lunedì, 30 giugno 2008
Immagine di La solitudine dei numeri primi

La solitudine dei numeri primi  - Paolo Giordano

Questo libro, a mio modesto e incompetente parere, non è da comprare.
Chi volesse leggerlo, magari potrebbe ricavarne un parere diverso, magari fin piacergli.
Io, per me, penso che sia un libro scritto in modo astuto, per un pubblico da non stancare, con un buon editor che ha sfoltito , colorato e asciugato il testo.
E un marketing accorto.
Et voilà, han fregato anche me..

Descrizione del libro

Alice è una bambina obbligata dal padre a frequentare la scuola di sci. E una mattina di nebbia fitta, lei non ha voglia, il latte della colazione le pesa sullo stomaco. Persa nella nebbia, staccata dai compagni, se la fa addosso. Umiliata, cerca di scendere, ma finisce fuori pista spezzandosi una gamba. La lasciamo sulla neve credendo che morirà assiderata. Invece si salva, ma resterà zoppa e, soprattutto, segnata per sempre. Mattia è un bambino molto intelligente, ma ha una gemella, Michela, ritardata. La presenza di Michela umilia Mattia di fronte ai suoi compagni e, per questo, la prima volta che un compagno di classe li invita entrambi alla sua festa, Mattia abbandona Michela nel parco, con la promessa che lei lo aspetterà. Mattia non ritroverà più Michela. In quel parco, Michela si perde per sempre. Le vite di Alice e di Mattia, due esistenze segnate, si incroceranno. Diventeranno, Alice e Mattia, adolescenti, giovani, adulti.

La solitudine dei numeri primi   E-mail
Narrativa italiana Romanzi


Mia nonna avrebbe detto...

Titolo bellissimo. Copertina bellissima. A voler essere maliziosi, una parte del successo del romanzo sta tutta qui: paratesto impeccabile. Anche la foto dell'autore non è male: quello sguardo intenso, quella sciarpa scura scura annodata stretta. Ma già il risvolto che con enfatica pedanteria dà c ... (continua)


linodigianni alle 14:05 in: libri, lettura
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)

domenica, 29 giugno 2008

La casa del gallo, vernice scrostata,
è capovolta.
Un solo soffio , dall’alto, senza ventaglio.
Finito il canto,
cuore di pannocchia mangiato.

E di tutta l’erba, i mattini, le scale
per far sorridere la gente,
per cantare a bassa voce
la voglia di ricominciare,
mucchietti in mano
a chi rimane ancora.

Come la fotografia di quando si è piccoli
non ci prendono mai, nello stesso modo
cerco di ricordare qualcosa.

Una voce forte, l’altezza, l’entusiasmo
un negro bianco, con gli occhi e la bocca
di nonna.

E anche lo sguardo, che avevi
tra  la nebbia.
Come a dire, vedi che strano
si fa per andare e ti fermi
per quella fotografia,
che da piccolo,
non volevi mai fare.

 In memoria di Vittorio Fanelli

linodigianni alle 18:47 in: poesie, poesia, poesie mie
commenti: commenti (popup) | commenti

venerdì, 27 giugno 2008


Mentre ascoltiamo la Chiesa
alla radio ricordarci di chiedere al commercialista
di versare l’otto per mille alla chiesa cattolica

dobbiamo leggere delle schedature di massa
sui bambini rom,
per il loro bene
per non farli sparire
per mandali a scuola

in fondo si tratta pure sempre di fare le docce
mettersi in fila per favore
lasciare i vestiti ordinati
(i triangolini colorati che si sono staccati,
li ricuciremo dopo)

 

Le impronte dei bimbi rom
e il silenzio della Chiesa

di FRANCESCO MERLO


Le impronte dei bimbi rom e il silenzio della Chiesa

A Maroni vorremmo suggerire di prendere le impronte delle mani (e dei piedi) ai neonati cinesi di Milano, che sono già, notoriamente, tutti ladri di identità. Inoltre, per coerenza, potrebbe impartire l'ordine di misurare la lunghezza degli arti ai bimbi di Corleone che crescono (si fa per dire) con il 'criminal profiling' di Totò u curtu. Ed è inutile spiegare a un pietoso uomo d'ingegno come il nostro ministro degli Interni che i minori dell'agro nocerino sarnese e della piana del Sele andrebbero - per proteggerli, badate bene! - sottratti alla patria potestà e affidati alla Dia o, in subordine, allo scrittore Roberto Saviano. E contro il bullismo nelle scuole cosa ci sarebbe di meglio che prendere le impronte, al momento dell'iscrizione, anche ai genitori che sono sempre un po' complici?

E va bene che il bambin Gesù non era rom, ma la chiesa che in Italia fonda la sua forza molto più sull'immagine dolce del bambinello che su quella del crocifisso, potrebbe almeno dire che i bambini non si toccano. La Chiesa sì che può (deve) permettersi i buoni sentimenti. Non era Gesù che voleva che lasciassero i bambini venire a lui? La Chiesa, che punisce e scomunica in materia di sesso e di scienza, perché tollera e accetta le volgarità dei leghisti contro i marginali e contro la gente da marciapiedi, contro i disperati dei semafori e dei campi, contro i loro bambini? La Chiesa, che è l'ecclesia dei naufraghi, dei diseredati e dei dannati della Terra, perché non interviene? Forse perché i bimbi rom non fanno beneficenza come il terribile boss della Magliana Renato De Pedis che - lo ha raccontato mercoledì Filippo Ceccarelli - è stato sepolto nel più esclusivo cimitero del Vaticano, "sarcofago di marmo bianco, iscrizioni in oro e zaffiro, l'ovale della foto" e "un attestato di grande benefattore dei poveri..., che ha dato molti contributi per aiutare i giovani, interessandosi in particolare per la loro formazione cristiana e umana". I bambini rom, non avendo avuto la fortuna di essere educati da quel sant'uomo di De Pedis, sono rimasti ladruncoli e tutti infedeli, mentre Maroni, come De Pedis, si dichiara fervente cattolico.

linodigianni alle 08:06 in: poesie, poesia, poesie mie
commenti: commenti (3)(popup) | commenti (3)

mercoledì, 25 giugno 2008



19.

Del camminare seguendo lento
osservando gli spazi vuoti
le persone che camminano,
l’anima dolente su cui passi

Dei pensamenti con un piede
sporto in pericolo
a rischio che il peso tutto trascini,
le cose che dimentichi, le cose che ti trattengono

Dei rabbiamenti di chi vende solo
quel poco che compreranno.

Dei lievita menti di chi deve studiare
da intellettuale
trovare chi la sposi
tenersi il barbaro da attualizzare e
curarsi che la specie tramandata si realizzi
avendo imparato( lei) a fare bene gli arancini.

Dei petali che si staccano
delle foglie che resistono
della pianta
ora in secca
ora in piena
delle parole che non bastano
a fare mura che dicano
ecco
questo sono io.

Delle parole che non servono
se non a vedere il bordo
le case sospese e noi
a passeggio,
che ci vedono il sotto delle suole
come fossimo nel cielo
e loro nella grata trasparente
della cantina, a guardarci.


linodigianni alle 06:07 in: poesie, poesia, poesie mie
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)

lunedì, 23 giugno 2008



18.

 La notte è stata tonda,
noce nella bocca del merlo,
occhio del barbagianni
senza fondo.

Il chiarore si spande
vincendo l’oscurità:
non eravamo
prìncipi della notte.

Troppo limitati
i confini delle nostre fughe.
E gli alberi intarsiati
abbisognano del tuo
coltello
e i torrenti a secco
confidano nelle piogge
che verranno.

Muovendo nello spazio
non nominato
dove l’ombra sfuma
le appartenenze
io mi confondo ai fiori :
inudibile assonanza.

linodigianni alle 06:11 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura
commenti: commenti (2)(popup) | commenti (2)

domenica, 22 giugno 2008
Ho avuto la rara fortuna di
fare il maestro di scuola con i bambini per
venti anni.
Bambini di quartieri proletari, meridionali
e multietnici.
Bambini che arrivavano in prima senza saper leggere
e uscivano in quinta, con lo sguardo alle medie
e la paura del distacco dalla casa bambina.

Ho sempre pensato che i bambini, presi come gruppo,
trasmettessero un’energia nucleare:
in classe con loro poco a poco diventavo radioattivo anch’io.
Non è facile spiegare, esattamente.
Un movimento continuo, anche solo mentale
mille movimenti di pensiero che ti sorprendono
per la logica altra, da quella degli adulti.
Ma anche paure, cattiverie
anche babau, stereotipi trasmessi dalla tv.

Ai bambini che venivano a scuola
come contadini appena nati
a zapparsi le lettere tutte storte
per far nascere mele e pere ,fumo

e topo .

A quelli che ci siamo guardati
complici per dirci
ce l’abbiamo fatta, a traghettarti
dalla tana al sole.

Adesso avrai le parole
dentro la testa
e dovrai tirar giù aquiloni
se vorrai il vento.

O calzare scarpe di acciaio
col telecomando in mano
e la cravatta, se vorrai
nasconderti anche tu.

linodigianni alle 10:51 in: poesie, poesia, poesie mie
commenti: commenti (popup) | commenti

sabato, 21 giugno 2008

16

Un uomo giovane che nella notte porta
a spasso un cane.
Passa lento vicino
alle auto in sosta.

Pensi, forse usa il cane di copertura,
per non dare nell’occhio
e preparare i furti.
No, forse per non essere impedito dalla gente
usa la notte per addestrare il cane.

Fa accucciare e strisciare e fermarsi
a suo comando egemone.
E se non ascolta botte, cinghiate, guaiti.
Mi immagino che sia una cagna, guaisce
trattenuta e spaventata
dall’enormità che a picchiarla sia
il suo padrone, la mano che la sfama
il braccio che le dà rozze carezze.

Questo uomo venuto forse da una terra
dove ancora si uccide tagliando la gola
con il coltello, come alla vacca e al maiale,
ancora si sente bestia dentro
abitato dall’istinto di mangiarsi il pericolo.

Mi immagino la cagna con lo sguardo
stupito e teso, tra paura fuga e fedeltà
mi immagino una moglie picchiata
per necessità di dominio,per paura che i barbari arrivino ai confini.

Ecco, un mondo timido, delicato, pieno di scrupoli
e di attenzioni
si trova
affiancato
a chi ha ancora un piede
nel medioevo
prossimo venturo.

Ne sentiamo gli echi del passato
è necessario preparare granai
per gli inverni dello spirito
prossimo venturo.


© linodigianni

www.linodigianni.it

linodigianni alle 05:25 in: poesie, poesia, animali, poesie mie
commenti: commenti (3)(popup) | commenti (3)

giovedì, 19 giugno 2008

15.

Con questo pennino che non si usa più
inchiostro simpatico di latte e limone
compare solo se scaldato
come dopo una corsa a mozzafiato
mi giro su me stesso con la memoria
ai dervisci roteanti
che iniziano piano a prender miserie di
e pregano danzando
con i dolori in orbita col mondo.

Aveva le mani sulle ciglia
rosario e veletta del suo calvario

Guardava come un gufo fuori di bosco
Presi del pane, ne mangiai un pezzo
per provarle la mia bontà.

Stava per far su la borsa, con dentro
tutte le sue partenze
qualcosa la tratteneva, mi chiese
se avevo un biglietto per Venezia

Non era mai andata oltre il capolinea del tram
pensava andassero nell’acqua, in quella città

Ogni sigaretta raccolta, scriveva una poesia
così, come per ringraziare di un pezzo di attenzione
mischiava i versi suoi a quelli delle gatte
in fondo si diceva, cerchiamo tutti di leccarci
pulci e graffi di questa vita.

Un giono nel suo sguardo
ho visto una corda tesa
invece del bucato solito
mi è sembrato il remo di una gondola

Mi ha sorriso, come fuori tempo
come se per altri
come la caramella al nipotino

Ho capito come i ponti
hanno acqua e persone.

© lino di gianni
linodigianni alle 18:57 in: poesie, poesia, poesie mie
commenti: commenti (popup) | commenti

martedì, 17 giugno 2008


Guardò le pagine del libro
come entrasse nella foresta
si aspettava versi di animali
parole che volavano
uccelli disturbati.

Sollevò la testa verso il cielo
stelle a giorno pieno
occhi luccicanti
in attesa delle lacrime
aggrappati alla rete galleggiante
più persone in numero sessanta
I pesci dentro, gli stranieri fuori
fosse anche dalla rete di tonnara.

Awa chiuse le pagine del libro
fermò il barco
fermò l’ondo
fermò anche quel viaggio morto
verso il Nuovo Mondo

Mai aprire, si disse Awa
il cuore alla speranza
che il mare non ci inghiotta
che la barca domi l’onda
che i miei compagni tornino
a una qualsiasi sponda
In questo nero , nero mare
muore il libro, e la foresta
gli uccelli muti
con la bocca piena d’acqua
parole affondano
qui tutto è fermo.


Son tornati indietro
in una scatola di latta
come nuovi tonni
che nessuno mangia.

(lino di gianni)

Decine di migranti aggrappati alle tonnare dopo naufragio, 400 arrivi a Lampedusa

Anche bambini aggrappati alle tonnare per entrare in Europa
Anche bambini aggrappati alle tonnare per entrare in Europa
Chiavi migrazionieuropa
Un barcone carico di clandestini si è spezzato a 50 km a sud di Malta: i migranti sono stati trovati aggrappati alle gabbie per la pesca dei tonni al largo dell'isola dall'equipaggio di una motovedetta della marina maltese. L'allarme era stato lanciato dai marinai di un peschereccio.
Non si sa ancora se ci siano vittime ma almeno sei immigrati sono dispersi. Tra loro alcuni bambini, secondo le testimonianze degli altri 28 somali soccorsi dal peschereccio italiano "Gambero" che li ha issati a bordo dopo aver calato due gommoni tra le acque molto agitate.
Il mare nella zona è molto agitato. Una motovedetta ed un elicottero della marina maltese sono impegnati nella ricerca di altri naufraghi. E' la terza volta in una settimana che gruppi di immigrati hanno trovato salvezza aggrappandosi alle gabbie dei tonni nel Mediterraneo
linodigianni alle 18:06 in: poesie, poesia, poesie mie
commenti: commenti (4)(popup) | commenti (4)

martedì, 17 giugno 2008
Con le mani strette
per l’orizzonte inclinato
si era fatto il segno della croce
non c’era nessuno suonando

Con gli occhi rivolti indietro
per le paure residue
sapeva dove spostare l’ombra
adesso resta il segno
fin dove l’acqua è salita.

Ci siamo guardati fitti
per antiche sere
ci siamo bevuti zitti
senza trovare niente
senza lasciare sedie vuote
senza borse da trafugare

con le mani strette
con gli occhi rivolti indietro
spsostando l’ombra nel segno preciso

dove l’acqua adesso è sparita.
linodigianni alle 06:12 in: poesie, poesia, poesie mie
commenti: commenti (popup) | commenti

domenica, 15 giugno 2008

vulesse addeventare nu brigante

(Eugenio Bennato)

 

Vulesse addeventare surricillo oi nennane'
vulesse addeventare surricillo oi nennane'
pe' le rusicare 'sti catene ca me strigneno le vene
ca me fann' schiav'
pe' le rusicare 'sti catene ca me strigneno le vene
ca me fann' schiav'

Vulesse addeventare pesce spada oi nennane'
Vulesse addeventare pesce spada oi nennane'
pe' putelle subbeto squartare tra lu funno de lu mare
'sti nemice nuöste
pe' putelle subbeto squartare tra lu funno de lu mare
'sti nemice nuöste

Vulesse addeventare 'na palomma oi nennane'
Vulesse addeventare 'na palomma oi nennane'
pe' putere libera vulare e 'nguacchiare 'sti divise
a tutt' 'e piemuntise
pe' putere libera vulare e 'nguacchiare 'sti divise
a tutt' 'e piemuntise

Vulesse addeventare 'na tammorra oi nennane'
vulesse addeventare 'na tammorra oi nennane'
pe' scetare tutta chesta gente ca nunn' ha capito niente
e ce sta a guardà
pe' scetare tutta chesta gente ca nunn' ha capito niente
e ce sta a guardà

Vulesse addeventare 'na bannera oi nennane'
vulesse addeventare 'na bannera oi nennane'
pe' dare 'nu colore a chesta guerra
ch' ha da liberà 'sta terra
o ce fa murì
pe' dare 'nu colore a chesta guerra
ch' ha da liberà 'sta terra
o ce fa murì

Vulesse addeventare 'nu brigante oi nennane'
vulesse addeventare 'nu brigante oi nennane'
ca vo' sta' sulo a 'lla muntagna scura
pe te fa sempe paura
fin' a quanno more
ca vo' sta' sulo a 'lla muntagna scura
pe te fa sempe paura
fin' a quanno more

 


Per brigantaggio, termine originariamente riferito a fenomeni di banditismo generico, si suole definire una forma d'insurrezione politica e sociale sorta nel Mezzogiorno italiano (soprattutto in Basilicata, Campania, Lazio e Sicilia) durante il processo di unificazione dell'Italia e il primo decennio del Regno. Gli autori della resistenza furono infatti definiti, in senso dispregiativo, briganti dai militanti unitari.

Secondo diversi storici considerando che gli schieramenti tra loro nemici impegnarono notevoli risorse in uno scontro armato all'interno del nuovo Stato italiano, si può definire guerra civile quella che fu allora combattuta. Gente come Carmine Crocco, Nicola Napolitano, Ninco Nanco, Luigi Alonzi e Damiano Vellucci furono esponenti di spicco di questo fenomeno.

linodigianni alle 21:53 in: canzoni, video, briganti
commenti: commenti (2)(popup) | commenti (2)

sabato, 14 giugno 2008



(clicca per ingrandire) Otto Dix

Ho chiesto a una signora molto anziana,
se poteva, per favore, dirmi infine
il senso della vita.
Mi ha parlato dei fiammiferi di legno,
di quelli lunghi, che non ti bruci,
che non si trovan più.

Ho pensato forse è meglio che Le faccia
domande più precise,
magari mi direbbe se si impara a convivere
col dolore delle perdite?
Mi diceva delle diverse crescite del pane
se metti il lievito di birra in dadi o in polvere
o (quello che preferisce) il lievito madre,
che devi conservarlo per una nuova pasta.

Forse non ci sta tanto con la testa, oppure
è molto saggia e mi parla per metafore
e sono io che non La capisco.
Allora Le chiedo se nella ricetta della pizza
lei gira il sale nell’acqua tiepida.

Lei sorride, interdetta, e con lo sguardo
di chi è sorpreso a volare
attaccato ad un palloncino mi dice
” Chissà da che cosa ti escono
quei brividi che
regali sempre
alla fine
dei tuoi testi “

linodigianni alle 07:16 in:
commenti: commenti (2)(popup) | commenti (2)

venerdì, 13 giugno 2008


Intanto salgono come invasi
dal colmo dell’acqua, equilibrio
nel gioco degli occhi
che legano al palo.

Invano la barca,
come se a tessere il sale
trattenendo i respiri
fosse un ‘ala un gabbiano
un amo agonia

Rompendo le lacrime
interpreti
protesti
col granchio t’interri
nell’erba del fondo.

S’abbatte risacca
risata di gola.

Nel gioco d’abitudine
appare disfatto
il castello, la sabbia
le orme di sabbia.

Un cucchiaio, per tutta
la pappa del
mare.
linodigianni alle 17:31 in: poesie, poesia, poesie mie
commenti: commenti (popup) | commenti

giovedì, 12 giugno 2008

Non mi spiego perché erano cosi
abbracciati tutti e sei
il ministro ha promesso un piano straor..

Non avevano neanche le maschere
alla cintura, la scala l’avevano comprata
solo quella mattina
entro un minuto spenti sei fiati dentro
i vulcani di quelle terre.
C’era il sole al mattino?
Corvi in cielo, si videro?
Dall’impalcatura, Gaspare di Gela

Trentadue anni silenziati per una galleria d’autostrad..

( Entri nell’ombra e lo vedi nei fari.)
Giovanni, dal tetto di tutto il paese di
Mirabella Imbaccari, e Giuseppe dal balcone del secondo piano
Grani di rosario che si allungano.
Le donne in nero, 42 grani in sei mesi in terra di Sicilia.

Cercano un lavoro, sulla terra
Li piangono, come una guerra
Fucilati, senza essere nemici o disertori.
Hai mai sentito parlare di imprenditori
colpiti dalla morte bianca?
I carusi delle solfatare
morivano colpiti al sangue
quelli di loro, diventati grandi
zolfo nella testa

linodigianni alle 19:49 in: poesie, poesia, poesie mie, omicidi, operai
commenti: commenti (3)(popup) | commenti (3)

mercoledì, 11 giugno 2008

Gira la testa, mio clown nato dall’odore dell’ombra
sposta le tue scarpe fiorite che non siano
sulla bocca storta dei lèmuri
dagli occhi fissi:
(guardati da uomini senza denti d'oro in bocca)

Rapinagli il futuro, porta con te
la testa dei loro figli.
Hai insegnato loro il ruggito del leone
nel vedere crescere l’erba
e il salto della gazzella al tramonto del sole
quando la fame allunga le gambe
e ti inseguono uguale
il rom e il gagè.
(ballando ballando se morir bisogna,che almeno sia da in piedi)

Sorridi, sorridi sempre
sull’albero maestro del nostro veliero pirata
che imbarca macedoni e preti sfiancati
bambine balbettanti e vecchi che corrono.
(a  lan dime, gaute la nata, Parin..e mi per nen veni lourd..*)

Giri attorno ai miei silenzi
con le tue danze ballerine
mani grandi cuore di gufo
mi sospendi al ramo
per quando senti il mio odore
da lontano
come una promessa.
© lino di gianni

* dialetto piemontese riportato fonicamente: all'incirca
mi hanno detto, togliti il pensiero, Zio, e io per non arrabbiarmi

linodigianni alle 21:25 in: poesie, poesia, poesie mie
commenti: commenti (3)(popup) | commenti (3)

mercoledì, 11 giugno 2008

II

 Dove quell’uomo che conoscevi ieri, oggi è diverso, non si fa più la barba.

Per lui era semplice fare casa. Bastava una busta con dentro mutande di ricambio, il rasoio e il pennello da barba .
Dovunque si trovasse, metteva un pentolino sul gas, per l’acqua calda e poi col rasoio
tagliava via i peli, e insieme i pesi del giorno .
Poi apparecchiava tavola, nello spazio fisso dello strofinaccio.

Sembrava venisse dalla Turchia, per l’aspetto fisico.
Parlava una lingua non a tutti comprensibile, piena di parole in dialetto.

Di giorno aveva un banchetto di cose da vendere, all’inizio scampoli di stoffe, poi pattini per la cera, spugne, tappetini da bagno.

Sembrava stesse al porto, a dar di grida alle barche passanti.
Riconosceva tutti, come se fosse ritornato or ora dalla Cina per vederti e raccontarti.
In realtà gridava un soprannome, e in quella strada asfaltata vedevi non più passanti ma braccianti. Sotto l’albero del gelso, con i meloni di pane,tra le stoppie, ammassati
nella terra spaccata dall’arso.

Quando lo vedevi concentrato, silenzioso e intento era perché si faceva i conti.
Con un libretto grigio e verde risaliva sponde e numeri e da analfabeta, contava.

Se lo vedevi incerto e smarrito come dovesse partire per le Americhe, era perché doveva suonare un campanello, e tra il biglietto e i segni non passava acqua.

Io lo studiavo, come fosse il libro della lezione.
Alle domande, ancora cerco risposte.
Come l ’Eldorado di cui mi parlò, e che ancora inseguo.
Un posto dove i libri crescevano per terra, meloni a disposizione, e bastava
raccogliere quelli che ti piacevano, e portarseli a casa.

© lino di gianni

linodigianni alle 05:44 in: storie, scrittura, racconti miei
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)

martedì, 10 giugno 2008
Dove il giorno e la notte si uniscono, non c’è che il sonno.

Dove il sogno si interrompe ,dalla porta del balcone, un giovane zingaro sta scavalcando il muretto dell’alloggio al terzo piano.

Davanti a sé, da dietro la tenda , dal buio è uscita una mano, nella mano una pistola
che punta alla fronte.
Una faccia deformata dal ghigno trattenuto chiede , strascicando le parole, con uno sguardo da matto:
“ Perché sei venuto qui?” E mentre il ragazzo sbianca e il complice sotto scappa,
la faccia si volta lentamente, la pistola fissa.
”Voglio vedere se si piscia addosso.”
”Dovevi vedere la velocità con cui è scappato, come le comiche in una pellicola girata all’incontrario.”

L’altro giorno questo signore mi raccontava del fascino dell’archibugio:
il fascino dell’acciarino che innesca lentamente la miccia.
La nube di polvere che solleva lo sparo.

”Certo, è comunque in grado di uccidere qualcuno..- pausa e risatina.
Ma io non lo uso per quello.
©lino di gianni
linodigianni alle 19:50 in:
commenti: commenti (popup) | commenti

domenica, 08 giugno 2008

Concludendo

Vivo sull'acqua,
solo. Senza moglie o figli.
Ho aggirata ogni possibilità
per approdare a questo:

una casa bassa presso l'acqua grigia,
con finestre sempre aperte
sul vieto mare. Certe cose non si scelgono;

noi, siamo quel che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano,
ci liberiamo di tante zavorre , ma non del bisogno

d'ingombri . L'amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto l'acqua grigia. Ora, non chiedo niente

alla poesia, se non vero sentire,
non pietà, non fama, non sollievo. Sposa silenziosa,
possiamo sederci a fissare l'acqua grigia,

e nella vita che tracima
mediocrità e rifiuti
vivere come roccia.

Dimenticherò il sentire,
disimparerò il mio dono. E' più grande
e arduo questo, di quanto là passa per vita.


(Derek Walcott, Prima luce, Adelphi, 2001 Trad. di A.Molesini)

Tramonto
di G. Ungaretti

Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d'amore



(debiti: grazie a Colfavordellenebbie per le su esposte poesie, grazie a Lam per Walkott)

linodigianni alle 12:34 in: poesia
commenti: commenti (1)(popup) | commenti (1)

venerdì, 06 giugno 2008

Han portato un nero, dagli occhi
di vino forte
su per gli altipiani
tra una montagna e un vento
spostato poche pietre, passata molta acqua
non necessario il coltello
dello zingaro passeur.

Non si capisce chi sia più clandestino
in questi alpeggi lunghi
nemmeno la lavanda
copre quel puzzo di incenso
del sadico con le scarpette
fosse per lui ancora aborti clandestini
fosse per lui santa Inquisizione
la Sacrada famiglia, lInvincibile Armada
dei politici alla terza, quarta moglie.

Bruciano i papaveri in pianura
fuochi alle baracche
Nel medioevo prossimo venturo
tutti han gia vissuto una volta

E sempre l’hanno detto che il diavolo esiste
incerto era solo il vero volto.

Negli occhi dei bambini sinti, rom
korakanè
un vento largo arriva dall’India
una musica dai Balcani
e le salsicce uniscono
l’odore di un gagè
al clandestino
mentre il paese
aspetta i barbari.

© lino di gianni

linodigianni alle 22:52 in: poesie, poesia, poesie mie, sinti, rom
commenti: commenti (4)(popup) | commenti (4)

martedì, 03 giugno 2008
La parola abbaglia e inganna
perche' e' mimata dal viso,
perche' la si vede uscire
dalle labbra, e le labbra
piacciono e gli occhi seducono.
Ma le parole nere sulla carta
bianca sono l'anima messa a nudo.
(Guy de Maupassant)

Il regista del film " Il Divo" , Paolo Sorrentino, mi piace.
Sorprendente il suo film " Le conseguenze dell'amore" con lo stesso grande attore- Toni Servillo.
Un modo geometrico, rarefatto di raccontare

Nell'amico di famiglia, un personaggio repellente, deforme e prestasoldi è il centro di un film girato benissimo.

Qui, invece, nel Divo, ci sono cose che non mi convincono.
Per riprodurre Andreotti, Servillo si è servito di una postura rigida e una cantilena di voce. Che pero' lo rende algido, snob, anzichè scurrile e volgare .
Non mi è piaciuto l' eccesso di campi lunghi e primi piani continui, da videoclip.

Le malefatte politiche invece sono cosi eclatanti e ben documentate
da sembrare incredibili, e sono invece vere.


linodigianni alle 21:05 in: film
commenti: commenti (6)(popup) | commenti (6)