martedì, 30 settembre 2008
Pu-zz sce-t-t’ o' san-g( Possa gettare il sangue, morire)


Che, alzando la mano, attirasse
l’attenzione di un falco, lo disse qualcuno.
Intrecciava un ramo più lungo dei salici
acqua negli occhi, nutrimento dei rami.

Dai pantaloni appesi, nella stanza
dalla forma di pane rimasta a lievitare
pensò mi fermo ad aspettare, e si mise
su una sedia, fuori alla via.

Venne zi’ Carmela, a chiedere
un po’ di zucchero, e che bella faccia rossa
che tenevo. Tornate, domani?
Lamadonna v’accompagni.

Gli venne in mente di guardare la sacca
se mancava, chè non usciva mai senza
quella bisaccia a spalla, con aglio, pane
peperoncino e un pezzo di pecorino.

Acqua e passi bastanti, pure per andare
in/gann’a mort*, chi te murt
e stramurt.
 
 
  • in collo alla morte
 

© Lino Di Gianni Settembre 2008


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venerdì, 26 settembre 2008

Lam ha scritto un nuovo post sul blog mutevolmente ...


Per gioco

Ho sognato di essere una capra.
Suonavo il clarinetto e pascolavo numeri.
Uno più Uno, due capretti. Due più Due, quattro caproni. Quattro più Quattro, otto zucche vuote.
E dentro la zucca più tonda, la tana di Mangiafuoco, un piatto, la rucola, un mestolo per far girare i salici. Dentro le chiome la ragnatela, sotto le pigne la pignatta, davanti al fuoco il burattino-gioco.
E intanto la musica accelerava e io stonavo a orecchio, e a orecchio mi disorientavo.
Forse il mio corpo, a bollire, fagocitavo.
 
Quando la sveglia ha poi strillato, Zalera alle calcagna, ma i zoccoli a scalpitare.
Mi sono alzata sfatta. Ho messo la pelliccia, la barba sulla conchiglia, i denti alla gengiva.
Mica lo ricordavo di essere una capretta nana.
Credevo di chiamarmi Anna, dei miracoli, e dei lampi e i tuoni.
Facevo per chiamarmi, belavo. Cercavo un ancoraggio, slittavo.
Mi ci è voluto un anno per specchiarmi, e quando poi l’ho fatto, ho balbettato.
La stanza più non conteneva.
Però guardando in là, sulla scarpata, c’erano le giostre.
Allora ho fatto un salto - oplà - stavo a New York.
Sacchi, rifiuti, cenere di luna. Stelle, banditi, stoviglie da lavare, la pista ancora da asfaltare.
Che misero atterraggio predestinato - tanto rullare per poi dover sfiatare!
 
Ho messo la bandana, salivo in metropolitana.
In qualità di piratessa, mi son mangiata il macchinista.
Per diventare esperta, cominciai da una parte molle.
Qualcuno espresse un desiderio, altri scapparono alla svelta.
(Gabbato Sansone e tutti i Filistei?)
 
Onnivora - ho optato quindi per lunga trasferta.
In verità, in verità - t’impicco - a un parola, un mito.
Eppure - ero innocua - non si credeva.
 
Da latitante, ora, la circumnavigazione prosegue.
Meglio rischiare che finire in bottiglia.
Mica lo sapevo: ero un’illusionista.
Che ebbrezza – sostituire quel macchinista.
 
postato da: Lam
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giovedì, 25 settembre 2008

Dopo i 50, se l’era ripromesso. Non mi danno la pensione, e io mi faccio barbone.
Homeless, senza casa, zingaro. Come si dice?
Un rudere da tornarci la sera, si trova.
Da mangiare tutti i giorni, forse qualcosa c’è.
( Un fondo di emergenza, già. )
L’importante, è incominciare a fare a meno di tante cose inutili, dei falsi bisogni.

1. L’archivista di parole.

Ho scelto di fare il barbone a bassa intensità. Ci sono le guerre, a bassa intensità. Quelle guerre circoscritte, che nessuno considera.
E allora ho pensato, posso fare anch’io una mia guerra privata.
Lotto contro l’omicidio delle parole gratuite, nascoste, parole senza casa.Abbandonate.
Per esempio, io mi chiamo Giulietto, piacere. Un nome, per le persone, è già importante.Il mio cognome, poi, si presta agli equivoci, mi chiamo Imprestito. Giuliano Imprestito, archivista.
Suona bene.
Dicevo, la mia guerra. L’altro giorno, per esempio, un signore che stava male, mentre era in barella ha detto una sola parola, il nome di un fiore.” Attacapui”.
E’ stato un attimo, mi sono ricordato nel bordo del campo di periferia, nel prato, che ci lanciavamo questa specie di nocciola secca che si attaccava ai vestiti.
E subito, la catena che ho tirato fuori dalla bocca del signore, dopo attaccapui diceva: “ lucciole”.Le lucciole magiche che s’ accendevano per un’ora nel buio incombente.” Goldoni”, la parola che chiudeva la catena: il nome dei preservativi che si trovavano nel prato al mattino, e che noi ragazzini non capivamo bene come funzionasse il tutto.
Con queste tre parole, per oggi, posso andare alla mensa dietro il Cottolengo.
Conosco un prete buono, fa l’archivista di parole strane.
Mi darà un panino, una pera e del salame. Io con le parole ci vivo, perché entrano in me, barbone a bassa soglia d’ingresso.

2. Il selezionatore

Quando sento le canzoni di quella donna negra, non mi trattengo. Mulatta, di Capoverde.
Vechia. Mi strappa movimenti di piedi, inchini, zompetti. E’ una rumba, ecco cos’è.
E lei, lei che canta ha un nome raspato. Cesarìa, Cesarìa Evora.
Con i miei pantaloni abbastanza, abbastanza stropicciati, mi piace improvvisare passi di danza. Passi improbabili.
Ma, con i gomiti, sposto l’aria con il pancione. E attiro gli sguardi.
Tra quella scolaresca, dopo un momento, gridano e guardano altrove.
Tutti, meno una ragazzina. Curiosa, attende.
Allora tiro fuori dal taschino le mie bacchettine sprizza scintille e inizio a dire una poesia. E’ il solo modo, per trovare perle nella sabbia opaca. Una, che cerchi meraviglie.
Che trovi impossibile resistere alla curiosità di gesti  che dichiarano guerra alla mente ottusa.
3.L’assaggiatrice

Assaggio, ecco. Tutto cio’ che contiene alcool. Già dal mattino, per svegliarmi. Caffè con Vecchia Romagna. Grappino, d’inverno. Poi vino, mica cose pesanti.
Certo, ho bisogno di fumare, negli intervalli. Se no, cosa fai, con le mani?
Mangiare, di mangiare: non mi ricordo.Sono una donna che non mangia, normale.
Pero’, come mi perdo a leggere questi versi:
” [..Anarchico disperato chiuso nel bosco in una casa di foglie e fieno, Brombi.Dormire sotto la luna che gli vuole bene, tirare i sassi ai grilli che gli disturbano il sonno. Alle porte cinque catenacci, perché nessuno entri,perché nessuno esca ]
Versi di Federico Tavan, un grande poeta che vive in un centro di salute mentale.

 4. Import- export

 
Io lavoro. Si, come barbone. Il mio è un lavoro, come tutti gli altri. Con tanto di orari, colleghi, sala pranzo, sala per il the, sala dormitorio.
E’ che non mi piace, anche da barbone, avere tutti sti obblighi. Anche il vestito, sempre in ordine, da barbone credibile.
No, preferisco un abito anonimo, che non si noti. Uno stipendio fisso, con pochi obblighi.
Allora, sto bene in questo ufficio. Import- export. Importiamo identità, esportiamo sparizioni.
Si, aiutiamo le persone a evadere dalla vita di tutti i giorni. Sparire, senza traccia, in un altrove.
Distruggiamo le scie elettroniche, le tracce conosciute, le carte di identità.Capita che la gente
voglia sparire.
questi sono mini-racconti miei, entro le 2000 battute

Segnalazione:post di Lam

Lam ha scritto un nuovo post sul blog mutevolmente ...

:: Per Luigi ::Al fratello di mio padre, che sognava di far lievitare il legno, scolpendo becchi, beccacce e zampe d'anatre assorte. A mio fratello, che di materia inerte dorme adesso e sul lenzuolo bianco, magari, vede. Fisso, dal letto e dita ferme, lo sguardo non segue. Ma a...

 

linodigianni alle 15:20 in: scrittura, barbone, racconti miei
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mercoledì, 24 settembre 2008
1. Accompagnamenti

Porto la spesa in casa, alle persone anziane che non ce la fanno più a fare le scale.
Mi accolgono con riconoscenza. Qualcuno con cui parlare, dopo tutto.Mi regalano caramelle, come se non avessi 35 anni ma 10. Non vogliono mai che le saluti, mi chiedono come sto e poi iniziano a ricordarsi di qualcosa del loro passato.Io preparo sempre qualche piatto che contenga una piccola dose di veleno, per prepararle. Non è giusto che debbano patire a lungo, cosi aiuto a prendere decisioni, senza chiedere. Non ci vuole molto tempo, e non lascio tracce.
Mi parlano di quando erano giovani, mi mostrano l’anello conservato con la pietra dura. Ridacchiano, mentre puliscono la dentiera. Si guardano attorno, cercando il gatto morto 5 anni prima. Hanno le ciabatte sformate, le uniche che non battano contro le cipolle dei piedi.
Hanno le calze spesse, per nascondere le vene varicose.
Io mi presento senza figli, con marito lontano e in terra straniera. Non parlo bene la lingua, ma capisco. Ascolto i pettegolezzi, eppure non li alimento essendo estranea al territorio. Quando è sera, so che la televisione abita nella loro memoria come un cane sa la strada dell’osso. E io sono lì, con loro. Non ho mai usato violenza diretta, al massimo aria nella siringa. Credo che il mondo attenda che qualcuno sia all’altezza di decidere, cos’è bene, cos’è male.
Io l’ho fatto quando si è trattato di lasciarli tranquilli a dormire, prima della mia partenza.
Non mi interessava il loro risveglio. Io non ci sarei stata.
Adesso è importante che io riesca a sistemare i loro capelli. Voglio che siano contente quando si sentiranno mancare. E in ordine, come nella migliore tradizione nostra, per noi angeli del focolare.

2. Lo scambista

Mi chiamo karl, sono svizzero, faccio il macchinista.
Questo è tutto cio' che è necessario sapere di me.
Le parole non portano altrove, i miei treni, si.
Il mio lavoro, esattamente, è quello dello scambista.
Cambio il binario, quando arriva il treno.
No, qui non 'c'è l'elettronica. A volte manca anche la luce.
E i binari sono solo uno. Si arriva, ci si ferma. si riparte dall'altra.
ma prima, prima, per proseguire, devo azionare i binari.
Col freddo l'acciaio si blocca:Solo con le leve, e l'esperienza, e qualche po' di bestemmie.
Sono anche il casellante, di questa stazione binario morto.
Ma a me non inporta. Posso sparare alle pernici e suonare il violino, Nessuno sente.
Aspetto il giono in cui arriverà lei:
Quel treno lo riconoscero' da un muggito piu lungo, uno sbuffo vaporoso.
La mia lanterna mi precederà.
E scenderà lei, la mia attrice preferita, con un gran cappello e una rosa sulla veletta.
Mi dirà- Pardon per l'altrove, è per di qua?
Rispondero' con prontezza, baciandole la mano. Forse con un cenno rispettoso.
Meglio non la zuppa di cavoli, stasera, Rosy, vero(Rosy è la mia capretta svizzera, mi tiene compagnia
quando devo alzarmi in piena notte per il treno che va a Stoccolma.
Cosi, un binario in esercizio, per un altrove all'occorrenza.
Quando arriverà lei, la Dama Del Cappello.
Treno deviato, unica passeggera. Le ricerche non han dato l'esito sperato.
3. Il verso del Corvo

Sto cercando una voce. Una voce nuova: la mia.
Stamani, appena uscito, non vedevo l'ora di farmi sentire da qualcuno.
Che magari poi mi guardava stupito, con due occhi grossi così, che mi diceva senza prendere fiato:
"Hai trovato una voce nuova?" e io avrei risposto con misto furbo vergognoso :
"Ma guarda, non me n'ero accorto".
Ma questo non succede, e io allora compro due etti di mortadella, e dico me la pesi senza carta, e aspetto.
Forse, si accorgerà di una modulazione diversa?
E se la voce nuova fosse, che so, diventare più..eruditi ? Colti, nobili, ricchi ? Eh?
Mi guardo allo specchio, mi faccio le boccacce, slargo le labbra con le mani, mi faccio ridere (mi faccio pena)
E se fosse la voce di un uccello, quello che la gente si aspetta.
Ma si, certo, Loro non te lo dicono.
Ma si aspettano che tu capisca.
Già, ma io non conosco il verso di nessun uccello di città.
Cioè, ci sarebbe un corvo, mm, corvonero, corvaccio che svolazza al mattino sui tetti qui davanti.
No, no. E se fosse la voce del signore del mercato, che rincorre le parole e le tira come bocce nella testa da birillo  dei passanti?
E perche no , e  se diventasse la voce di un amore  che dice parole nuove ? Nuvole, vento, fiori.
Allora io parlerei, e sentirei le parole sue come per la prima volta.
Mi direi: " Lei è meraviglioso, signore - e mi risponderei,con la stessa voce. " Merito suo.signorina"

il piccione Handy

Pochi uccelli mi stanno antipatici come i piccioni di città.A meno che,come quello che viene ogni giorno sul mio balcone,non siano con una zampa ferita.Ecco perchè,da un anno,io lo sfamo e lui "intrattiene" cordiali rapporti,con me..

Handy è un piccione un po' particolare,probabilmente.Deve venire dal sud,e forse,da quello che mi sembra di capire ,deve avere anche fatto discrete letture.Al mattino,appena apro la porta,lui vola sulla ringhiera,e aspetta in posa sull'unica zampa.Io,per non imbarazzarlo,gli dico che studia per diventare gru..

Se gli do la pagnotta intera,la disdegna,e comincia a planarmi in casa.Allora gliela sminuzzo.

Ieri gli ho chiesto se prima o poi pensava di sdebitarsi..lui mi ha fatto capire che,visti miei interessi,poteva recitarmi"La Tempesta" di Shakespeare in..napoletano.

"Guagliù,currite.Faciteve curaggio:'a Maronna'a Catena nce aiuta.Ammainate ' a vela maestra e mantenivete lèse.


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linodigianni alle 17:01 in: scrittura, racconti miei
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mercoledì, 17 settembre 2008

In memoria dolente di  Abdul Guibre


Forse, hai potuto giocare poco,
libero, nella tua terra.
Là, povero di soldi
ma bambino, a volte, puoi essere
uccello delle maraviglie.

E, nero da piccolo,
hai sottratto colore imparando
la lingua dei camaleonti.

Da ragazzo, forse, scherzando
hai preso due biscotti senza pagare,
ma in questa terra di buoi furiosi
il nero della tua pelle ha coperto
il cielo che avevi dentro.

Ora, son ferme le nuvole
aspettiamo la pioggia
per mischiare la vergogna e l’orrore
per queste tribù del paleolitico.

Niente ci diminuisce
come l'urlo della belva, ignara.

linodigianni alle 06:48 in: poesie, poesia, poesie mie
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domenica, 14 settembre 2008
Carlìn – Lotte operaie in bicicletta ::«Era notte, la piazza vuota, luci stentate e ombre dove passava qualche coppietta abbracciata stretta, a lei ballava il tacco, a lui si stancava il braccio.
Era per questa notte.
Già l’immaginava, la sorpresa, di tutte le donnette del...




Mi piace considerarlo nato sotto una fragola rossa, il racconto di Carlìn sulle Lotte operaie in bicicletta che ora approda sul sito OraSesta. (Majara)



Certo, ci sono posti , come Ora Sesta, in cui ti emoziona arrivarci.Per l'importanza dei gesti, per il senso restituito alle parole. ( lino di gianni)
linodigianni alle 22:00 in: segnalazioni, racconti miei
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venerdì, 12 settembre 2008

Avendo appreso a parlare
con molte significanze
da parte di almeno una
che forse si annoiava

tutti rispettarono il copione
ed entrarono nella parte.
Suvvia ! E’ poi anche
una questione di stile.

Al confronto l’altro
non chiedeva,
parlava come fosse
forchetta nel piatto.

Dove uno vestiva adatto
l’altro lo faceva d’abitudine.
dove uno il lavoro lo ereditava
l’altro di lavoro ne moriva.

Tutta la vita la passarono ignorandosi
si incrociarono soltanto
una volta, come fosse la ricerca
di una diversa filosofia:

uno, diventando padre, si sentì diminuire
l’altro piantò un albero
fece un cenno d’intesa
per il  tacito, tramandato
segreto.

linodigianni alle 18:33 in: poesie, poesia, poesie mie
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venerdì, 12 settembre 2008

Dunque, è così che succede
dove la cosa più straziante
non è,
il senso di perdita

Irrimediabile

Ma
che tutto continui con una sua
logica

Da mulo che scala la montagna
da più parti, per diversi sentieri.

Io, acqua nel risucchio
contemplo cio’ che resta
come se fosse
una promessa, uno spazio
un segreto.

Mi vesto leggero,
capitasse di essere spinto
in volo, mi troverei
con lo spirito pronto,
foglia che resiste
ombra che si mantiene.

linodigianni alle 05:20 in: poesie, poesia, poesie mie
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giovedì, 11 settembre 2008

Le mani rivolte

come per  prendere
farfalle.
  O  forse
cerca di cacciare tutti gli incubi,
docili cani
  nel giro dell' aria.

Ah, le navi hanno rotto gli
ormeggi ?
Vele piene di vento
chiedono coraggio .


Qui solo un uomo
a piedi nudi, con un cappotto nel
finire dell'estate
giunge le mani
e porge la questua.

Taglia, con il coltello
la faccia
alll'  indifferenza.

linodigianni alle 19:58 in: poesie, poesia, poesie mie
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mercoledì, 10 settembre 2008
il 25 aprile, nel 40° della Liberazione,  Carlin aveva preso la penna in mano, e si era deciso a scrivere al "Direttore del personale - Fiat Auto Spa - Settore energia - Mirafiori": "Egr. Signor Direttore - diceva la breve lettera, parafrasando esattamente il testo con cui l'azienda usa comunicare il licenziamento ai dipendenti - considerato che l'art. 25 del Contratto nazionale di lavoro, 1 sett. 1983, stabilisce che "le dimissioni del lavoratore possono aver luogo in qualsiasi giorno della settimana" con un preavviso (nel mio caso) di 12 giorni lavorativi, scelgo questo giorno, storicamente e politicamente significativo, per comunicarVi che non intendo proseguire il mio rapporto di lavoro con codesta Ditta; cioè che intendo ritornare in possesso della mia libertà. Applicando il coefficiente 1,2 come da Contratto, la mia permanenza in Fiat dovrebbe terminare, salvo errori, il giorno 8 maggio (data, peraltro, essa pure significativa). Vi invito pertanto, entro tale data, a dar corso alle procedure relative a tutte le mie spettanze. Distinti saluti.

Carlin sarà l'unico a licenziarsi senza prendere una lira di buonuscita incentivata, quella che per 9 avanguardie era arrivata fino a 900 milioni di lire, pur di farli uscire dalla Fiat

Oggi Carlin vive con i soldi di una modesta pensione e con quelli che ricava
dalla sua vita di artista. Probabilmente è venuto nella vostra città, con una mostra
dei suoi pupazzi di gomma piuma, con testi di Benni e Altan che ha fatto conoscere
e con i quali ha realizzato il libro di Babonzo

linodigianni alle 16:52 in: scrittura, carlin
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lunedì, 08 settembre 2008

14.  Cafoni

Carlin non si era mai sentito razzista. Gli piacevano questi giovani operai con l’accento napoletano, calabrese, siciliano. Lui era l’uomo delle montagne, loro quelli del mare, delle pianure, dei pomodori. Ti portavano del salame, e si offendevano, se non lo mangiavi. Guardavano sotto le ciglia, aspettavano un sospiro, un buono –eh. E come il vino andava giù, un bicchiere solo, così bastava poco per capirsi. Contro il capo che tagliava i tempi, che non voleva mandarti neanche a pisciare: uno sguardo e si bloccavano le linee. Le mani giravano in fretta. I bulloni anche. Questi non erano il “barot” delle campagne, che chinava la testa per finire prima e sfinirsi ancora nella terra di casa, alla sera. Questi erano bottiglie esplosive : venuti su con una valigia piccola, affittavano insieme al compare, magari un letto a turno. E mangiare in mensa. “ Dovevi vederli, diceva Carlin, come si chiamavano tra le linee di montaggio, in verniciatura. Dovevi vedere i baffi del carrellista, Angelo : tornava lo scugnizzo pugliese che tira calci al pallone, mentre i capi sparivano in un posto dove anni prima avevano inventato i reparti confino per gli operai comunisti, l’officina stella rossa, te la ricordi, tutti gli iscritti al Pci, alla Fiom degli anni duri, quelli di Emilio Pugno, di Garavini. La Fiat, con gli indesiderabili, li metteva da soli, a impazzire, a spazzare trucioli, la morte civile. E adesso, con i cortei che uscivano come fiumi in piena, col coniglio appeso al tamburo per dire via, cacciamo i crumiri. E adesso via con quella razza di uomini alberi, usciti dalle campagne greche, calabresi : capipopolo come i Norcia, Di Marco che mai più conosceranno cosi da vicino il significato della forza, potente, di uomini che cercano uguaglianza, democrazia, pane e libertà.

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linodigianni alle 18:20 in:
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lunedì, 08 settembre 2008

Una delle esperienze più brutte fu durante la  lotta dell’occupazione della Fiat nel 1980.

Non subito,, dopo un po’ dei 35 giorni della lotta alla Fiat.

La lotta partita di slancio prevedeva gruppi di operai, che insieme ai delegati occupavano tutte le porte dei cancelli di Mirafiori. Un presidio simbolico. Per dire, siamo qui – tutto bloccato.
C’era anche un pullmann in disuso che era attrezzato come campo base, per incontri e comunicazioni. Le cooperative emiliane, in segno di solidarietà mandavano su pacchi di pasta e di  frutta in  quantità. La sera qualcuno organizzava una chitarra e qualche canzone a mezza voce, mentre i drappi rossi con il faccione di Marx sventolava ad ogni porta. era stato carlin ,a ncora una volta a dare segno di rivoluzione sottotraccia
Ricordo l’emozione di accompagnare la sorella del Che in giro per le porte, mentre recava un messaggio di solidarietà personale.
Ma poi qualcosa cambio': come un branco col profilo dei lupi, a 50 metri di fronte a noi, che eravamo in 10 alle porte, cominciarono a rudunarsi 50, 100 impiegati e operai che volevano entrare, e aspettavano il momento buono per sfondare il picchetto. Qualcuno scavalcando nella notte il muretto alto due metri, a volte veniva tirato giu e portato nel gruppo per svergognarlo.

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lunedì, 08 settembre 2008
12. Il mondo, visto attraverso una chiave inglese.



Carlin non legge romanzi. Non ne ha né il tempo, né la voglia. Perché ingannano, non parlano mai della vita vera. Sono solo un’evasione, e noi dobbiamo cambiare lo stato di cose presenti, non evitarle. Un romanzo che parlasse del tuo dormire male, per i pensieri, per il mal di stomaco, per i reumatismi. E il mal di stomaco: non per il mangiare male, no. Ma per i sindacalisti, per gli uomini del Pci in fabbrica, i pompieri. Che arrivano a far votare un accordo e poi, di fronte alla marea di braccia che si alzano per respingerlo, dicono “ Approvato” e non c’è santo che tenga, il giorno dopo sui giornali: “ Mirafiori, gli operai sostengono il sindacato” Carlin non legge romanzi “ d’amore”. Non parlano mai di tutte le fatiche che una donna deve fare per essere all’altezza, per lavorare, tenere una casa, tirare su i figli, e magari essere piacente, istruita, aggiornata. I libri non ti parlano mai delle angosce per il mutuo da pagare, avvoltoio che aleggia sui magri campi dei nostri grani. Dell’essere sempre in ritardo, della paura che succeda qualcosa a tua figlia, degli esami medici dei tuoi genitori, di tua madre anziana che non ci sta più con la testa, di tua sorella che all’improvviso non cammina più, e devi accompagnarla in carrozzella agli esami. Della vicina marocchina che gentile ti porta ad assaggiare il suo pane arabo, e ti fa capire che lei vorrebbe imparare l’italiano, ma non c’ha tempo. Nei libri, mai che parlino della vita di Carlin, in questo condominio del cazzo, dove gli bruciano sempre il sellino della sua bicicletta, col mozzicone, quando non gli fregano le ruote.

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domenica, 07 settembre 2008

Praga 2008.Ponte Carlo Foto Lino Di Gianni


" Tanto che qualche volta a qualcuno, nell'attimo che si affranca,
   la casa alle spalle si mura, blocco di inimicizia; ma ancora potrà
   volgersi ad essa e senza rancore guardarla, se, nell'attimo
   davvero il suo cuore sarà scattato oltre la strettoia dei tetti
   col grido della rondine ; salpato con la barca che varano
   chi sa per dove sul mare.."

di Camillo Sbarbaro ( nel truciolo 48, Finestre )

tratto dal libro sul convegno di studi
sul grande scrittore di Vento Largo
Francesco Biamonti, le parole  il silenzio, edizioni il melangolo
 
Immagine di Francesco Biamonti
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sabato, 06 settembre 2008













Quando Carlin ti fa vedere un filmato sui cortei operai,

 ti viene la depressione.
Te li indica col dito, e ti dice questo è morto
di questo, questo suicidato, questo di depressione.
Questo il lato brutto del conoscere, di vista, tante persone.
La cosa bella, invece, sono le storie che rimangono dopo la mareggiata.

Il tempo, in quegli anni, non scorreva. Saltava.
Era un ranocchio che rideva, ti svegliavi e avevi un anno in più.
D’estate, In campeggio libero sotto l’agrumeto del compagno calabrese.
Gruppi da Roma e da Torino. Al mattino, non sapevi mai chi sarebbe uscito dalle tende.
Peppino, andato con la compagna fissa, disse qua ognuno è libero, mica siam borghesi, ecc ecc.
Naturalmente tutti ebbero giri pazzeschi, compresa la sua compagna con un romano gagliardo.
Tutti, tranne Peppino, solo in tenda e ingombrante.
Carlin e Peppino presero la 500 e tornarono al Nord, alla lotta di classe.


Poi venne il tempo che a tutte le donne dei gruppi politici fiorirono le gonne e spuntarono gli zoccoli neri, magari olandesi. Tutte si riunivano nei gruppi di auto coscienza e i maschi come Peppino si sentivano sotto processo,, come i “ ravanelli, rossi fuori- bianchi dentro).
Il periodo non era dei migliori, si andava dallo Scum, l’eliminazione violenta del maschio

a quelle che si sentivano omo-emozionali, cioè provavano emozioni solo nel vissuto con le altre donne/ sorelle. Il maschio, nel frattempo, diventava patetico.

Improvvisamente, tutti sentirono l’ondata esplosiva del tornare a occuparsi delle proprie emozioni.
La politica, le lotte, la società diventavano palle al piede.
Molti si persero nella droga, nella lotta armata.
I piu pensarono a rientrare in società per fare soldi e carrierismo.
Alcuni, lontani da qualsiasi forma di potere, accettarono il fallimento.
E, per vivere, cominciarono a condividere, con le fasce emarginate, la ricerca di senso.

 

 

(fa parte di un racconto chiamato
Carlin, lotte operaie in bicicletta)

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sabato, 06 settembre 2008
“ C’era una grande assemblea nell’università.

Forse era un coordinamento di studenti delle superiori,
che si trovavano lì perché allora
bastava entrare a a Palazzo nuovo e
avere una aula magna a disposizione.
Ricordo che chiesi alla ragazza vicino a me, 
se aveva voglia di venire al cinema.

Disse che aveva un impegno. Accettò invece la sua amica.
C’era ancora l’Eridano d’essai in corso Casale. Vicino il Po.
Il film era Alice’ Restaurant con Arlo Guthrie.

Vicino, nel dopo cine, il lungo Po
pieno di pulviscolo bagnato, acqua grigia,
ma per noi era Il lungo Senna.
Lei mi raccontò che aveva dormito
qualche notte sulle panchine, nei giardini vicino a casa.
Aveva gli occhi verdi, le piacevano De Andrè e Pavese,
e quando muoveva la gamba sinistra, per portarla avanti,
sembrava levitasse. Io la tenevo per un filo.”

Raccontava Peppino, raccontava sorridendo a Carlin,
di quando il giono dopo si era presentato
all’Imbarcadero del Po con la camicia a fiori, gli scarponi da basket bianchi,
chitarra ,giaccone rosso e birra.
Carlin, quando era stato anarchico, o forse lo era sempre rimasto.
Quando aveva fatto i corsi di teatro, fai il sasso che rotola.
L’operaio Carlin Dragotti, quando aveva fatto i corsi artificiere, al militare.
Giù la testa, miccia corta, eh?

(fa parte di un racconto chiamato
Carlin, lotte operaie in bicicletta)

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sabato, 06 settembre 2008
La piola dei quattro scalini

Ti ricordi, Peppino, di quel bar in centro,
che giravi in Via Po, poi facevi 50 metri,
salivi quattro scalini (cosi si chiamava)e ti trovavi
in un bar dove si beveva tocai nei quartini, si mangiavano uova sode
e panini con peperoni e... 
(fa parte di un racconto chiamato
Carlin, lotte operaie in bicicletta)

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venerdì, 05 settembre 2008
Il timore di perdere la casa in cui abitava è stato il motivo scatenante della reazione incontrollata che ha indotto una donna di 50 anni a darsi fuoco, in zona via Crea a Torino

Concetta Reale, ieri sera, ha cosparso il suo corpo di benzina ed è comparsa, come una torcia umana, sulla veranda del suo appartamento davanti ai vigili del fuoco, intervenuti per spegnere le fiamme.

Alla base del gesto pare una intimazione di sfratto per morosità, da parte del proprietario dell'alloggio, cui era seguita richiesta di sostegno, al Comune, per una casa popolare.

La mancata concessione della casa popolare da parte del Comune è stata solo la scintilla che l’ha fatta esplodere.  La signora Concetta, è gravissima,

I vicini, stupiti, parlano della disperazione della donna, abbandonata dal marito, con una figlia malata a carico e, da ultimo, con il timore di non avere un tetto sulla testa.
(questa notizia è tratta da una agenzia on line.
Nè La Stampa, Nè la Repubblica, Nè il Manifesto di oggi riportavano la notizia.)


Peppino è inquieto e nervoso, stasera.
Carlin sta smontando una gabbia per uccelli, a casa sua.
Quando l'impotenza monta agli occhi, come un vino andato aceto,
Carlin si tocca molte volte il pizzo alla Lenin.Poi prende una gabbia
che ha costruito e la smonta.
Una donna sfrattata si è data fuoco.Rimasta vedova da poco, con 400 euro
non ce la faceva a vivere.
In questa città feroce, le Concette lasciate sole o le Palmire vecchie
sono come le vedove dell'india, buone solo da farsi legna.

Peppino pensa a quando avevano messo fuori casa suo padre anziano, con due
buste di plastica in mano, fuori dalla sua casa in un quarto d'ora,
per sfratto esecutivo.
Peppino era corso col cuore in gola al Sunia.Errore di comunicazione, due uffici
non s'erano parlati e quest'uomo s'era trovato per strada,
con ufficiale, fabbro e vigili.
(fa parte di un racconto chiamato
Carlin, lotte operaie in bicicletta)

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linodigianni alle 16:38 in: news
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