domenica, 31 agosto 2008
Carlin , lotte operaie in bicicletta.


Era notte, la piazza vuota, luci stentate e ombre dove passava qualche
coppietta stretta, a lei ballava il tacco, a lui si stancava il braccio.
Era per questa notte.
Già l'immaginava, la sorpresa, di tutte le donnette del paese,
davanti al muro della chiesa, l'indomani mattina.
Controllò nella scatola gli attrezzi del mestiere, ben legati
e messi in basso nel portapacchi della vecchia bicicletta .
(Le tre. L'ora stabilita.)

Carlin parcheggiò lontano dal muro, poi come se dovesse temperare
i baffi alle mosche, uscì dalla luce sgasata dei lampioni,
appoggiò la scala nella facciata della chiesa
e iniziò, preciso e bene, senza fretta, come per arrampicare
un terzo grado.
Primo venne il profilo dell'aereo americano che bombarda, poi la scritta
insanguinata Vietnam Libero,e poi il profilo di Ho-Chi-min
e per ultimo l'inferno in terra, col prete del paese
che bruciava tra le fiamme.(le donne, che ridere, lo scandalo, domani)

" Vai Carlin, dai il segnale, quest'anno qui, il 1969
lo dobbiamo fare col passo dell'orso " si diceva in testa.
e via con la bici, come neanche il  partigiano Dante Di Nanni inseguito dai fascisti.

L'unica volta che Carlin aveva trovato una donna che ci piaceva,
operaia al Cotonificio, ne aveva ricevuto un rifiuto.
" Te sei troppo misero, caro il mio rivolussionario.No ghè storia, tra noi.
Mi me cerco uno con gli sghei."
Carlin aveva riso amaro, con le spalle al muro
e buttando i suoi occhi blu da folle in faccia le aveva sorriso col fiato corto
"L'è bel cusì? Cusì l'è bel..!"
 
Un giorno Carlin si era ritrovato a pensare seduto sul cesso della sua casa,
pensiero che non usciva mai dalla gabbia, uccello in cattività:
" Dov'è, dov'è che partirà..la cosiddetta  ...scinti-lla della Rivoluzione?
( e ci brillavano di più i denti, ogni volta che la lingua sci-volava, sulla parola
scin-tilla (ostia, anche tartagliare, ci veniva ora)
E poi,si era risposto, improvvisamente schiarito come il salone del matrimonio:
"Ma si, la rivolussione partirà da Mi-ra-fio-ri.
la piu grande fabbrica del proletariato, 50.ooo operai che son dietro
a costruirci la ricchezza all'Agnelli."

Si licenziò dal cotonificio, e si fece assumere:
elettricista manutentore, Settore Meccaniche,
turno normale, dalle 8 alle 16.

Anche qui, è da non credere, dentro la fabbrica, dico,
aveva il permesso di muoversi in bicicletta.
Dovevano presentarsi in due, sempre disponibili, lui era il bocia,
anche se a trent'anni passati.
Il principale era un bravo cristo prossimo alla pensione, semicieco da un occhio
e zoppicante per il diabete.
"Deh, Napuli..mi hai portato il salame? (Il principale era meridionale, e gli piaceva sfottere
Carlin, suo sottoposto . In pratica , tutto il lavoro doveva farlo l'operaio manutentore
Carlin Dregotti, praticamente elettricista.

C'era una famiglia, una donna e due figli.Lei picchiata e abbandonata
dal marito, due figli piccoli. Faceva i lavori nelle case, ma pochi avevano i soldi da pagarsi
una donna delle pulizie.
Allora Carlin, in attesa della rivoluzione generale, dava metà del suo stipendio
a quella donna, un po' comprando il mangiare, un po' con le bollette.
Perchè l'idea, l'idea della liberazione del proletariato, forse avrebbe tardato un pò,
a vedere i casini di quegli anni. Allora, giuda fauss, bisognava sbrigarsi, neh.
Come i pezzi alla catena, mica ne puoi saltare uno si e uno no.

Non c'erano storie, con quella signora.
Gli occhi di Carlin a volte erano lago di montagna, dei giri in bici
nelle dolomiti, senza gomma di ricambio, col mito
dei grandi scalatori del ciclismo, Girardengo e Coppi.
Si, anche quel brasiliano del calcio, era unico, come si chiamava?
Manoel Francisco dos Santos meglio noto come Garrincha,
con le gambe storte come le sue, ma che scartava gli avversari
come un dio.

" Calma e gesso, Carlin, si diceva mentre con un tubo al neon
tra i denti faceva scappare gli impiegati dalle palazzine Fiat,
durante uno sciopero.
Pensavano avesse un candelotto di dinamite, o fosse pericoloso,
con gli occhi così da folle.

In quegli anni, gli studenti andavano ai cancelli delle fabbriche
a volantinare, a discutere e a reclutare operai
per  i gruppi che formeranno poi la sinistra rivoluzionaria
o i gruppetti extraparlamentari, come diceva il Partito Comunista Italiano.

Carlin usciva dal settore Presse, porta 15.
Un giorno si trovò un ragazzetto con il giubbotto verde da operaio,
con un motorino, che se ne stava in silenzio.
" -Ehi, sei te l'esterno che mandano quelli di Avanguardia Operaia?
  -Si, ciao, scusa, sono un po fuso, faccio il supplente ..
  -Eh, lo dici a me che sto nelle fonderie, piuttosto ..se non parli
con gli operai che escono, non serve che stai qui..Devi attaccare il giornale,
provocare la discussione, essere "un agitatore delle masse"
Il ragazzo se ne ando' depresso, era riuscito solo a dire di essere anche lui
un figlio di proletari.

Peppino, quel ragazzo ventenne, aveva partecipato alle lotte studentesche,
poi a quelle all'Università. Adesso, era finito in uno strano pianeta dove
per la prima volta aveva conosciuto qualcosa di diverso: le classi.

Si, perchè dentro i gruppi c'erano molti figli di papà che il sabato andavano a sciare
nella casa al Sestriere o a Cormayeur, quelli che peppino e i suoi amici
chiamavano " i cremini", i fighetti.
Poi in fabbrica, non c'erano più le persone che si facevano il culo, sporche, scocciate
e molto spesso senza mezze misure.
No, adesso c'era LA CLASSE OPERAIa, quasi un' entita
mistica hegeliana.

Carlin usava molta parte delle scarse entrate da operaio metalmeccanico
per i suoi interessi artistici.
Libri di grafica, pittura, sculture moderne.Artisti come Otto Dix, Schiele, Picasso,Leger.

E per quella che lui chiamava comunicazione operaia: filmini in superotto

e foto che documentassero le lotte operaie.

Carlin diceva sempre che la sua Università era stata Mirafiori.

Della comunicazione operaia, dal basso, ci dava come esempio
le scritte nei cessi della Fiat.
Ce n'era uno che lo sfidava cancellando le sue scritte
e sostituendole con altre di tipo fascista.
Allora Carlin si inventò di incidere le scritte
con una punta di Vidiam, in modo che, se cancellate,
la traccia del pennarello, riempiendo le incisioni,
le averebbe fatte - magicamente - riapparire sul muro.

Ghignava a pensarsi la faccia che avrebbe fatto il fascio, per la sorpresa.


© lino di gianni Settembre 2008



linodigianni alle 14:57 in: scrittura, racconti miei
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domenica, 31 agosto 2008

Barmasc/ Antagnod Valle D'aosta 2008  Foto Lino Di Gianni

L' uomo dalla bocca cucita
non può parlare e ascolta.
Ascolta l'erba che si muove
e nasconde onde introverse
e bolle sospese.

Ogni sguardo lo mette
nel suo cappello, come fosse una foglia.
Se lo mette in testa
e riprende i ricordi
ogni passo un ritorno:
fossile affiorato, bolla delicata
a cercare respiri.

L' uomo dalla bocca cucita
s'immerge nella pozza invitante
chiedendosi ragione di quel pezzo
di fuoco a cui s'impicca la vita.

Senza, non cammina, non mangia
non riesce a dormire.
Come un bisogno di sostenere
i paesaggi, un'urgenza di
tracciare binari per treni svagati.

Si accende quel legno, a contatto
con gli altri, ma è fumo costante
che parla anche da solo.
E' entrato nel sangue? E' rimasto
impigliato negli scambi amorosi?

Si, la bocca cucita si è
riempita di braci, ormai spente
e le ceneri rimaste non servono
neanche come letame dei campi.

Erano bolle di un'erba nell'acqua
foglie nel cappello
sguardi lasciati a riva,
dall'agitarsi degli altri.

mercoledì, 13 aprile 2005
linodigianni alle 10:04 in: poesie, poesia, foto, poesie mie
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domenica, 31 agosto 2008


Museo del giocattolo di Praga. 2008. Foto di Lino Di Gianni

Il primo giorno, la finestra rimase chiusa.
I cani abbaiarono, confondendo le attese,
nell'aria l'odore di pioggia, che non venne.

Nel posto delle fragole, vicino al muro,
un secchio capovolto,
la gomma dell' acqua tra la polvere.

Qualcuno disse di aver visto una bicicletta,
  ma il giorno dopo non c'era più.
Alcuni trovarono vecchi volantini,
uno sciopero di otto ore, compagni delle
fabbriche, aderite, 1973.

Ma fu solo con la Luna piena,
arrivata d'anticipo,
che le strade del paese si riempirono di gente.
Silenziosi, degli uomini
arrotolarono prati e trascinarono alberi
spianarono colline e deviarono torrenti.

La mattina, accanto alla bicicletta
una scia di formiche e la punta dei cani
fecero trovare l'uomo
e la valigia.

Dentro, nuove sementi,
il sogno di Liberi tutti.

Nelle lenzuola stese, il risveglio
dei figli della mezzanotte.
linodigianni alle 07:15 in: poesie, poesia, foto, poesie mie, scrittura, praga
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sabato, 30 agosto 2008
Scritta da Lam /Doriana

In simple mode


Aveva corde di fieno – quattro.
Urlò suo padre -
mentre spennava il gallo:
“Legale alla caviglia, vola”.

Nel cappello teneva un merlo.
Disse sua madre -
Mentre slegava il sacco:
“Tienilo in gabbia, prova”.

Ne fece una collana.
Anelli alle zampe – stretti.
E filo d’argento - coda.
Come recinto – un salto.

Brillò così l’uccello
Ardeva fra quei capelli
Cantò sulla sua testa
Sotto il cappello – i campi.

Bavero, stivale, cintura - e ferro.
Ahi - che male - lingua imbrigliata, mora.
In bilico - sui pistilli - distesero il cielo i giorni.

Quando spararono alle lepri – le cerniere aperte
- quelli - mostrarono nembi agli occhi
E nebbia fra le narici – a stemperarne impronte.
Uscivano parole muffe – Sulla sua bocca, un bruco.
Dispiace, disgrazia, oh Dio - il suo nome.
Ghiande di sangue – farina di sposa.
Verde, ruggine, acqua – giorni di pioggia e afa.
Parlarono come sapessero il luogo – il giorno -
l’ora in cui passeranno sterne, germani – i morti.
La nuova stagione – o chiusa
Fin dalla luna piena.

Strisciarono lungo vernice oliosa, pellicce e sguardi finti
Sillaba di rossetto – menzogna, riparazione, scherno.
Qualcuna allargò le gambe, ne fece uscire un topo.
Davanti alla tomba – un prete parlò - col muro
Furono mosche e fiori – afrori di farsa, scongiuri.
E tacchi di cavalletta schiacciavano - foglie, terra - i figli.
Non nacque spiga dai passi – solo ricordi larva.

Allora, tolse il cappello la donna.
Frulla il merlo.
Rupe, vallata, bosco – cresta di montagna, gola – Domani.
Dagli occhi al petto, dal pube al piede.
Cantò il suo merlo – nel riccio - al riparo vissuto.
Bulbo, guancia, seme di madre - pelo.
Cantò ciò che sapeva
Che aveva sentito, oltre guardassero alcuni.
E soprattutto, com’era buono un bacio.

Ebbe catene – fu forca il sole - e chiavi la terra.
Ma il padre offrì del vino – la prima volta sembrava.
Farò così, se griderà dal vento.
La madre lavò erba rossa – come inventata quel giorno.
Farò lo stesso, se chiamerà dai pini.

Sotto gli spari, un nido – covava di nuovo sogni –
Odori – fra i gusci infranti – muove.
linodigianni alle 19:30 in: segnalazioni, poesie, poesia, scrittura, lam
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sabato, 30 agosto 2008


Meloni, gialli
palloni da rugby che nessuno vuole
buttati sotto un ulivo
stoppie arse, raganelle che tessono
un canto di vedovanza.
Chi non li conosce non sa
il verde pallido che hanno dentro, i meloni di pane
ape che scende in gola.

C'era il forno, il forno collettivo
per il pane
il braciere ,per scaldarsi la notte
il secco del peperoncino
mangiato a tradimento,
come togliere la testa a un sogno,
un capriccio, dicendosi
vatt'inne

E c'erano, e ci sono
i braccianti a giornata,
pure le donne che avevano già
fatto il pranzo alle sei di mattina.

Ma adesso, son diventati tutti signori
son rimasti questi neri
a raccogliersi il pomodoro
non si spaventano, questi
del mare lungo
d'annegarci dentro,
carne tritata buona per il sugo.
linodigianni alle 08:34 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura
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venerdì, 29 agosto 2008


un' altra bellissima poesia scritta da Lam

Scrocchiasse il cuore - non spiegheranno le rime di carta.
Ardessero le tinte - negherò al pennello bocca di medusa.
Dimenticando l'abbraccio, un saluto - ridevi? - 
Succede che mi stanco di esser femmina, bambina, brace cespugliosa, ibrido di desiderio
Di essere una - e due gambe, due braccia, un collo - semplice addizione di parti
Di essere pelle, piena, palpebra e pensiero - mi stanco
Di aspettare - fatico - di accettare, confidare.
Mi stanco dei miei piedi - mi pento.
Voglio un'appendice franante sapiente.

Domani mi sveglio in forma di cascata.
Scorro la scarpata, mi scarto alla roccia che incontro.
Sarà un attimo lo scroscio - rivolto, ritorto, sgraziato e perfetto
Ci stacco carezza violenta - dolcissima.
Poi l'attraverso - sferzo - la taglio, con distacco di lama, che pure incide.
Divarico la mia forza sul bianco, sul nero, così : slargata.
Impudica e mille, quante ne sa la materia e può - se vuole.

Sollevandosi in forma d'acqua, digradando accelerò.
Scoprì declinando. Svestì la terra - infranse.
Corse - fionda sulla pianura - cavalcando i campi, le ruote, il grano.
Fuggita dal lago - nel cerchio di boa distolse - dissero fosse un vortice di garriti.
Contro la superficie ramarro e ferma si schiantò - non smise.
Strappata la radice infetta - ciò che l'inverno ha lasciato
A lungo raccontarono " Ha piovuto: straripò sconcertante corrente".
Il letto del fiume la conteneva - solo un passaggio - in faccia ai vogatori che attendono la calma
Ammutoliti e pigri nel perdersi dell'ora, rimasero a guardare - e non ci fu parola.
Furono snudate le pinne dalle pietre - dai pesci nacque il seme.
E allora fu l'impeto, l'indugio - lontano - nuova stagione d'incenso e oro
Fino al mare che slabbra, addolcisce - placa - erige il cielo
Mentre le vecchie pregavano dagli scalini delle chiese, sotto la colonna di stalla, i rosari
La nenia dell'aborigena stremata, nella grotta - dall'incavo del monte.

Domani sarò nuvola che va.
Tu alzerai la fronte al cielo - stavi sulla scogliera - 
Il tempo di sussurrare "Passa" - e passerò
Di specchiarti nel filtro di luce - nell'iride c'è il sole - gli occhiali non li avevi.
Credevi in un riflesso - le barche disegnano sogni coi remi sui fogli d'azzurro
Ma ti raccoglierò nel ricciolo di vapore - avvolto nello sbuffo spumato del gelso
Il tempo di rapirti un fiore - di toglierti il cappello, un dubbio.
Domani sarò solletico e catena - gelato di schiuma.
Fatti trovare pronto per il bagno - alle cinque.
Appuntamento al largo - porta il grammofono e Brahms
Ma non girare la manovella - potrebbe graffiarsi il disco
Potrei tornare donna - o goccia di ceralacca che secca.
Sciaborda tu, piuttosto - con l'unghia dell'inventare - un'onda.
Fu con nome di donna e di stagione - l'Amore.

Crederai d'avermi già visto - fu in un graffio d'argilla - 
quando setacciavi l'acqua di ruggine - dai secchi.

 
linodigianni alle 17:05 in: poesie, poesia, foto, lam
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giovedì, 28 agosto 2008
una poesia splendida di Lam

martedì, 17 maggio 2005

L’acqua salì al balcone di Tamar, madre del cocco.
Donna che sa riporre sorrisi nel verso felpato degli occhi, Tamar.

Avendo scorto gli orli sbreccati di Betel, a nord, si levarono i pastori per primi.
Come ala d’assiolo dispiegata, dalle tende di pece e sabbia:
“Fuggite” gridò l’ocra lanugine del deserto.
E piedi, belati, pelo, zoccoli, artigli sollevarono i monti.
Schegge gridate in schianto strapparono i loro fianchi.

Ma lei – tu mi piegavi un geranio ad abbellirmi i teneri lobi nel sole.
Mia madre coltivava figli di ramo nell’orto.
Ne mangiavo i semi di mela, credendo crescessero foglie ai polmoni.
“Presto cesserà la pioggia”  fu il sussurro -  nonostante incidessi, io muta
– unghia ulula upupa – sul dorso del libro rabbia
e le chiedessi come cresce un sospiro - nell’iride brumosa della terra.

Avrebbero cessato, invece, di piegarsi le spalle, e d’inchinarsi il figlio:
le coste rilasciarono il mare dall’annosa presa del riguardo.
Il rabbino Haddas forse invocò il suo cielo – ebbro di terrore l’indice puntato a sud.
Accennò l’inizio di un salmo, e breve fu - di roco filo -  la voce del sapiente.

Allora scavasti un buco nella terra: piantavi l’albero di maiolica sempreverde,
fatto da palmo, con fronde delle ore. Gesti gemmati d’ortensia e tempia calda.

Così impugnò la sua spada Ida, o almeno tentò -  vendetta ferrosa sui denti.
Ramata nell’imbracatura d’azione - Represse nel piombo il timore.

“Almeno prova, sarà piana la pazienza, anche se lenta a venire” dicesti
mentre mi accarezzavi il viso, con dita di caldo humus e ragno fiato.
Ma preferivo star lì a guardarti, incerta nel lucido incanto – riconoscere o ribellarmi
Ma preferiva attaccare L’Uomo Ida, che non credeva a  rifugio  - da lingua
Cercava di raccattare i ceci – l’arma nel fodero dell’antica gloria .
E probabilmente era ancora Ida a lamentarsi: grufolava nella provvista
–  un braccio rastrello, e l’altro, in alto, a minaccia gramigna.

Eppure, solo al silenzio del raglio, si svegliò il sorridente, Yts’ak,
l’uomo che sognava nel manto di capra, fra due capezzoli di piacere bianco.

Quando fu scorticata l’edera dai muri, sollevò la seppia palpebra.
Cinque pulcini a stelo erano sgusciati nel trigono della notte,
e cinque dita si ritrovò a contare sulla sua mano.
Nastro di seta gli aveva tessuto Tamar, rossa di duna d’amore,
e di nastro rosso cinse la tela del suo viaggio Yts’ak
dopo aver raccolto i capelli e guardato a oriente.
Non una piuma di soffione avrebbe imbrattato la promessa
anche se il vento sferza e disfa, sposta, ridisegna un confine e gli orti.
Nonostante mi attaccassi alla radice, madre.

Già Noè traghettava i barriti nel sibilo agrodolce d’anfibio.
Pacificata l’ansia rapina di lince col quieto arreso pianto,
mesceva i nidi coi topi, le pelli agli artigli, le pinne coi denti.
Furono intrecciate le corna d’alce alla coda dei tassi
- ramificate  storie e racconti di un’alba farfalla.

Sospingevano dunque quei suoni l’arca, fin sulla luna di noce smalto lontana.
Disancorati gli astronomi, l’impeto esploratore, il magico alchimista.
Tutto ricorderanno quel nome – tre lettere, inizio.
Miniature sarebbero fiorite d’arte e fortuna – o stasi.

Nessuno però avrebbe mai letto d’ Yts’ak
Arrampicato al tetto del mare, appeso alla treccia di Tamar.

Né di te sapranno, che sai ascoltare il bocciolo fremito che spinge
dopo che hai guardato in basso, per giorni e giorni e vita, aspettando.

Intimai di alzarsi al filamento spugnoso del cocomero: “Cresci, cresci!”
E “Vola, vola!” tubava Tamar, fenice di mirra, all’asino santo.

Più l’insulto offendeva l’incespicare della bestia – crudeltà fiera di tradizione
“Quel pazzo d’ Yts’ak!” rantolava il rabbino buio di pudore –
più vogava Tamar, nel cerchio ventre odoroso d’alga e dattero di dono.

Si spense la cetra cristallina sul taglio inferto al continente.
Era il diciassettesimo giorno del secondo mese dell’anno.
Ancora centocinquanta ne mancavano e sarebbe germogliato.
L’olio di mandorla burrata ne avrebbe alleviato la doglia.
Certo Yts’ak sarebbe rimasto con lei, o andato chissà dove,
affinché il suo polso non tremasse su fredda vena vetro pulsante.

Tuttavia, solo la pietra – seppur sepolta – capiva:
nulla avrebbe fermato  Yts’ak col suo cappello di feltro tabacco.
Nulla avrebbe zittito Tamar di balsamo cosparsa nei fianchi.

Così, dal fondo, tutte le creste spingevano, in su.
Riassestarono i margini, catene stridettero - durezza del condannato, e forza.
Appresero gli scorfani del volto di Yts’ak e della gioia dai suoi talloni nuovi di pesce.
Dagli occhi di un uomo solo scoprirono l’invisibile tramonto i fondali.

Lasciateli parlare dunque i torbidi pensieri dell’ira - lasciate che veglino  altrove le colpe
magari sulla tronfia imbarcazione a tre piani – sulla maiuscola di giustizia -
quella che stabilirono i morti, avari d’affetto, di falangi sprovviste.
Lasciate che dimentichino i soli mostosi d’azzurro coloro che annotarono i crediti
- che vissero per recuperare il mai stato.

Ma Yts’ak non poteva.
Sapendo, seguiva Tamar, la donna, la sua,
nel possessivo libero in amore -  in dativa tensione leggera.
“Vola Yts’ak, vola!”

Le nuvole tracciarono per lui il disegno -  mostrandogli generose, chiare mappe
dopo che furono cucite – filo del miraggio e ago di bussola preciso
ingrossandole in agilità – elefanti, larghe, grandi e ombrelli
a ripararlo da incertezza o fremiti d’orecchio – per tutta la ruota del suo tempo.

Non una goccia annacquò l’iride prugnata e insonne.
Gli scogli non punsero le sue caviglie quando s’inerpicò ai marosi
perché gentile era quel nuoto, benché deciso, benché nella tempesta,
benché aggrappato al crine d’asino testardo.

Lui che non s’arrese ai simboli dell’uomo, né lesse gli alfabeti oscuri,
percosse le foglie di papiro con virate fresche di struzzo.
Respirava con quanto gli rimaneva nell’acqua: bagliori di voce lontana.
Cunicoli nascosti predisposero i coralli al suo passaggio
fin sotto l’arca al sicuro che attraccò salvezze universali, fuorché la sua.

Distinsero un flutto soffuso, spilla di riso saldata alla corrente?
O forse non sentirono affatto il canto nel petto che cercava Tamar?
Della  musica Yts’ak aveva serbato il riverbero del libeccio,
flebile imbuto di ricordi - giochi sui pascoli abbracciati a Hebron.
Qualcuno – maschio, femmina, angelo o scampato  -  s’accorse?
Chi testimonierà fuori dal testo, se non protetto?

Un altro Haddas nel tempio scuote i marmi con altri Yts’ak .
Cita Tamar infrante e incesti del corpo il suo verbo stanco.
Rinnegherà mattini di elianto il dotto che spegne l’ardore del sogno.

Un’altra Ida nel lutto di formica ferita indicherà Ramat, rivalse e diritti.
Cita la mascella di un asino l’assassino che conta i morti come i ceci.

Abbelliremo i nostri balconi con petali più comuni.

Ascoltate come la paura trasformi l’amore in accanimento
- Come si spenga la notte nel baratto di un valore
E come l’ignoranza releghi il senza nome a una teoria.
“Guarda l’arcobaleno sulle ortiche nell’orto”.

Pettinano con margherite i ricci arruffati delle bambine.
E sono mughetti sul lenzuolo che la madre cuce alla sposa.
Lacrime di giglio nel feretro della figlia perduta.
Anche se non ha testimone l’amore, la fiducia, la speranza di uno solo.
Anche quando nessuno osserva, o sente, o tocca.

Ho sette orecchie e sette pelli, una per ogni riga non detta.
Una per ogni memoria smarrita – oltre le rimostranze di Ida e Haddas.
Rimase Yts’ak dopo che ti ebbi rapita - stavi piegata  sulle ginocchia –
Profuma di verde la ruga  sul palmo di mia madre vecchia
- di futuro latte la scorza del nespolo sulla scarpata che curi.

Guarda nell’arcobaleno quel pazzo d’ Yts’ak che abbraccia la sua Tamar.

linodigianni alle 22:22 in: poesie, poesia, lam
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mercoledì, 27 agosto 2008

Lino, Praga 2008 Foto di Lam/ Doriana


Quando ti dico una cosa che
( mettiamo, sorprende)

e ridi come se bambini
uscissero per un gioco

e dici mi piacerebbe
un mantello magico che

( quasi stanno scoprendo
una sostanza che rende invisibili)

io ti guardo
faccio un giro attorno alla luna
e
con l'odore forte del basilico
giro il sugo
che venga spesso,
saporito
e racconti ancora
la nostra storia


 

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martedì, 19 agosto 2008

In borse segrete,
con sguardi d’intesa
ci incamminammo attenti
verso luoghi d’incontro
con pochi gesti scambiati.

Lasciammo parole
  svuotate come case,
qualcuno smarrì
anche il ricordo della
voce del figlio.
Altri rimasero intenti
a spostare i confini
di un lungo spavento.

Io per me
portai via solo una traccia
  rimasta nell’aria:
la curva del polso
per tracciare
il tuo volo farfalla
di Terezin.

linodigianni alle 11:34 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura
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lunedì, 18 agosto 2008
Immagine di Cuore di mamma

136 Pagine
codice ISBN-10: 884592095X
codice ISBN-13: 9788845920950
Editore: Adelphi
Data di pubblicazione: Jan 01, 2006

        e
9788845920950   €9.00 €7.65

Descrizione del libro

Da una parte una madre asserragliata dalla solitudine, chiusa fra quattro mura che emanano freddo e infelicità, in una casa di campagna dove nulla pare funzioni. Dall'altra una figlia dalla vita scombinata, che sente ogni settimana il dovere, angoscioso e astioso, di visitare la vecchia madre. E che ora vuole risolvere i suoi crucci trovandole una badante. Ma la madre resiste.Il conflitto, al tempo stesso lacerante e orribilmente comico, culmina in una festa per anziani, sgangherata e grottesca, finché tutto si raggela in un'istantanea di vero dramma. (da anobii)

anatomie

Una scrittura brillante, molto cerebrale e ritmata.
Un'angolatura nei rapporti con la vecchia madre molto particolare:  l'aggressività latente resa esplicita e beatificata. Delude il finale. Consigliato. (lino )

linodigianni alle 09:16 in: recensioni, libri, lettura
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domenica, 17 agosto 2008

Immagine di Auschwitz spiegato a mia figlia

  • Auschwitz spiegato a mia figlia
  • Di Annette Wieviorka, Vicari Fabris E. (Traduttore)
  • Descrizione del libro

    Perché i nazisti spesero tante energie per sterminare milioni di uomini, donnee bambini, soltanto perché erano ebrei? Perché Hitler riteneva gli ebrei lamaggior minaccia per il Terzo Reich? Chi sapeva quello che succedeva e chipoteva fare qualche cosa? Perché gli ebrei non hanno opposto resistenza?Annette Wieviorka risponde alle domande di sua figlia Mathilde su Auschwitz ela distruzione degli ebrei d'Europa. Domande crude e dirette che esprimonol'incredulità di chi non può concepire l'assurda tragedia dei lager nazisti. ( descrizione di anobii )

    82 Pagine
    codice ISBN-10: 8806176846
    €6.50

    Un libretto che consiglio vivamente agli amici.
    L'ho letto la prima volta, mi è sembrato buono, ma semplice e limitato.
    Ho visto alcuni luoghi dei campi di concentramento.
    Ho riletto il libro : ci sono le domande essenziali.
    E colpisce la capacità di sintesi, in materia dolorosa.
    Leggilo, va. ( Lino)

    linodigianni alle 18:49 in: recensioni, libri, lettura
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    domenica, 17 agosto 2008

    Tagliano il grano
    raccolgono        
    api
    e insieme al
    vento
    rimasto spingono le nuvole
    al fondo.

    Specchio gesto inatteso
    corvo di trattenuto spavento
    porta
    parole e
    la tua assenza.

    linodigianni alle 09:02 in: poesie, poesia, poesie mie
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    giovedì, 14 agosto 2008

    Scialle di seta che cade
    ( battiti di farfalla o scavi di vanga )
    il bambino del Senegal cerca l'oro
    a quattro anni, nel suo buco
    lalega chiede libertà di grappa
    le donne dell'Ossezia
    non sanno perchè le bombe nella pentola a mezzogiorno

    Alla fine, la poesia
    serve a non tagliarsi il collo
    prima
    avendo necessità
    prima
    che lo scialle cada
    che lo sguardo si faccia
    lava, vapore
    sutura.

    Usciremo
    dal gorgo
    uniti
    come viandanti
    ciechi.

    Seguiremo l'odore di lavanda
    fiume in fiore nelle
    montagne
     

    linodigianni alle 18:34 in: poesie, poesia, poesie mie
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    martedì, 12 agosto 2008

    Ramallah, mercoledì i funerali di Stato per il poeta Mahmud Darwish

     

    Assassinato  n.48

     

     

    Nel suo petto trovarono

    una lanterna di rose

    e una luna.

     

    Giaceva morto su una pietra

    trovarono … monetine

    nella sua tasca,

    e sopra di lui

    una scatola di zolfanelli

    e un passaporto.

     

    Sul morbido braccio, invece,

    c’erano dei tatuaggi.

    La madre l’aveva baciato,

    l’aveva pianto un anno dopo l’altro.

     

    Spini cervini gli crebbero negli occhi

    e le tenebre si addensarono.

     

    Anche il fratello, quando crebbe,

    e andò per le vie della città

    cercandosi un lavoro, lo buttarono in cella.

     

    Lui non possedeva un passaporto,

    ma portava per le strade

    una cassa di marciume… ed altre casse …

     

    O bambini del mio paese: 

    cosi morì la luna !

     

    di Mahmud Darwish 

    La vita e le opere di Mahmud Darwish 


    " Da un cielo a un altro passano i sognatori"..
    scrisse in una sua poesia

    [..la sorpresa di una bambina che
    vede per la prima volta un gatto nero
    e non ne conosce il nome e
    dice alla mamma:
    ho visto qualcosa
    che si è vestito di notte]

    Geraldina Collotti dal Manifesto del 12 agosto 2008 pag 3


     

    linodigianni alle 16:56 in: segnalazioni, poesie, poesia
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    venerdì, 08 agosto 2008


     Cosacchi

    Cartomante in quel di Bruges, cercavo le mani ,
    evitavo gli occhi nei sobbalzi d'umore
    predicavo sorti quiete che non avessero a risvegliare
    i gufi e le civette che si covano dentro.

    Mi accontentavo di un po' di pane, meglio se col formaggio.

    Un giorno , nell'ozio, iniziai a cucire le storie
    di quelle vite lette solo nelle mani
    stavolta le bocche parlavano, ma non con suoni per tutti
    piu che  altro erano scarti, deviazioni di strade
    - gesti dimenticati che io riesumavo -
    cucivo con filo leggero, sottile imbastitura
    da reggere fino al primo sforzo di libertà.
     
    Dopo ti ho incontrata , non ho guardato le mani
    non ho cucito una storia, troppo preso a rincorrere
    venti e cieli e nastri di fortuna.

    E il tuo sorriso d'amore
    ancora m'irrompe
    come cavalli al galoppo
    di 27 cosacchi del Don, innamorati

    sabato, 02 aprile 2005
    linodigianni alle 13:33 in: poesie, poesia, poesie mie
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    giovedì, 07 agosto 2008
    Immagine di Zingari di merda

    Brossura 93 Pagine
    codice ISBN-10: 8889416734
    codice ISBN-13: 9788889416730
    Editore: Effigie
    Data di pubblicazione: Jan 01, 2008
             
      Brossura €15.00 €15.00  

    Descrizione del libro

    Nel suo linguaggio irruente e abnorme, come abnorme è la realtà che descrive, Antonio Moresco trascina i suoi lettori fin dentro una delle contraddizioni più acute di questo secolo.
    Il racconto procede in un dialogo ininterrotto con i compagni di viaggio, l’occhio fisso sui marciapiedi della civiltà, dove gli zingari, uomini e donne che non stanno mai fermi, sono la nostra parte più miserabile e irriducibile: sono noi eppure sono anche assolutamente altro. Sono un enigma. Nella loro presenza c’è qualcosa di inspiegabile e sfuggente, di infinitamente arcaico eppure futuribile. È lì che ci porta il viaggio di Moresco, sulla soglia del silenzio e della morte. Dove arrivano anche le fotografie di Giovanni Giovannetti, che chiudono il libro. (anobii)


    linodigianni alle 10:34 in: recensioni, libri, lettura, sinti, rom , zingari, moresco, piccoli editori
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    mercoledì, 06 agosto 2008

    Praga Luglio 2008 al N° 22      La casa di Franz Kafka     foto linodigianni


    Itìnere.



    Già lo so

    dalla mano alla bocca

    il destino del cucchiaio

    di come l’uva vulcano

    e lo zucchino gentile

    trovino il mare

    superato lo scoglio dei denti.



    Già lo so

    dalla spalla ai capelli

    quante valli e recinti

    di pietra ho dovuto

    imparare a volare

    per poi passo passo

    sciogliermi nelle vene.



    Già lo so

    in questo gioco di specchi

    non siamo mai visibili

    dentro quella che sembra

    per tutti una cornice.



    Il momento preciso

    tra il vuoto dell’acqua

    e il risucchio dell’aria,

    petalo che sboccia.









    Sole dentro



    Un nervo che si muove

    a infinito struggimento

    vederti lenta nel reagire

    appoggiare il capo chino

    dal lato della mannaia

    e aspettare docile

    che si chiudano le vene.

    […]

    Anche se ti han fatto vivere

    senza un balcone

    il sole dentro

    te l’hanno visto in tanti.

    (Novembre 2007)





    Lampi del cinquanta

    Nelle preghiere a mente fredda

    e bocca chiusa

    nella vasca all’ombra venne su

    il basilico

    e sotto i piccoli venti

    un po’ di mare salì

    sulla mia schiena

    cosicchè con la zappetta

    tolsi appena un poco di

    terraglia

    prima di seminarmi,

    qui

    (linodigianni

    domenica 3 febbraio 2008)

    linodigianni alle 07:34 in: poesie, poesia, foto, poesie mie, praga, praha, jpf
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    martedì, 05 agosto 2008


    Praga -La casa che danza 2008 foto linodigianni


    Senza documenti in regola
    senza fissa dimora
    col braccio attorno alla testa del figlio

    Lo sguardo che traccia confini .

    Solo per gli animali che passeranno,
    l'acqua che scende diversa secondo le ore
    preziosa nella traversata del mare di sale.

    Tutto avvolto nel vento
    il canto della vecchia del villaggio
    che sposta le nuvole e pulisce gli spazi
    rimasti nascosti.

    Luccica
    il sorriso della figlia
    con gli occhi nell ' altrove.


    A quel momento,
    l'uscita di una metropolitana

    vendono mirtilli, a mucchi,
    la gente frettolosa riempie le borse,

    sale, si tiene al mancorrente
    sollevando il braccio.

    Rinasce l'humus del
    sottobosco.

    ( Spiavano tutto nella polizia segreta
    io sfogliavo le margherite
    per farli impazzire con le mie
    domande d'amore)


    © lino di gianni

    linodigianni alle 18:16 in: poesie, poesia, poesie mie
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    martedì, 05 agosto 2008
    Immagine di E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto
    * E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto
        * Di John Berger
       


    Descrizione del libro

    "E i nostri volti, amore mio ... "è l'inizio di una lettera d'amore che l'autore firma di suo pugno e dedica ad ognuno di noi; un colloquio intimo con il lettore, lungo un percorso indisciplinato, che fonde saggistica, prosa e poesia, riflessione e racconto, frammenti presi dalla vita, ricchi di stimoli e intuizioni; una narrazione coinvolgente che pone a confronto con cose piccole e quotidiane, e con emozioni ritratte con un'intensità e una precisione folgoranti. Un cimitero sulla collina, la storia di Van Gogh, un quadro di Caravaggio. L'autore descrive ogni cosa come se la vedesse per la prima volta, e fa nascere nel lettore lo stupore di guardare il mondo in una luce nuova. Un diario intimo che è un'educazione sentimentale alla vita, denso degli interrogativi che attraversano l'esistenza di ogni uomo.( recensione di anobii)

    " In tutta la poesia, le parole, prima di essere uno strumento di comunicazione, sono una presenza "


        Edizione: 1ª ed.
         Editore: Mondadori Bruno
        Data di pubblicazione: Jan 01, 2008

    codice ISBN   
    9788861591271        €13.00
    Da leggere

    Nella mia personale classificazione dei libri( ma anche film) basterebbero questi livelli di giudizio:
    cult, si, mah, no.
    Ora, John Berger - di persona e nei suoi libri, per me e molti è un autore cult. Assolutamente da conoscere.
    All'interno dei suoi libri, questo che sto leggendo ha parti acutissime (sulla poesia, sulle immagini, sulla memoria, sulla casa ) e altre normali.
    Classificazione: mah




    linodigianni alle 07:09 in: recensioni, libri
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    lunedì, 04 agosto 2008

    Terezin 2008 Foto Linodigianni


    Siamo incerti nel camminare
    nel venirci incontro con passettini
    attraverso il ponte
    spio i segni
    sulla tua faccia per
    (rassicurarmi).

    Mi fai camminare
    sulle parole che imbastisci
    polsini sulla mia pelle
    risvolti dei pantaloni
    (corti e rido a 10 anni).

    Una intera via
    ci ha trasformati (finalmente)
    di nuovo in api che seguono
    i fiori di lavanda
    (100 kg di foglie per un kg d'olio essenziale)

    Il problema dello smaltimento
    ordinato dei corpi
    ( dopo averli gasati )
    e ci fu un contabile
    delle emozioni?

    Solo alcuni sopravvissuti
    tentarono di rompere
    il silenzio
    delle camerate di legno ora vuote.
    Io ho inghiottito silenzi.



    TEREZIN 2008 FOTO linodigianni
    linodigianni alle 05:00 in: poesie, poesia, poesie mie, scrittura
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    domenica, 03 agosto 2008



    Nel chiaro del latte del primo mattino
    col fumo del caffè evaporano sogni.

    Non sogno mai, ricordo niente.

    Una viaggiatrice mi chiede
    se questo treno va in Thainlandia; rispondo di si
    ma prima ferma a Bangalore, dico io.
    Non conosco la geografia, non viaggio mai.

    Mi rivedo a Instanbul, a far colazione europea
    mischiata a quella turca,
    the, marmellata, pane, olive nere, formaggio fresco e anguria.

    E che altro è successo nel sogno ?
    Mi stiravi una camicia, la stessa per ore,
    disperandoti per le pieghe,
    con io che dicevo- dovro' portarla per una settimana
    con tutto il lavoro che hai fatto.

    Che bello i bigliettini sparsi
    per la casa, auguri di un nuovo
    compleanno, lasciati un'ora prima
    trovati nel giorno dopo.
    E tu che sogni di Berlino
    e io che ti chiedo di farmi esserci
    in quel viaggio.

    Ma insomma, col fumo del caffè
    amaro, rigorosamento senza zucchero,
    ora che mi sono staccato dalla bombola
    a gas del sigaro onnisciente,
    dovro' rimettermi il pollice in bocca?
    Acconciarmi le gambe
    in posizione fetale?

    Per lievi[ta]menti
    prossimi, recarsi in biglietteria
    nei fondi della tazzina.

    Pagamento anticipato,
    supplemento curiosità

    obbligatorio.

     (mia del 2006)
    raccolta Le Temps des Cerises

    per scaricare la raccolta in pdf gratuito

     

    Un'occasione di vento

    Vento, negli occhi dei gufi, come vecchi Sufi
    veggente cieca di un gioco datato

    Vento, largo in cerchi,abbracci nelle fessure
    delle persone invisibili, senza poteri, senza linguaggi
    che escono di notte, dormono di giorno, spirano
    ricordati dai pochi

    Vento stretto, difficoltà di parlarsi
    difficile a capirsi
    pure con sue ragioni da cercare
    pochi ingressi, difficili a dirsi

    Vento incerto, carico di incendi
    non sa se levarsi
    attende
    misconosce orizzonti, cieli, proclami
    s'alza per uno scherzo, si cheta con un sorriso,
    sfuggito.

    (mia del dicembre 2004)

    dalla raccolta Un'occasione di vento
    FeaciEdizioni
    scaricabile in pdf gratuito qui

    linodigianni alle 06:18 in: poesie, poesia, poesie mie
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    sabato, 02 agosto 2008
    Immagine di La fine e l'inizio Addio a una vista
    Pozegnanie widoku


    Nie mam zalu do wiosny
    ze znowu nastala.
    Nie obwinian jej o to,
    ze spelnia jak co roku
    swoje obowiazki.

    [...]

    Non ce l'ho con la primavera
    perchè è tornata.
    Non la incolpo
    perchè adempie come ogni anno
    ai suoi doveri.

    Capisco che la mia tristezza
    non fermerà il verde.
    Il filo d'erba, se oscilla,
    è solo al vento.

    Non mi affligge sapere che di nuovo
    gli isolotti di ontani sopra l'acqua
    hanno di che stormire.

    Prendo atto
    che la riva di un certo lago
    è rimasta - come se tu vivessi ancora -
    bella com'era.

    Non ho rancore
    contro la vista per la vista
    sulla baia abbacinata dal sole.

    Riesco perfino a immaginare
    che degli altri, non noi
    siedano in questo momento
    su un tronco rovesciato di betulla.

    Rispetto il loro diritto
    a sussurrare, ridere
    e tacere felici.

    Ammetto perfino
    che li unisca l'amore
    e che lui stringa lei
    con il suo braccio vivo.

    Qualche giovane ala
    fruscia nei giuncheti.
    Auguro loro sinceramente
    di sentirla.

    Non pretendo alcun cambiamento
    dalle onde vicine alla riva,
    ora leste, ora pigre
    e non a me obbedienti.

    Non pretendo nulla
    dalle acque fonde vicine al bosco,
    ora color smeraldo
    ora color zaffiro
    ora nere.

    Una cosa soltanto non accetto.
    Il mio ritorno là.
    Il privilegio della presenza - ci rinuncio.

    Ti sono sopravvissuta solo
    e soltanto quanto basta
    per pensare da lontano.

    da " La fine e l'inizio " W. Szymborska-Libri Scheiwiller
    traduzione di Pietro Marchesani

    ( ricopiare a mano, come una trama da seguire
    cercare di capire come faccia, questa donna
    con strutture semplici
    con punteggiatura classica
    a evocare [ .. acque fonde vicino al bosco
    ora color smeraldo,
    ora color zaffiro
    ora nere.]


    linodigianni alle 18:03 in: segnalazioni, poesie, poesia, scrittura
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    sabato, 02 agosto 2008
    Immagine di Guido Rossa, mio padre

    • Consigliato
    • Si legge bene e invoglia ad approfondire  (  Lino Di Gianni  )



    Guido Rossa, mio padre

    Anni di rimozione e omertà. Perché il sindacalista del Pci è stato ucciso dalle Brigate rosse. Dall'indagine della figlia affiorano nuove verità.
    di Sabina Rossa, Giovanni Fasanella edizioni Bur euro 8,80

    È l'alba del 24 gennaio del 1979. Le Brigate rosse uccidono il sindacalista Guido Rossa, che aveva provato a rompere il clima di omertà che regnava nelle fabbriche intorno ai terroristi. Quasi trent'anni dopo la figlia prova acapire che cosa quel giorno è veramente successo e lo racconta in questo libro. Chi era suo padre? Nessuno aveva mai chiarito il segreto di quell'omicidio: compagni di partito, operai, magistrati, carabinieri. Ed ex brigatisti: anche coloro che parteciparono all'azione armata.
    linodigianni alle 05:45 in: recensioni, libri, lettura
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    venerdì, 01 agosto 2008

    Museo del giocattolo di Praga - foto di linodigianni


    La porta

    Sul limitare del bosco, su
    dove finisce con alberi sparsi e
    comincia una riga d'acqua
    che diventa sasso.
     
    E più in là ,
    dopo il raccolto di spighe
    dopo il ponte in disuso
    la macchina rotta di Pinin
    ecco,
    il passo si affretta
    le colline stringono a scialle
    alle rocce rese
    brusche dai troppi accidenti,
    ecco,
    si scioglie in chiarezza di sguardo
    un tocco alla volta
    cipria alga mascara
    il mare segreto
    delle nostre
    infanzie.
    © lino di gianni

    molte mie poesie, e solo poesie, sono raccolte qui
    le mie due raccolte pubblicate su FeaciEdizioni
    si possono scaricare anche dal mio sito
    linodigianni alle 06:36 in: poesie, poesia, poesie mie
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