mercoledì, 30 aprile 2008, ore 20:41

The Last Rose Of Summer



Ballavamo abbracciati nel prato del primo mattino,
con le onde nascenti nei giri dei corpi

Alla ricerca degli scali del Levante,
sulla scia delle spezie, le tue labbra.

Negli occhi abbagliati dai riflessi
l’erba di mare spinse verso le radici.

Vela ,vento , spada pirata.

Col volo degli uccelli
tra di noi
l’albero maestro.

Come mi rubasti l’ancora
lo sa il gabbiano e il suo
ultimo pesce


© Lino Di Gianni

linodigianni

martedì, 29 aprile 2008, ore 23:54

Il respiro era calante,
l’erba piegata nel passaggio
(quasi non c’era mare )
si confondevano le cesure
tra il mio pianto
e il suo guardare.

Ah, il fondo dell’occhio del polpo
che mi fronteggia,
mentre galleggio, imberbe
appeso al mio tridente da pinocchio.

Mia vita, sogno pensato
 di note ricomposte
sul mio pentagramma,
ah , che dolore non saper leggere la musica
e non conoscere  il destino del lucarino
di vetro.

Nella mia sabbia si sciolgono
orologi, scalciano stelle
si cancellano dolori


Onda su onda,
il silenzio dell’attesa.
      (copia originale
  © Lino Di Gianni)


Yerba mate

Il respiro era calante,
l’erba piegata nel passaggio
(quasi non c’era mare )
si confondevano le cesure
tra il mio pianto
e il suo guardare.

Il fondo dell’occhio del polpo
che mi fronteggia,
mentre galleggio,
appeso al mio tridente da pinocchio.

Mia vita, sogno pensato
 di note ricomposte
sul mio pentagramma,
che dolore non saper leggere la musica
e non conoscere  il destino del lucarino
di vetro.

Nella mia sabbia si sciolgono
orologi, scalciano stelle
si cancellano dolori


Onda su onda,
il silenzio dell’attesa. 
(copia modificata  © Lino Di Gianni)

linodigianni

martedì, 29 aprile 2008, ore 12:58

Mentre la fila dei locos attendeva
di guardare, sfiorare, il cadavere santificato
io dissi detesto la riga nei pantaloni, le camicie stirate
i calzini appaiati, e anche l’odore di rose dei
miracoli.

Accarezzo
un gattino per quanto io non ami
i gatti, giustamente indipendenti ed anarchici
e non voglio corromperli
amo la fiducia sempre tradita dei cani
più chiari nell’essere zio tom
o selvaggi o compagni dei giorni.

Qualcuno crede ancora che la poesia
si scriva sotto ispirazione, che le poesie le scrivano
i poeti, che le carte in cui sono raccolte
si possano poi mettere anche nei cioccolatini.

Io penso che per scrivere
non ci sia mai il momento adatto, solo la possibilità
di raccogliere flussi che passano
e ogni tanto qualcuno
rilascia una bolla, un respiro
che se sono pronto, cerco di acchiappare
come farfalla sul labbro.

linodigianni

martedì, 22 aprile 2008, ore 06:24

Questo blog aderisce all’iniziativa 25 Aprile 250 blogger



Ora io mi vergogno un po’, che conosco solo il nome, Carlin.

E che i miei ricordi siano pochi lampi nel buio di quegli anni.
Ma ogni volta che ci penso, di sfuggita, mi viene come un impedimento
un raspare di cane perché la porta si schiuda.
Anche di fatti casuali, insieme a scelte dure, si alimentò la Resistenza.

E prima del 25 Aprile, tanti atti di sabatoggio.

Fino a che il fiume sotterraneo trovò un primo cielo:

gli scioperi operai del Marzo 1943,  preludio alla caduta del nazifascismo.

 


Ci raccontava, Carlin, quella mattina sul tavolo della mia cucina.
A me, e il PietroPerotti –operaio elettricista della Mirafiori,e al DiMarco,
capopopolo pugliese del reparto presse.
Ci raccontava Carlin che prepararlo era stato molto rischioso.
Erano vent’anni che non c’era piu uno sciopero.

Mica da ridere, coi tribunali militari.
Se trovavano i capi, sabotaggio e fucilazione, neh.

In ogni modo, non ne avevi mai basta di capirci qualcosa.
e lui quei giorni decise che si, si poteva cercare di fermare la guerra,
di fermare il prezzo del pane.

Mica grandi discorsi, bastano bocca chiusa e braccia strette.
E col vino della bottiglia stupa, racconta Carlin.

Del suono della sirena che tagliò le schiene messe dritte insieme ai capelli.
Della grida di quelli che non confessarono.

Ne portarono via diversi, fin nella caserma dei torturatori di via Asti.

Ci piace, la mattina del 25 Aprile, a me, al Pietro, al Di Marco,
pensare al Carlin che bestemmia contro il cielo,
quella mattina,e lui con la bicicletta con la ruota bucata,
la barba rimandata, un po’ di pane e formaggio nella borsa a tracolla.

As sa mai, quanto durano, ste cose lì.

 


linodigianni

lunedì, 21 aprile 2008, ore 08:45

Ci vuole una grande resistenza,
e capacità
per capire cosa resta e cosa passa
cosa serve e cosa vale.

Per imparare tutto quello che ti rimane
dopo il volo di una farfalla davanti agli occhi:
l'occasione, i colori e l'essere stato lì.

Stiamo correndo da tanto,
lo sguardo sempre a terra
forse era un sasso,
o le note del flauto traverso,
cerchiamo tutto quello
che non basterà mai.

L'aria che ritorna in gola,
lo scarafaggio che passa sulle coperte
e tutto quello che i soldi
non possono comprare.


Vogliamo essere l'anello debole
che accumula speranza,
di un conto senza cambiali
di un paese senza ignoranti.

Accumuliamo distanza
con i nostri sforzi bambini
di sfregare un legno
e far crescere scoiattoli.

Dai negozianti
paghiamo il peso delle ombre
e se chiedono certificati
fotografiamo il mare.

Con queste parole strette,
che interessano quasi niente
mi sembra come d'essere a bottega
impossibile riprodurre Leonardo
ma goderne il sogno,
è già un bello svolo.
linodigianni

sabato, 19 aprile 2008, ore 17:24

In memoria del volo incompleto
di Giovanni Campisi, sconosciuto
trasvolatore delle Alpi della memoria..


In questa giornata tersa,
cosi improvvisa e cosi regalata
Giovanni  decise arrivato il momento.

Uno sguardo lì attorno ai soliti piccioni
al motorino appoggiato del postino
la madre e il bambino sotto l'albero e la panchina.

Uno sguardo al mare, dietro la terrazza
nascosta dalla chiesa
e la lunga scalinata
tra i vicoli e carruggi
le processioni del '500
coi turiboli di notte.

La mano, incerta
dietro la schiena
a togliersi gli ormeggi.
Le chiavi, lasciate in terra
accanto a scarpe lise
Una specie di trapezio
su cui levarsi
d'un tratto
o fu l'uccello
o era il sudore.
Giovanni, se ne svolò
sospeso a un sigaro
a una gabbia d'ucceli aperta
a un frase d'amore incompleta
sorrise con le mani
strette dalla sua ballerina
afferrato lassù, dal trapezio
oscillante,
mia brezza,
sospesa.

D'acqua e d'assenzio


Nell'acqua appena smossa
una testa rientra
qualche cerchio a segnare il momento.

Una foglia precede
il cuculo insiste :
d'ora in poi vivere
non ci basta più.

Vedere coi tuoi occhi,
quando cercano a terra
una via di fuga,
mancarti
inerte
senza ali
con i cieli nascosti

Tu lo sai,
quando inghiotti il fiato
quando cerchi le note
come portare
in casa
una foresta,
dopo estenuato viaggio.

Cristallo,
assenzio e
gusci d'uovo.

altre poesie sul mio sito web
http://www.linodigianni.it


linodigianni

venerdì, 18 aprile 2008, ore 17:07


Si, dal retro arrivò
con il fazzoletto in mano
stupidamente si tolse dagli occhi
quei granelli di dubbio, di sogni,
e nel mare tornò la bonaccia
nel vento si calmò il rumore
seduta guardò fuori e chiuse la porta.

Si, non c’era mai molto tempo per pensare,
la cosa giusta, la cosa da fare
se è meglio sentire, parlare ascoltare
o starsene zitta dentro un angolo di sé
a sgranocchiar pensieri come finocchi crudi
cercare la parte più buona, al centro.

No, non aveva studiato tanto
ma che c’entra adesso,
nelle corse alla fontana era sempre la prima
(tu come sai questo?).
Non aveva mai fatto il pane, allattato senza latte
o soffocato la tosse per non far rumore
ma sapeva cercare i mirtilli
sul sentiero stretto
fuori stagione.
linodigianni

mercoledì, 16 aprile 2008, ore 19:43

un piccolo filmato girato da Sonia,Mark,Thierry e Rachidi.

it.youtube.com/watch

Oggi non piove, Mark verrà a scuola. Se piove si bagna, in bicicletta.
Mark è un ragazzo alto, col sorriso aperto, un po’ indolente.
Lui viene al corso di italiano insieme a suo fratello, Thierry.
Vengono dalla Costa D’Avorio, hanno due sorelle in Val di Susa.
Sono venuti per cercare lavoro, anche un lavoro precario.
Questo mese, pur di lavorare in nero, Thierry è andato un mese a Parigi a fare
l’elettricista.
Mark dice che preferisce stare qua, perché a Parigi c’è poco spazio in casa dei cugini.
Sonia invece è una ragazza del Congo, anche se lei ci tiene a dire che vive in SudAfrica.
Insieme a lei, adesso c’è Rachidi, anche lui del Congo.
Rachidi è molto svelto ad imparare. Parla francese, inglese e in Cina ha imparato
il cinese. In classe da me ha fatto anche il regista di piccoli filmati.
C’è anche una ragazza molto simpatica, tedesca, Anja, maestra d’asilo nel suo paese.
Ha problemi con la pronuncia delle parole, e a volte inventa o cambia totalmente le parole.
Jadira, uan ragazza molto sveglia di Santo Domingo, fa il montaggio dei video
e le riprese in classe. Parla spagnolo, ma comprende in modo molto rapido
i discorsi, e anche come attrice è brava ad improvvisare.

A girare le scene del portafoglio perduto ci siamo divertiti molto
perché il portafoglio non cadeva “spontaneamente” dalla tasca,
o cadeva troppo in fretta.
E a ricordare le parole, Sonia, preferiva esplodere in francese…

( si parlava di..chi era la"pecora nera" in famiglia..alzo lo sguardo
e mi chiedo: Si dirà pecora nera in un paese dove son tutti neri?
linodigianni

venerdì, 11 aprile 2008, ore 20:09

Avevo sentito,
anche se da lontano,
l'avvicinamento del temporale
qualche sasso piccolo
contro il vetro
un mulinello di foglie secche.

Come una girandola, nella corrente  attenuata
( tra il verde il grigio pietra e un po' di blu )
sentii arrivare il bosco avanti
e rami rotti
e odore forte , fulmine e ozono.

Tu , bandierina resistente alle folate
con la testa tra i capelli e i rovi con le more
aspettavi me, per rientrare,
tana che precede l'inverno
sole sciogli ghiaccio
ghiro e gheriglio, di noi
uno.

Misi la mano sulla tua,
sentii il ritorno del silenzio.

Il cielo, l'acqua e un po' di grano
tue guance papaveri
io passero, rapace
riottoso contro
un fazzoletto di cielo

Copriva te. Copriva me.

linodigianni

mercoledì, 09 aprile 2008, ore 16:16

questa mia lettera, sul blog  della scrittrice

http://barbara-garlaschelli.splinder.com/

per la bella iniziativa " Lettere D'amore"  ( grazie della pubblicazione)

lettera 8

 

 

 

Grazia Maria. Adorata, ah!
Mi manchi.

Lo so, non vuoi sentirtelo dire.
Lo so, troppo timida e discreta.,
sempre tra i ragni e gli uccelletti, e la gloria del Signore.

Coi tuoi occhioni blu sgranati, con quella miopia deliziosa che ti portava a salutarmi
confondendomi con il vicino
( o il Don del paese, che è peggio.)
 
Quella tua tosse nervosa, per controllare se io c’ero tra il leggero fumo del camino,
 il sigaro e il foraggio che matura
( Io, per me, ero uscito a rimirar le stelle )

Il tuo odore, anche qui.

Nel mio più lontano Ovest, smarrito al tuo East,
per la tua consuetudine giornaliera con le sapide mucche.
 ( Oh, la tua Dorina., dalle lunghe sopracciglia e il muggito complice e galeotto)

Come posso, come potrei dimenticare quando tu le pascolavi
e io leggevo all’ombra della quercia in fiore,
tu mungevi e io intingevo le mie labbra nel latte ( corretto col Vecchia Romagna)
goloso anche delle tue promesse.
 
Oh, no. Lo so, lo so.

Lo sapevo che non era colpa tua se alle prime luci della notte, crollavi.
Se ai primi canti del gallo, mettevi in moto le tue gambe come mietitrebbia del dopopranzo.

Io, per me, cantavo le tue lodi attraverso il nettare delle tue vigne,
e la grappa di cui imbevevo i miei sigari.

Ti penso mentre stai mettendo le copertine di giornale ai libri che ti ha lasciato la nonna.

Mio Zenith, fodera solo tutta la serie di Carolina Invernizio.

No, Memorie di un barbiere, di Germanetto, era il mio.
Per favore, con la fodera de La Stampa,un partigiano, no.
 
 

Lino Di Gianni


Per partecipare con  vostre lettere, e-mail o telegrammi d'amore, scrivete a scrividamore@gmail.com

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