiava lui.

 Avanzare, per mangiare
 qualche piccolo boccone,
 che dia forza di scavare
 per il padrone.
 L'altra parte del raccolto
 ch'è mangiato dal signore
 prende il nome di "maltolto"
 o plusvalore.

Poi, col passar degli anni,
venne la concorrenza
da parte d'altri tarli,
colla stessa intraprendenza:
il tarlo proprietario
ristrutturò i salari
e organizzò dei turni
straordinari.

 Lavorare a perdifiato,
 accorciare ancora i tempi,
 perché aumenti il fatturato
 e i dividendi.
 Ci si accorse poi ch'è bene,
 anziché restare soli,
 far d'accordo, tutti insieme,
 dei monopoli.

Si sa com'è la vita:
ormai giunto al traguardo,
per i trascorsi affanni
il nostro tarlo crepò d'infarto.
Sulla sua tomba è scritto:

PER L'IDEALE NOBILE
DI DIVORARSI TUTTO QUANTO UN MOBILE
CHIARO MONITO PER I POSTERI
QUESTO TARLO VISSE E MORI'.
linodigianni
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mercoledì, 21 novembre 2007, ore 23:18

Ballata di Ciriaco Saldutto
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Lui ha quindici anni,
cognome Saldutto,
alunno alle medie,
scuola Pacinotti,
venuto di Puglia, "terrone" immigrato:
Torino lo boccia e lui s'è impiccato
 
 Per essere chiari diciamo: è un delitto,
 un altro delitto della repressione,
 che usa la legge, il fucile, la scuola
 per farci più servi del nostro padrone

Si sa che il padrone le sue maestranze
le vuole istruite e ben educate;
con la sua cultura, la sua disciplina
lui plasma i servi di ogni officina

 La tua cultura e del tuo paese,
 sia chiaro, "terrone", va buttata via;
 la scuola ti dà un'altra cultura,
 quella dei padroni, della borghesia

E tu puoi scordare l'azzurro del cielo
di Puglia e il dialetto della tua terra:
tuo cielo è la FIAT, tua terra è Torino,
la scuola, Saldutto, è il campo di guerra.

 Ma non c'è battaglia, non c'è condizioni,
 "terrone", ti adegui oppure accadrà
 che la repressione di tutti i padroni
 con l'arma del voto ti escluderà

Così a quindici anni
ti han tolto anche il cielo
e in cambio ti han dato
un vuoto di niente,
e l'ultimo gioco che ti han lasciato
è un pezzo di corda: ti sei impiccato.
 
 Per fare chiarezze diciamo: è un delitto,
 un altro delitto della repressione,
 che usa la legge, il fucile, la scuola
 per farci più servi del nostro padrone
linodigianni
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martedì, 20 novembre 2007, ore 08:31

Pre- istorie.

Luce  coccinella
acquattata nell’occhio di uno
straniero in città.
Parole fazzoletti via il mio
quieto maldivivere.
Lumaca antenne
prenderanno
la vita che resta.

Coltelli invisibili
tenui impercettibili
si fanno le ragioni
ogni giorno un affondo.
Estenuati, dimentichi del
sangue già versato.

Guardiamo te che sei davanti ai cuccioli,
che mostri, dei denti, la possibilità
di ritrarsi.
E nelle carezze che rilasci,
medicamenti preziosi salgono
a noi, come cieli
spostati a mano ogni giorno.


Essere dita e suono e canna
inconsapevole , per la musica di altri,
o cercare , incerta partitura condivisa.

Torcia
e ancora i graffiti
nella grotta.

ps. in questa poesia la parte edibile non supera la normale
percentuale consolidata.Presumibilmente,
niuna parte servirà alla bisogna, orpelli et cammei
et similia.
* Per gli uffici stampa et lettori affrettati
gentilmente segnaliamo in caratteri inclinati
sintesi salvabile (2,7 %) pressochè perfetta





 

linodigianni

lunedì, 19 novembre 2007, ore 21:16

Autore: Giovanna Marini
           
Persi le forze mie persi l'ingegno
la morte mi è venuta a visitare
«e leva le gambe tue da questo regno»
persi le forze mie persi l'ingegno.
 
Le undici le volte che l'ho visto
gli vidi in faccia la mia gioventù
o Cristo me l'hai fatto un bel disgusto
le undici volte che l'ho visto.
 
Le undici e un quarto mi sento ferito
davanti agli occhi ho le mani spezzate
la lingua mi diceva «è andata è andata»
le undici e un quarto mi sento ferito.
 
Le undici e mezza mi sento morire
la lingua mi cercava le parole
e tutto mi diceva che non giova
le undici e mezza mi sento morire.
 
Mezzanotte m'ho da confessare
cerco perdono dalla madre mia
e questo è un dovere che ho da fare
mezzanotte m'ho da confessare.
 
Ma quella notte volevo parlare
la pioggia il fango e l'auto per scappare
solo a morire lì vicino al mare
ma quella notte volevo parlare
non può non può, può più parlare.

Scritta nel dicembre 1975, la canzone si riferisce alla tragica morte di Pier Paolo Pasolini, assassinato la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975. Il testo prende lo spunto da un canto religioso extraliturgico, L'orazione di San Donato registrato il 7 febbraio 1965 a Zaccheo, frazione di Castellalto, Teramo, da Cesare Bermani. 

Giovanna Marini (Roma, 1937) si diploma nel 1961 in chitarra al conservatorio di Santa Cecilia. In seguito si perfeziona con Andrés Segovia all'Accademia Chigiana di Siena e studia composizione con Carlo Pinelli. Mentre suona liuto e arciliuto nell'orchestra rinascimentale Concentus Fidesque Antiqui, nel 1961 partecipa alla fondazione del Folkstudio di Roma con Giancarlo Cesaroni e Harold Bradley, cantando con Maria Teresa Bulciolu canzoni popolari dell'Italia centrale e meridionale. Nel 1963 Roberto Leydi le sente e chiede loro di entrare a fare parte del Nuovo Canzoniere Italiano; insieme, il 3 aprile 1964, partecipano alla Casa della Cultura di Milano alla prima rassegna della canzone popolare e di protesta vecchia e nuova «L'Altra Italia» e incidono poi, per i Dischi del Sole, alcune raccolte. Nel 1966 partecipa a Ci ragiono e canto, lo spettacolo del Nuovo Canzoniere Italiano con la regia di Dario Fo: suo è il ricco e complesso tessuto musicale dello spettacolo. A fianco dell'intensa attività di spettacoli politici, la Marini inizia poi in Puglia le proprie ricerche sul campo di materiali popolari, dalle quali trarrà spunti e idee per l'apprendimento dei modi contadini, iniziando quei suoi studi sull'emizzione vocale che poi insegnerà alla Scuola di musica popolare del Testaccio a Roma e all'Università di Parigi. 

 

Poesia in forma di rosa (1961-64) 
I. La realtà 

Ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto. 
Se ora vi vedessero al lavoro 
in un mondo a loro sconosciuto, 
presi in un giro mai compiuto 
d’esperienze così diverse dalle loro, 
che sguardo avrebbero negli occhi? 
Se fossero lì, mentre voi scrivete 
il vostro pezzo, conformisti e barocchi, 
o lo passate a redattori rotti 
a ogni compromesso, capirebbero chi siete? 

Madri vili, con nel viso il timore 
antico, quello che come un male 
deforma i lineamenti in un biancore 
che li annebbia, li allontana dal cuore, 
li chiude nel vecchio rifiuto morale. 
Madri vili, poverine, preoccupate 
che i figli conoscano la viltà 
per chiedere un posto, per essere pratici, 
per non offendere anime privilegiate, 
per difendersi da ogni pietà. 

Madri mediocri, che hanno imparato 
con umiltà di bambine, di noi, 
un unico, nudo significato, 
con anime in cui il mondo è dannato 
a non dare né dolore né gioia. 
Madri mediocri, che non hanno avuto 
per voi mai una parola d’amore, 
se non d’un amore sordidamente muto 
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto, 
impotenti ai reali richiami del cuore. 

Madri servili, abituate da secoli 
a chinare senza amore la testa, 
a trasmettere al loro feto 
l’antico, vergognoso segreto 
d’accontentarsi dei resti della festa. 
Madri servili, che vi hanno insegnato 
come il servo può essere felice 
odiando chi è, come lui, legato, 
come può essere, tradendo, beato, 
e sicuro, facendo ciò che non dice. 

Madri feroci, intente a difendere 
quel poco che, borghesi, possiedono, 
la normalità e lo stipendio, 
quasi con rabbia di chi si vendichi 
o sia stretto da un assurdo assedio. 
Madri feroci, che vi hanno detto: 
Sopravvivete! Pensate a voi! 
Non provate mai pietà o rispetto 
per nessuno, covate nel petto 
la vostra integrità di avvoltoi! 

Ecco, vili, mediocri, servi, 
feroci, le vostre povere madri! 
Che non hanno vergogna a sapervi 
– nel vostro odio – addirittura superbi, 
se non è questa che una valle di lacrime. 
È così che vi appartiene questo mondo: 
fatti fratelli nelle opposte passioni, 
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo 
a essere diversi: a rispondere 
del selvaggio dolore di esser uomini. 

.
.
Da Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie
vol. I, Garzanti, Milano 1993

linodigianni
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categoria : canzoni

domenica, 18 novembre 2007, ore 21:56

E tieniti segreti, seduto in quell’angolo
ti guardo nello specchio
ballare , resto di mancia
non ritirato.

Il cameriere gira attorno nei tavoli
sa
quando lo cercherai con lo sguardo
conosce il tuo opaco delle ore tarde,
lo spazio che occupi, il bordo su cui ti affacci.

Ti stendi nella conca in ombra,
ora apro la finestra, vedrai che la musica
ti chiamerà fuori, nastro rosso da allacciarti
alla schiena .

Elis, lasciami stendere le reti sotto questo
asfalto di nebbie, ci serviranno remi dentro questi
bicchieri, per tornare a casa.
Se gli occhi tuoi smettessero di farmi domande
di quando volevo spianare
le colline dietro casa tua,
allevare pulcini
e accendere il camino a mezzogiorno.

Lo so, lo sai, che nella sere tu prendi il largo
e io resto a riva, gridami nel buio,
io ti porto coralli in carta velina
tu tieni sospeso il raddoppio di nota.

*ascoltando Alice di Tom Waits
linodigianni

                                             il vero testo della canzone Alice di tom waits

si può vedere il video qui



It's dreamy weather we're on
You waved your crooked wand
Along an icy pond with a frozen moon
A murder of silhouette crows I saw
And the tears on my face
And the skates on the pond
They spell Alice
Fa un tempo da sogno
Agitavi la tua mazza curva
Sulle rive di un laghetto ghiacciato con una luna gelida
Ho visto un omicidio di un profilo di corvi
E le lacrime sul mio viso
e i pattini sul laghetto
scandiscono "Alice"
I disappear in your name
But you must wait for me
Somewhere across the sea
There's a wreck of a ship
Your hair is like meadow grass on the tide
And the raindrops on my window
And the ice in my drink
Baby all I can think of is Alice
Svanisco nel tuo nome
Ma devi aspettarmi
Da qualche parte, oltre il mare
c'è il relitto di una nave
I tuoi capelli sono come erba di prato sulla corrente
e le gocce di pioggia sulla mia finestra
e il ghiaccio nel mio drink
Baby tutto quello a cui riesco a pensare è Alice
Arithmetic arithmetock
Turn the hands back on the clock
How does the ocean rock the boat?
How did the razor find my throat?
The only strings that hold me here
Are tangled up around the pier
Aritmetic aritmetoc
Rimetto le mani sull'orologio
Come fa l'oceano a cullare la barca?
Come fa il rasoio a trovare la mia gola?
Le uniche corde che mi tengono qui
sono legate intorno al pontile

And by tracing it twice
I fell through the ice
Of Alice
E così un bacio segreto
porta pazzia e beatitudine
e penserò a questo
da morto nella mia tomba
mandami alla deriva e mi perdo laggiù
E devo essere pazzo
a pattinare sul tuo nome
e ricalcandolo due volte
cado tra il ghiaccio
di Alice
And so a secret kiss
Brings madness with the bliss
And I will think of this
When I'm dead in my grave
Set me adrift and I'm lost over there
And I must be insane
To go skating on your name
And by tracing it twice
I fell through the ice
Of Alice
There's only Alice
E così un bacio segreto
porta pazzia e beatitudine
e penserò a questo
da morto nella mia tomba
mandami alla deriva e mi perdo laggiù
E devo essere pazzo
a pattinare sul tuo nome
e ricalcandolo due volte
cado tra il ghiaccio
di Alice
C'è solo Alice

linodigianni

domenica, 18 novembre 2007, ore 15:52

Elia Malagò
pita pitela
Forum\ Quinta Generazione poesia 80 

 

Il dio dei gemiti- ( 1980 )

(navigatori senza vele
sfiorati appena dalla corrente
a volte scivolati dal rione a sognare
la fuga

 

Siamo stati per perdere la voce)


III

Tacerti
                tacere di te pudori di corridoi

Inferriate pupille bruciate

riempire il silenzio con un rifiuto
un altro

Ho consumato gli anni a capire
tutta una vita ormai e
non vorrei averne un’altra

                                               scioglierli come niente
questi anni di viaggi clandestini

- la trasparenza dei miei incontri
le calze ruvide faccia triste
non resta che qualche mania
percorso del mattino
la sveglia suonata all’alba

notte imbastita di passi
il timbro sordo della voce

 

                                                               l’avrò saputo almeno
                                                               capito

                                                              

                                                               che basta sciogliere la giornata
                                                               e non volerne una di ricambio.

linodigianni
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categoria : poesie, poesia

domenica, 18 novembre 2007, ore 07:20

Opinioni

capsicum ha scritto un nuovo post sul blog radicidellozio ...

Ecco, io non so resistere. Perchè mi sento un po' così, allora mi faccio un giro nel web, e trovo qualcosa  e dico: ora lo cito. Poi dico, magari pensano che lo faccio non si sa perchè, per intortare, chissà. E poi chi se ne importa? Ecco qui. A me le cose che Ecco, io non so resistere. Perchè mi sento un po' così, allora mi faccio un giro nel web, e trovo qualcosa  e dico: ora lo cito. Poi dico, magari pensano che lo faccio non si sa perchè, per intortare, chissà. E poi chi se ne importa? Ecco qui. A me le cose che scrive Alp a volte piaccono moltissimo, al volte invece le taglierei con le forbici e butterei via la metà, oppure il 90% anche, e quello che resta è perfetto. Ma è la mia personale opinione.
Come questa qui, guardate:
"Solo la legna  accanto al camino,
il gatto via dalla porta aperta
mi guardi ferma, come se aspettassi
l’accensione del fuoco, il miagolio del fuori
il ritorno del fiato per dirmi, aspetta.
....
 
Accanto al camino, non solo legna."
Lino Di Gianni

linodigianni

sabato, 17 novembre 2007, ore 17:07


(perchè ti ritorni in fretta la voce)


Solo la legna  accanto al camino,
il gatto via dalla porta aperta
mi guardi ferma, come se aspettassi
l’accensione del fuoco, il miagolio del fuori
il ritorno del fiato per dirmi, aspetta.

Lo so che ti viene da piangere, colpa alla polvere
agli uccelli, alle cicale.
Ora che i tuoi occhi sono in asse con
l’angolo della finestra, ora che vedo una via d’uscita
nelle colline, chissà se anche oggi
tornerai a chiedermi
” Cantami Moon River,
mi piace quando fai brillare l’erba gelata dei primi
freddi con il ritono del buio, della luce di casa.
Come quando sei sul dondolo
e il cavallo insegue a volo i corvi.
il vento , il fazzoletto che sventola
e l’odore buono .”

Accanto al camino, non solo legna.
Lino Di Gianni

prima e seconda versione (nel laboratorio del vento)
Recensione di Morena Fanti

Le Temps des Cerises -e-book di Lino Di Gianni

Novembre 16, 2007 · 7 Comments

Sa di domenica mattina, certa poesia di Lino Di Gianni. Ha i profumi di casa e del ciondolare senza fretta e forse senza altro scopo che sentire e ascoltare i rumori che regolano i nostri passi

[…] E la cura con cui apparecchio
i miei piatti
mi spiega meglio di tante parole
quello che inseguivano nel
ripetersi dello stesso gusto del sugo:

ridisegnare , ogni giorno
i confini dei passi
che ci spettano
piccole vite nelle casseruole. […]

continua  qui una bella recensione del mio e-Book
grazie morena

e poi
cronache dal mio corso di Italiano per stranieri
qui      www.tantelingue.splinder.com



linodigianni

giovedì, 15 novembre 2007, ore 20:15

  Ucciso come un maiale
col Taser, questa arma che uccide senza essere pistola, con una scarica elettrica
 

Un uomo, 40 anni, prima volta che viaggiava.
Non sapeva la lingua.
Aveva fatto 12 ore di viaggio.
Andava da sua madre.
Lo trattengono 10 ore in ufficio.
Lui si arrabbia e rompe i vetri.
In quattro gli sono addosso.
Uno gli carica il manganello in testa
Gli altri col Taser lo uccodono.

Queste cose si sono viste in un video mandato
da un viaggiatore ai media americani.

Mi vergogno, mi fa male.
Per favore, facciamo una campagna contro
questo Taser..già denunciato da Amnesty International

Vancouver | 15 novembre 2007
Polacco ucciso dalla polizia canadese con una pistola laser
L'intervento della Polizia
L'intervento della Polizia

Un video shock proveniente dal Canada è stato diffuso oggi dalle televisioni americane: mostra gli ultimi istanti di vita di un passeggero polacco che muore ai controlli dell'aeroporto di Vancouver dopo che nei suoi confronti agenti sono intervenuti col 'taser', la pistola che provoca una scarica elettrica.
  
Robert Dziekanski, 40 anni, di nazionalità polacca, è morto il 14 ottobre scorso dopo essere stato raggiunto da almeno due scariche elettriche. La polizia sostiene di essere stata obbligata a intervenire perché l'uomo, al momento del controllo, era apparso molto agitato.

A consegnare il video ai media e' stato un passeggero canadese che si trovava in aeroporto al momento dell'accaduto. Le immagini sono scioccanti: Robert Dziekanski giunge al punto di controllo visibilmente affannato, sembra che parli da solo, e' sudato.

Quattro guardie gli si avvicinano, "Va tutto bene?" gli chiede una di loro. L'uomo non risponde, pare voglia allontanarsi ed è a quel punto che una delle guardie interviene con il 'taser'. L'uomo urla, cade a terra, comincia a tremare. Dopo qualche secondo non si muove più.

Sull'episodio la Polonia ha chiesto formalmente al Canada che sia fatta completa chiarezza. Le autorità canadesi hanno aperto un'inchiesta.

linodigianni