martedì, 30 dicembre 2008
lotte partigiane in bicicletta

Tre.

Palmira si sentiva in trappola. Doveva spostarsi.
Sapere chi era scampato al rastrellamento.
Raggiungere qualche sopravvissuto, riprendere i contatti.
Ma prima: decidere cosa fare del soldato tedesco.
Malnato, dimenticato da Dio e dagli uomini.
Se non lo portava dal medico al fondo valle, non sarebbe sopravvissuto.
Doveva provare, almeno, a trovare qualcuno per trasportarlo
Dopo si poteva interrogare Poteva rivelare notizie preziose.

In quel momento le venne in mente che era l’ultimo dell’anno.
La neve accennava a riprendere.
Trascinò dentro il ferito che si lamentava con la febbre alta.
“Palmira, dai, dobbiamo scendere, o non passerà la notte” - si disse.
Mise alcuni tronchi nel camino. Penso’ a sua madre, anche se non era il momento.
A come aveva tirato su lei e i suoi fratelli.
Pierino e Giorgio, uccisi dai fascisti in un’imboscata .
Li avevano accusati di essere partigiani
per sottrar loro tutto il bestiame .Si erano ribellati.

Palmira toccò gli orecchini che teneva nella borsa, unico lascito di sua  madre.
Non si era fatta i buchi per le orecchie, non avrebbe potuto metterli,
ma li sfregava per darsi coraggio.

Inizio’ la discesa col fiato umido sotto il cappotto indurito dal freddo.
Un passo via l’altro, le case del fondo valle più grandi, più vicine.

Erano le due, quando incontrò Bourdel, così lo chiamavano per via dei casini che combinava.
Palmira gli chiuse la strada."Aiutami." disse.
Bourdel era robusto.
Forse, dopo questa impresa, poteva entrare nella squadra partigiana.
Lo convinse. Insieme tornarono  alla cima.

Palmira con un pezzo di formaggio. Bourdel che si faceva durare una castagna secca sotto i denti.
Gli scarponi duri, serviti per le pedate  alle vacche fiacche,  ora  lo tiravano veloce.
Ma era sempre la puzza di latte a precederlo. Anche adesso che l'anno finiva.
Arrivarono alla baita col fiato corto. Dentro non c’era più nessuno.
Gocce di sangue  nella neve sporca, pestata, trascinata. Una scia verso il canalone della valle.
Il tedesco aveva tentato la fuga, ma forse aveva perso i sensi ed era precipitato nel fondovalle.

Saliva una aria bianca, spessa, che rendeva umida e pesante ogni cosa.
Si annunciava un anno pieno di paura, di cambiamenti
Sarebbero riusciti, loro, a liberare le valli di Cuneo? La Libera repubblica di Alba, di Boves
quella libertà tra liberi e uguali ?

Polenta e castagne, giustizia e libertà. Parole che tutti avrebbero capito.
Solo che fossero stati di nuovo liberi di decidere del proprio destino.
E a dividere il grano dal loglio sarebbe stato il Partito, quello che aveva resistito a tutti gli attacchi, coi capi nascosti o morti in prigione o al confino.
Il partito per lei erano gli occhi del partigiano Pinin, che ridevano e ballavano per lei nel ballo al palchetto. Pinin, che l’aveva presa nel fienile, al tempo della mietitura.Ma solo perché lei aveva voluto, perché cosi doveva essere.Non solo un tempo diverso, ma tra compagni storie migliori, tra liberi e uguali. Anche in casa, doveva venire il baffone, non solo nei campi.
Con il nuovo anno, si diceva Palmira, col “rosso un fiore in petto c’è fiorito…”
La Primavera del ’45, l’anno che la neve avrebbe ricoperto tutti i tedeschi..se
solo poteva raggiungere la brigata, e Pinin e entrare a Boves liberata.



linodigianni alle 18:45 in: racconti, scrittura, resistenza, racconti miei, linodigianni
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lunedì, 29 dicembre 2008

Due..Lotte partigiane in bicicletta

Palmira Bunet, nonostante il suo cognome ricordasse un dolce piemontese, sentì la bocca riempirsi di un sapore agro, amaro: saranno stati uccisi tutti i giovani di quella squadra? Sarà stata colpa sua , del suo ritardo?  
Ma con quella neve, inutile sperare di muoversi più in fretta.
Riprese la sua gerla di fascine di legna, magra copertura, e si diresse verso il fondo valle, con la testa piena di dubbi, paure, rimorsi.
Già 150 incendi di borgate, qui a Boves, di quest’esercito in ritirata.
La nostra gente che non ci abbandona. I loro figli, mariti, nipoti sono saliti in montagna con noi.

Stava immersa nei suoi pensieri, e per questo non si accorse.
Il freddo di un fucile mitragliatore puntato nella sua direzione le prosciugò il sangue.

Non una parola, solo gesti affrettati e paura nella faccia del soldato tedesco.
Uno, e gli altri? Era in avanguardia o disperso?
Palmira si domandò rapida cosa le rimanesse da vivere, pallida come un morto.
In quel momento il soldato, con una brutta ferita alla gamba, si affloscio’ davanti a lei, privo di sensi.
Il primo impulso fu di fuggire. Poi prese una cinghia e cerco’ di fermare l’emorragia.
Un lepre magra scappo’ nella neve, facendola sussultare.
Adesso doveva decidere, se lasciarlo morire, e vendicare i suoi morti.
O cercare di guarirlo, forse.

linodigianni alle 18:01 in: scrivere, racconti, resistenza, palmira, racconti miei
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giovedì, 25 dicembre 2008
1) Lotte partigiane in bicicletta

Avrei dovuto prendere le mufole, con tutta sta neve *Ca cul lì a là campà giù.
Proprio quest’oggi, giorno di Natale, dovevano darmi questo importantissimo
messaggio.
Con tutta sta fioca, ci mettero’ il doppio a salire all’alpeggio.
Quando ci penso, che io, Palmira Bunet sono finita dietro a far la staffetta
partigiana.
Sti maledetti Todesc, che caspita ci fanno in queste valli, dove c’è solo farina di castagne
e qualche uova nelle feste comandate.
Ah, ma io ce l’ho detto chiaro al prevosto: Se c’è un Dio, dovrà punirli, punirli tutti.
Hanno ucciso donne e bambini, nell’alpeggio.
Solo perché sono stati trovati due Sten e un inglese ferito.Potevamo mica
mandarlo in giro che sanguinava.
Ma tu, crucco maledetto, prenditela con le brigate, non con la gente semplice.
Alla Mariella ci hanno ucciso la nipote. Giovane, dolce con dentro un figlio
ormai dietro a nascere.
Come si può, giovani, essere cosi..Io credo che ci fanno il lavaggio del cervello.

Arrampicandosi  come poteva, la donna con due racchettone fatte in casa,
arrivo’ al casale. Non vide fumo, penso’ alle norme di vigilanza.
Guardo’ dai vetri.
Tutto distrutto, bruciato di fresco.

Si guardo’ intorno, sgomenta,troppe tracce nella neve, e sangue.
Penso’ di aprire il biglietto,abbandonato il segreto.

Lesse, con le lacrime agli occhi
“Al gruppo Pinin Cichero, Brigata Garibaldi
disimpegnarsi prontamente, si segnala attività nemica di rastrellamento
Siete in grave pericolo. Buon Natale”

Il comandante Lupo"

A Palmira ci andarono indietro gli occhi
diventarono lumache pesanti nelle foglie grigie del cielo.
Ci fosse stato un merlo, quella volta, per raccontarlo.

© Lino Di Gianni

* Che Quello lì, butta giu
linodigianni alle 21:58 in: scrivere, racconti, scrittura, resistenza, racconti miei
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sabato, 20 dicembre 2008
Buoni Giorni

Tre passi di lato, due indietro, uno avanti
accendi la candela, copri la fiamma,
guarda dove va il vento.

Il momento che rompe l’oscurità,
è sicuro seguito da un segnale,
non si vede
i tempi non lo consentono

Rassicurano le fontane
col peso dell’acqua,
gli uccelli in volo,
il cane che abbaia:

stanno tutti aspettando
l’uomo che chiuderà le case.

Case vecchie da abbandonare,
dentro una guerra chiusa a chiave,
una donna finita male,
finestre rotte per i malati
poco cibo da avanzare.

Tre passi di lato, due indietro, uno avanti
il vento s’incurva attorno alla fiamma
poco per volta compaiono strade

L’acqua all’insù, uccello che abbaia
e i cani in volo:
se non riesci a crederci, guarda
le case: tornano aperte,
senza gabbie d’acciaio
senza plastiche maschere.

Diresti una parola ancora,
per sbaglio, distratta,
con pudore ?
Diresti che i dubbi che assalgono
non sono per lo scemo che passa?

Esiste, è possibile
la curva precisa che
disegna l’assenza
lo spazio nascosto sospeso
a un pensiero.

Improvviso un battito d’ali,
un frullìo
una piuma,
l’utopia è in vita .



linodigianni alle 19:13 in: video
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mercoledì, 17 dicembre 2008
E rimangono in sonno.
Disarticolati.
Intenti a piantare i picchetti ben tesi
dei tessuti dell’arcobaleno,
spostano continuamente il paiolo
con le monete del tesoro,

Nani indulgenti, zingari curiosi
assaggiano spesso monete di rame
per saggiarne il grado di purezza.

A noi che non rilasciamo mai i morti
prima che siano sicuramente sepolti,
a noi che fuggiamo il fuoco,
e ci sembra barbaro esporsi a malattie..

Le mani addosso a negare
di quando
mangiavamo pannocchie, a gara con le galline
Ci fermavano le corna della lumaca
la sirena del treno, il grido di mamma che chiamava

Dunque, lo spaventapasseri è vero che ha vita
lo pensavamo da piccoli, sfidando il mondo.
 
Mai avemmo il sospetto
di averne già addosso, i panni.
© lino di gianni

ps. stamani ho fatto una cosa azzardata
non parlare di soldi, figli, lavoro che manca
ma chiedere scrivete cos'è per voi la poesia.
Sapevo di rischiare la rivolta, pure son venute cose
belle: chi da piccola si sentiva farfalla
chi la scrive agli amici per esprimere bisogni
chi la tiene da parte come magia nascosta
E poi, a leggere insieme walkott e la

Szymborska

  « La poesia -
Ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano. »
)
E in piu, nelle ore dopo, Il signor Omar, privo di lettere
e voce italiane e lettere e lettura, arabe
ora comincia a leggere:
ci sorridiamo, come chi si sputa
nelle mani prima di prendere la scure per gli alberi:-)
linodigianni alle 21:40 in: poesie, poesia, scrivere, poesie mie, scrittura, linodigianni
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martedì, 16 dicembre 2008
l'ho irriverentemente tradotta in "napoletano", senza alcuna intenzione di correzione.
è proprio bella...e in napoletano è chiu' bell' ancora...

salute e bene 
Sahishin La mia homepage: http://nuralema.splinder.com Il mio profilo Contattami Blocca questo utente

Aggie visto 'a luna ca cagnava, stanott'
me sunnave a zi' Rusenella
e 'a faccia soja era 'na lampa
che s'appicciava
e se stutava.
Accussì, senza mutive.
M'arricordo ca je 'nce dicette
Zi' Rosa ma vuje m'arricunuscite?
V'arricurdate 'o figlio 'e Maria e Vitucc'?
Eh, comme no? M'arrispunnette chella femmena
'A Maronna t'accumpagna, mo' vaco accatta'
'nu pucurill' 'e cafe', ca l'aggie fernut'.

A chillu mumento, me scetaje d'o suonno
cu ll'acqua d'o surore che m'attraversava
Nu brivido 'e friscura sott' 'a pelle.
'A luna chiagneva 'ncielo
nascosta 'a l'albero 'e ceveze

Pure 'mmiezo 'a campagna
so' piantati 'e ricorde
'o ssaje?
Pure 'mmiezo 'o pane
ca mo' taglje
tunno comme 'o munno
ca te chiamme comme 'na luna
ca mo' s'appiccia e mo' se stuta,
e te ratta 'nganne

ps. questa poesia è stata scritta in un dialetto
meridionale improbanile, e poi qui sopra
magistralmente tradotta da Salvatore,
che ringrazio assai

Traduzione

Ho visto la luna che cambiava
stanotte
e la sua faccia era una lampada
che si accendeva e si spegneva.

Così, senza motivo.

Mi ricordo che io le dissi
Zia Rosa, ma voi mi riconoscete?
Vi ricordate del figlio di Maria e di Vito?

Eh, come no? Mi rispose quella donna
La Madonna ti accompagni, adesso vado a comprare
un poco di caffè, chè l’ho finito.

In quel momento, mi risvegliai
Con l’acqua del sudore che mi attraversava
un brivido di fresco sotto la pelle
La Luna  stava a piangere nel cielo
nascosta da un albero di gelso.
Anche in mezzo alla campagna
sono piantati i ricordi, sai?

Anche in mezzo al pane che adesso taglio
rotondo come mondo
Come luna
adesso si accende adesso si spegne
adesso ti gratta in gola.
linodigianni alle 22:52 in: poesie, poesia, poesie mie
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martedì, 16 dicembre 2008

clicca per ingrandire Mole Antonelliana Torino
image © lino di gianni


"Non ho che una lingua, e non è la mia"


Agg vist a luna ca cagnava, stanott
me sugnav a zi’ Rusenell
e a faccia soia era na lampa
che s’accenneva
e s’astutav.
Accussì, senza mutiv.
M’arricord che jie ce dicette
Zi’Ros ma vujie m’arriconoscete?
V’arricordat o Figl e’ Maria e Vitucc’ ?
Eh, ‘come no? M’arrispondette chella femmen
A Maronna t’accumpagn, mo vac accattà
nu pocullil è cafè, ca l’aggia fur’nut.

A quel momento, m’arrisb’gliai
cu l’acqua du sudor che m’attraversav
Nu brivid de friscur sott’ a pell.
A luna stav a chiagn n’d ciel
nascost dall’avre d’ gels

Pur in mezz a campagn
so’ chiantat e ricuord,
o saji?
Pur in mezz’ o pan
ca mo tagli
tunn comm o munn
cha te chiam comm na lun
cha mo’ s’accenn e mo’ se stut,
e te ratt n’gann

© lino di gianni

Traduzione

Ho visto la luna che cambiava
stanotte
e la sua faccia era una lampada
che si accendeva e si spegneva.

Così, senza motivo.

Mi ricordo che io le dissi
Zia Rosa, ma voi mi riconoscete?
Vi ricordate del figlio di Maria e di Vito?

Eh, come no? Mi rispose quella donna
La Madonna ti accompagni, adesso vado a comprare
un poco di caffè, chè l’ho finito.

In quel momento, mi risvegliai
Con l’acqua del sudore che mi attraversava
un brivido di fresco sotto la pelle
La Luna  stava a piangere nel cielo
nascosta da un albero di gelso.
Anche in mezzo alla campagna
sono piantati i ricordi, sai?

Anche in mezzo al pane che adesso taglio
rotondo come mondo
Come luna
adesso si accende adesso si spegne
adesso ti gratta in gola.


( Di origine pugliese,ma essendo sempre vissuto a Torino,
capisco il dialetto, ma non lo parlo.
Questa deve essere una mia neo-lingua
che mescola fonemi, inventa grafemi.
Pure, il dialetto, "t'alliscia 'a capa", ti accarezza la testa."






Per risarcire del tempo perso, vi segnalo uno scrittore
di libri e poesie.Raffaele Nigro, Molto bello
il suo libro I fuochi del Basento, sul brigantaggio tra 700
e 800 in Basilicata.

e il suo libro di posie in lucano con traduzione Falene.Nino Aragno editore.
Ecco una sua poesia

Ng'erm scurdate r'acchiale
avemm pigliate tutt, quasi tutt:
scarp giubb sciarpett
la scàtl du Tavorr
e ierm scappat a lu spidale.
Drete a l'ambulanz
u frate rusucuai nu conft-orr.
Ie suspettai: " Non se ripiglie cchiù,
Ginett stavote s n vai "
Jera murt acchessi nnand a me
vist e nun vist,
nu lamp,
mang u timp d dì
" Fajè. Michè, non stache bbune
m n vache, ngi vdem a la vutate
d'u fuss"

Avevamo dimenticato gli occhiali/ avevamo preso tutto,/quasi tutto,/
scarpe giubba sciarpetta/ la scatola del Tavor/ ed eravamo scappati
dall'ospedale/Dietro l'ambulanza/ il fratello recitava il Confiteor./
Io sospettavo" Non si riprende piu, /Ginetto stavolta se ne va"/
Era morto cosi ,davanti a me, / visto e non visto /un lampo,/
neppure il tempo di dire/
"Raffaele, Michele, non sto bene,/ me ne vado,
ci vediamo alla fine /del fosso"
Raffaele Nigro Falene Nino Aragno Editore 12 Euro

sull'altro mio blog, www.battelloebbro.splinder.com
un bell'articolo sui dialetti e la loro scomparsa

linodigianni alle 09:39 in: poesie, poesia, scrivere, poesie mie, scrittura, dialetto, pugliese, dialetti, nigro, linodigianni, petrinibattello ebbro
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lunedì, 15 dicembre 2008

casa che danza -Praga "008

clicca per ingrandire
Casa che danza .Praga 2008.


Sul vetro che divide io che guardo
dalle strade dai luoghi camminati

si muovono le gocce verso il punto.

Sono anni che si uniscono così i conoscenti
quasi fiumi carsici.

Disegnano degli archi che non diresti mai
essere la mappa degli incontri mancati
quelli che non ricordi
o che ancora aspettano all’angolo.

Il pane da comprare per continuare casa,
l’acqua da tenere che serve domani.

La serra dove conservi gli aromi
ha i lembi sollevati, è entrato un po’ di vento

Le urla che hanno sollecitato gli spaventi
mettile in tasca, buone per domani.

Meglio essere preparati e riconoscere
gli affanni.

Guarda le nuvole le foglie senza margini
pozzanghere rimaste
deserti attraversati
in sonno.

Ah, poter essere grondaia
paiolo in rame
bialèra accanto al sentiero.


linodigianni alle 07:58 in: poesie, poesia, scrivere, poesie mie, scrittura, linodigianni
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sabato, 13 dicembre 2008



clicca per ingrandire
(Cimitero ebraico di Praga )



Non spegnere stasera.
La finestra aperta 
Che entri aria.

Ho visto le onde a cuspide nel lago
teste di salamandre viola
nei grigi azzurrati.

La bocca della ciminiera
predisposta a nebbia.

La luce smessa alle finestre.

Qualche bambino grida,
un pallone bucato in strada,
Ancora aperto il negozio
di Pinin, sera tardi.

Chissà perché tutti aspettavano
il Belbo, che uscisse

dal suo letto, rompesse gli indugi,
America, America.

Allagasse tutto,
cadesse dal cielo in pianura
soffocasse la polvere delle vigne
via sterpi, lumache
e madame incipriate.

Che sia Moby Dick,
per tutti.

© lino di gianni



linodigianni alle 22:02 in: poesie, poesia, poesie mie, linodigianni
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venerdì, 12 dicembre 2008

 

 

passeggini a Torino, clicca per ingrandire image lino di gianni


( Dedicato a Rocco Papandrea, operaio Fiat, che conoscevo di vista da 35 anni, cuore tenero, occhi dolci ,che continuerà a manifestare anche dopo i suoi 59 anni.
A sua moglie, ai suoi figli)

 

 

Già nell’andare, in tram
la donna con la figlia piccola ha un cappello arancione
di lana fatta a mano, e negli occhi una favola
da finire di raccontare.
Lo sciopero generale indetto dalla sola Cgil,
il 12 Dicembre, giorno della strage di piazza Fontana.
Ti ricordi di quando in classe, negli anni 70,
si diceva la strage è di stato?

A volte penso che siamo tutti in un corteo, che si muove
dentro le memorie di una generazione, giorno e notte
dentro quel sogno viviamo e invecchiamo.

Dentro quelle file operai edili del sud, del nord, del Marocco
dell’Africa.
Penso a chi perderà il lavoro
Penso a chi gli danno un po’ di cassa integrazione,
e poi zero futuro.
Eravamo come briganti del bosco,
con negli occhi una ribellione al re scrofoloso.
I gendarmi con i pennacchi.
La signora anziana a Porta Palazzo che rovista nella verdura scartata.
La signora con 700 euro di pensione che le dicono, no, cumulando con
il reddito di sua figlia niente social card, la tessera del tozzo di pane.

E’ una mattina di freddo duro, in via Po.
Quando tagliavo da scuola col sole, non sentivo mai freddo.
Oggi, era come quando devi tirare bene i lenzuoli,
che non riesco mai a stirare bene i bordi,
e mi cadono degli spiccioli, e per farmi coraggio
tiro su la sciarpa, spingo bene il berretto
e penso agli uomini della resistenza, negli inverni
in montagna,
Se non han disperato loro…
(Ciau Rocco, per me cammini ancora nei cortei della Fiat)

linodigianni alle 16:23 in: poesie, poesia, poesie mie, rocco papandrea
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martedì, 09 dicembre 2008

In cerchio, incerte nella direzione
affrancate dai pesi
sbandate dal lungo viaggio
verso la luna rosa da rosicchiare

Nelle caverne in scivolo
della neve dormiente
nel fiato ferroso degli alberi in sonno
verso l’ America del vicino orto
di là delle lunghe acque che scorrono
Tra qualche rospo in agguato
un serpentello goloso
o l’uccello sonnolento

A prendere aria, musiche
verso nuovi codici
da imparare, sopravvissute
alla prova del fuoco
al bambino che si fa tedesco
a coloro che dicevano che la notte
ci avrebbe ingannato
che neanche il sole  avrebbe più
chiosato i nostri ricami
passi di danza collane di semi
sentieri inventati
sugli odori che durano
un attimo, per noi,
formiche.

linodigianni alle 16:15 in: poesie, poesia, scrivere, poesie mie, scrittura, linodigianni
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venerdì, 05 dicembre 2008

Che io dimenticassi il mare
che c’era tra noi, che spostassi
le nuvole, ogni singola foglia verde
e, in numero di quindici,
i richiami delle sirene.

Che , prima che il bicchiere cadesse
 a terra, sotto il balcone degli amori improvvidi,

io avessi già preso gusto e ansia
e amo fondo nell’apice della gola, mia,
con lo sguardo fisso.

Che tu, non mi sparissi davanti
che non smettessi di stringere
che  tu, continuassi nel ridere
dove io, stanco, avessi a interromperlo.

Che non fosse semplice
lo sguardo lontano
lo scoprimmo presto, la mano
nel posto vuoto, nell’ombra mancante.

Le stelle

Nel mare

Gemelle, di quelle che in alto

Seccavano al sole.

 

Giro la tazza del the

Aspetto che salga la nebbia

Che il respiro ritrovi ritmo

Discreto le mappe a memoria

.
Ogni salto ,

fuori dell’acqua
E l’istinto del volo.

 

© lino di gianni

 

 

linodigianni alle 19:39 in: poesie, poesia, poesie mie
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venerdì, 05 dicembre 2008
Il coraggio di sopravvivere

Quale contributo può dare l’arte terapia nel trattamento dei
traumi vissuti dai civili nel corso di una guerra?1
Tuzla, Bosnia-Hercegovina. Agosto 2002
di
Hannah Cristina Scaramella

Il progetto

Nell’agosto 2002 ho lavorato a Tuzla, una città della Bosnia-Hercegovina, alla
realizzazione di un progetto per il trattamento dei traumi di guerra con le tecniche
dell’arte terapia rivolto agli insegnanti e ai loro alunni. Sono un’arte terapeuta e
lavoro da 12 anni in Italia, privatamente e in istituzioni pubbliche (centri di
riabilitazione per il disagio psichico, scuole e altro), con adulti, bambini e
adolescenti. Il trauma è sempre stato il tema centrale del mio lavoro, i disagi di cui
mi sono occupata come terapeuta nel mio percorso professionale, nascevano quasi
sempre da un evento traumatico.
Il progetto, alla cui realizzazione ho partecipato, è stato promosso da Art Reach
(www.artreachfoundation.org), un’organizzazione di volontariato americana, ed ha
coinvolto 87 insegnanti e 135 bambini, rappresentanti di 22 scuole situate nel
comune di Tuzla. Il nostro gruppo di lavoro era composto da 4 arte terapeute, una
musico terapeuta, 3 dramma terapeute, da uno psicoanalista supervisore, dalla
presidente dell’organizzazione e da 12 interpreti, tutti originari da paesi della ex
Jugoslavia.
(continua nel documento in pdf  sott

qui il documento in pdf
qui il blog molto interessante dell'autrice
linodigianni alle 06:07 in: segnalazioni, traumi, arte, guerra, bosnia, terapia, tuzla
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mercoledì, 03 dicembre 2008
linodigianni alle 21:42 in: film
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mercoledì, 03 dicembre 2008
La prima intervistata è Lepa Mladjenovič, laureata in psicologia, figura chiave
per quanto riguarda i movimenti di pace e i movimenti femminili/femministi di
Belgrado, fondatrice delle Donne in Nero di Belgrado, del Centro Autonomo delle
Donne Contro la Violenza Sessuale, del Centro di Studi delle Donne di Belgrado e
collaboratrice della lobby gay e lesbiche belgradesi. In particolare in questa
intervista viene esposto il progetto del Centro Autonomo delle Donne Contro la
Violenza Sessuale che ha l’obiettivo di lavorare con le donne vittime di qualunque
tipo di violenza. Inizialmente il Centro è soprattutto rivolto alle profughe ed è
mosso da valori quali l’ascolto e la solidarietà femminile ritenendo questi
fondamentali per il recupero della fiducia in se stesse, elemento base per l’obiettivo
principale che è l’integrazione nel nuovo paese.

qui il documento

http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=21728
linodigianni alle 17:37 in: guerra, violenza, belgrado
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martedì, 02 dicembre 2008
Cartographies d´une anarchiste:
Luce Fabbri et l´expérience de l´exil
di
Margareth Rago

Abstract: Il saggio è dedicato alla figura di Luce Fabbri, scrittrice e militante anarchica
costretta ad abbandonare l’Italia fascista alla fine degli anni Venti. La sua esistenza da esule,
dapprima a Parigi e successivamente in Uruguay dove iniziò una nuova vita, costituisce il
punto di partenza di una riflessione sul tema della soggettività femminile in esilio. Margareth
Rago si sofferma sulla relazione tra il dolore della separazione dalla terra natale e del sentirsi
estranei nella nuova patria, con la scrittura, e in particolare con la poesia.

Si l´histoire des femmes a longtemps été marquée par des catégories de
passivité et de sédentarité, les recherches féministes révèlent que nombreuses sont
celles qui ont echappé aux impositions normatives et aux confinements dans
l´espace de la vie privée. En considérant l´histoire de vie très riche de l´écrivain et
militante anarchiste italienne Luce Fabbri, qui permet de démystifier les définitions
traditionnelles de la sédentarité des femmes, cet article propose une réflexion sur la
production de la subjectivité feminine en ce qui concerne les déplacements de
frontières.

Mamma, dammi la mano:
Mamma, son tanto stanca, son tanto stanca e voglio riposare; [...] Il mio cervello non vuol più
pensare. [...] Non trovo più nel cuore la speranza, non trovo più l’audacia di sognare. Che
m’importa il lavoro, l’ideale, che m’importa l’amore? Mamma, son stanca, ho sonno, mi fa
male [...]
Ou dans Lontana del Nido écrit un peu plus tôt:
E non ho forza e se non ho compita L’opera mia non posso mica andare, [...] Non ho nessuno
che mi dia la mano; lunga è la via. Ed io da sola non la so più fare e cado ad ogni istante. Non
posso, mamma mia, più lavorare ed il mio braccio sempre più pesante.

link per scaricare il pdf
linodigianni alle 06:28 in: poesie, donne, storia, anarchia
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