The Last Rose Of Summer
Ballavamo abbracciati nel prato del primo mattino,
con le onde nascenti nei giri dei corpi
Alla ricerca degli scali del Levante,
sulla scia delle spezie, le tue labbra.
Negli occhi abbagliati dai riflessi
l’erba di mare spinse verso le radici.
Vela ,vento , spada pirata.
Col volo degli uccelli
tra di noi
l’albero maestro.
Come mi rubasti l’ancora
lo sa il gabbiano e il suo
ultimo pesce
© Lino Di Gianni
Il respiro era calante,
l’erba piegata nel passaggio
(quasi non c’era mare )
si confondevano le cesure
tra il mio pianto
e il suo guardare.
Ah, il fondo dell’occhio del polpo
che mi fronteggia,
mentre galleggio, imberbe
appeso al mio tridente da pinocchio.
Mia vita, sogno pensato
di note ricomposte
sul mio pentagramma,
ah , che dolore non saper leggere la musica
e non conoscere il destino del lucarino
di vetro.
Nella mia sabbia si sciolgono
orologi, scalciano stelle
si cancellano dolori
Onda su onda,
il silenzio dell’attesa. (copia originale © Lino Di Gianni)
Yerba mate
Il respiro era calante,
l’erba piegata nel passaggio
(quasi non c’era mare )
si confondevano le cesure
tra il mio pianto
e il suo guardare.
Il fondo dell’occhio del polpo
che mi fronteggia,
mentre galleggio,
appeso al mio tridente da pinocchio.
Mia vita, sogno pensato
di note ricomposte
sul mio pentagramma,
che dolore non saper leggere la musica
e non conoscere il destino del lucarino
di vetro.
Nella mia sabbia si sciolgono
orologi, scalciano stelle
si cancellano dolori
Onda su onda,
il silenzio dell’attesa. (copia modificata © Lino Di Gianni)
Mentre la fila dei locos attendeva
di guardare, sfiorare, il cadavere santificato
io dissi detesto la riga nei pantaloni, le camicie stirate
i calzini appaiati, e anche l’odore di rose dei
miracoli.
Accarezzo un gattino per quanto io non ami
i gatti, giustamente indipendenti ed anarchici
e non voglio corromperli
amo la fiducia sempre tradita dei cani
più chiari nell’essere zio tom
o selvaggi o compagni dei giorni.
Qualcuno crede ancora che la poesia
si scriva sotto ispirazione, che le poesie le scrivano
i poeti, che le carte in cui sono raccolte
si possano poi mettere anche nei cioccolatini.
Io penso che per scrivere
non ci sia mai il momento adatto, solo la possibilità
di raccogliere flussi che passano
e ogni tanto qualcuno
rilascia una bolla, un respiro
che se sono pronto, cerco di acchiappare
come farfalla sul labbro.
Questo blog aderisce all’iniziativa 25 Aprile 250 blogger

E che i miei ricordi siano pochi lampi nel buio di quegli anni.
Ma ogni volta che ci penso, di sfuggita, mi viene come un impedimento
un raspare di cane perché la porta si schiuda.
Anche di fatti casuali, insieme a scelte dure, si alimentò la Resistenza.
E prima del 25 Aprile, tanti atti di sabatoggio.
Fino a che il fiume sotterraneo trovò un primo cielo:
gli scioperi operai del Marzo 1943, preludio alla caduta del nazifascismo.
Ci raccontava, Carlin, quella mattina sul tavolo della mia cucina.
A me, e il PietroPerotti –operaio elettricista della Mirafiori,e al DiMarco,
capopopolo pugliese del reparto presse.
Ci raccontava Carlin che prepararlo era stato molto rischioso.
Erano vent’anni che non c’era piu uno sciopero.
Mica da ridere, coi tribunali militari.
Se trovavano i capi, sabotaggio e fucilazione, neh.
In ogni modo, non ne avevi mai basta di capirci qualcosa.
e lui quei giorni decise che si, si poteva cercare di fermare la guerra,
di fermare il prezzo del pane.
Mica grandi discorsi, bastano bocca chiusa e braccia strette.
E col vino della bottiglia stupa, racconta Carlin.
Del suono della sirena che tagliò le schiene messe dritte insieme ai capelli.
Della grida di quelli che non confessarono.
Ne portarono via diversi, fin nella caserma dei torturatori di via Asti.
Ci piace, la mattina del 25 Aprile, a me, al Pietro, al Di Marco,
pensare al Carlin che bestemmia contro il cielo,
quella mattina,e lui con la bicicletta con la ruota bucata,
la barba rimandata, un po’ di pane e formaggio nella borsa a tracolla.
As sa mai, quanto durano, ste cose lì.
Oggi non piove, Mark verrà a scuola. Se piove si bagna, in bicicletta.
Mark è un ragazzo alto, col sorriso aperto, un po’ indolente.
Lui viene al corso di italiano insieme a suo fratello, Thierry.
Vengono dalla Costa D’Avorio, hanno due sorelle in Val di Susa.
Sono venuti per cercare lavoro, anche un lavoro precario.
Questo mese, pur di lavorare in nero, Thierry è andato un mese a Parigi a fare
l’elettricista.
Mark dice che preferisce stare qua, perché a Parigi c’è poco spazio in casa dei cugini.
Sonia invece è una ragazza del Congo, anche se lei ci tiene a dire che vive in SudAfrica.
Insieme a lei, adesso c’è Rachidi, anche lui del Congo.
Rachidi è molto svelto ad imparare. Parla francese, inglese e in Cina ha imparato
il cinese. In classe da me ha fatto anche il regista di piccoli filmati.
C’è anche una ragazza molto simpatica, tedesca, Anja, maestra d’asilo nel suo paese.
Ha problemi con la pronuncia delle parole, e a volte inventa o cambia totalmente le parole.
Jadira, uan ragazza molto sveglia di Santo Domingo, fa il montaggio dei video
e le riprese in classe. Parla spagnolo, ma comprende in modo molto rapido
i discorsi, e anche come attrice è brava ad improvvisare.
A girare le scene del portafoglio perduto ci siamo divertiti molto
perché il portafoglio non cadeva “spontaneamente” dalla tasca,
o cadeva troppo in fretta.
E a ricordare le parole, Sonia, preferiva esplodere in francese…