Apri le braccia, disse lei
Che cosa ? Non sento.
In volo. Le braccia – vedi ?
Come gli uccelli? Disse lui
Di più.
Il fiore prima che sboccia.
Quel silenzio d’attesa, conosci?
Non posso, non sento.
Non sono capace.
Allora pensa di essere
sul mare, migrante
in pancia tuo figlio che nasce
hai diciottanni e visto
poche lune.
Con l’ultima sei
affogata dentro quel sacco bianco.
Ecco, ora ho il piombo
del peso e affondo.
Mi servono luccicanze
per cantarne il ricordo.
Che possa nascere
un baobab in mezzo
a queste onde,
per tua casa nel nuovo Mondo.
“quando la Pinar si è avvicinata al nostro barcone molti sono riusciti a salire a bordo grazie alle cime che ci venivano lanciate dai marinai ed anche Esat Ekos, era riuscita ad aggrapparsi ad una fune che però le era scivolata dalle mani cadendo in mare.”
( se avete voglia, visitate il mio sito in ristrutturazione )
Palmira Bunet, nonostante il suo cognome ricordasse un dolce piemontese, sentì la bocca riempirsi di un sapore agro, amaro: saranno stati uccisi tutti i giovani di quella squadra? Sarà stata colpa sua , del suo ritardo?
Ma con quella neve, inutile sperare di muoversi più in fretta.
Riprese la sua gerla di fascine di legna, magra copertura, e si diresse verso il fondo valle, con la testa piena di dubbi, paure, rimorsi.
Già 150 incendi di borgate, qui a Boves, di quest’esercito in ritirata.
La nostra gente che non ci abbandona. I loro figli, mariti, nipoti sono saliti in montagna con noi.
Stava immersa nei suoi pensieri, e per questo non si accorse.
Il freddo di un fucile mitragliatore puntato nella sua direzione le prosciugò il sangue.
Non una parola, solo gesti affrettati e paura nella faccia del soldato tedesco.
Uno, e gli altri? Era in avanguardia o disperso?
Palmira si domandò rapida cosa le rimanesse da vivere, pallida come un morto.
In quel momento il soldato, con una brutta ferita alla gamba, si affloscio’ davanti a lei, privo di sensi.
Il primo impulso fu di fuggire. Poi prese una cinghia e cerco’ di fermare l’emorragia.
Un lepre magra scappo’ nella neve, facendola sussultare.
Adesso doveva decidere, se lasciarlo morire, e vendicare i suoi morti.
O cercare di guarirlo, forse.
Palmira si sentiva in trappola. Doveva spostarsi.
Sapere chi era scampato al rastrellamento.
Raggiungere qualche sopravvissuto, riprendere i contatti.
Ma prima: decidere cosa fare del soldato tedesco.
Malnato, dimenticato da Dio e dagli uomini.
Se non lo portava dal medico al fondo valle, non sarebbe sopravvissuto.
Doveva provare, almeno, a trovare qualcuno per trasportarlo
Dopo si poteva interrogare Poteva rivelare notizie preziose.
In quel momento le venne in mente che era l’ultimo dell’anno.
La neve accennava a riprendere.
Trascinò dentro il ferito che si lamentava con la febbre alta.
“Palmira, dai, dobbiamo scendere, o non passerà la notte” - si disse.
Mise alcuni tronchi nel camino. Penso’ a sua madre, anche se non era il momento.
A come aveva tirato su lei e i suoi fratelli.
Pierino e Giorgio, uccisi dai fascisti in un’imboscata .
Li avevano accusati di essere partigiani
per sottrar loro tutto il bestiame .Si erano ribellati.
Palmira toccò gli orecchini che teneva nella borsa, unico lascito di sua madre.
Non si era fatta i buchi per le orecchie, non avrebbe potuto metterli,
ma li sfregava per darsi coraggio.
Inizio’ la discesa col fiato umido sotto il cappotto indurito dal freddo.
Un passo via l’altro, le case del fondo valle più grandi, più vicine.
Erano le due, quando incontrò Bourdel, così lo chiamavano per via dei casini che combinava.
Palmira gli chiuse la strada."Aiutami." disse.
Bourdel era robusto.
Forse, dopo questa impresa, poteva entrare nella squadra partigiana.
Lo convinse. Insieme tornarono alla cima.
Palmira con un pezzo di formaggio. Bourdel che si faceva durare una castagna secca sotto i denti.
Gli scarponi duri, serviti per le pedate alle vacche fiacche, ora lo tiravano veloce.
Ma era sempre la puzza di latte a precederlo. Anche adesso che l'anno finiva.
Arrivarono alla baita col fiato corto. Dentro non c’era più nessuno.
Gocce di sangue nella neve sporca, pestata, trascinata. Una scia verso il canalone della valle.
Il tedesco aveva tentato la fuga, ma forse aveva perso i sensi ed era precipitato nel fondovalle.
Saliva una aria bianca, spessa, che rendeva umida e pesante ogni cosa.
Si annunciava un anno pieno di paura, di cambiamenti
Sarebbero riusciti, loro, a liberare le valli di Cuneo? La Libera repubblica di Alba, di Boves
quella libertà tra liberi e uguali ?
Polenta e castagne, giustizia e libertà. Parole che tutti avrebbero capito.
Solo che fossero stati di nuovo liberi di decidere del proprio destino.
E a dividere il grano dal loglio sarebbe stato il Partito, quello che aveva resistito a tutti gli attacchi, coi capi nascosti o morti in prigione o al confino.
Il partito per lei erano gli occhi del partigiano Pinin, che ridevano e ballavano per lei nel ballo al palchetto. Pinin, che l’aveva presa nel fienile, al tempo della mietitura.Ma solo perché lei aveva voluto, perché cosi doveva essere.Non solo un tempo diverso, ma tra compagni storie migliori, tra liberi e uguali. Anche in casa, doveva venire il baffone, non solo nei campi.
Con il nuovo anno, si diceva Palmira, col “rosso un fiore in petto c’è fiorito…”
La Primavera del ’45, l’anno che la neve avrebbe ricoperto tutti i tedeschi..se
solo poteva raggiungere la brigata, e Pinin e entrare a Boves liberata.
Palmira guardò il ragazzo, disse “ Ormai è meglio che passiamo la sera qui.
A scendere col buio e col ghiaccio, non è bello.
Ti va bene se mangiamo un brodo con due patate, almeno ci scaldiamo ?”
Bourdel fece si con la testa, tiro’ un po’ su col naso e cercò di fare due sedili
vicino al camino con qualche asse rotto avanzato della baita”.
Il ragazzo, appena quattordicenne, stava quasi sempre insieme alle mucche negli alpeggi.
Quelle poche sfuggite alle uccisioni, alle razzie.
Era cresciuto col mito di quegli uomini di poche parole, i partigiani.
Vestiti male, con poco mangiare, che rispettavano i contadini e la montagna.
“ Te , da quanto sei con quelli della montagna? ”
“ Eh, quando lotti con qualcosa che puo’ portarti via tutto, il tempo non passa mai.
O è sempre troppo corto. E poi, mica si sceglie se vivere cosi. Se poi uno muore.”
“Ou, Palmira, io li ho visti i morti duri e blu per il gelo.Non son una bella cosa, da guardare.
E chi li aspetta in casa, il dolore, neh. Ma io vorrei avere un fucile per mazele tuti, sti germani.”
Palmira scendeva lenta, guardando che non ci fossero buche sotto la neve.
Il ragazzo la precedeva, fermandosi dietro agli alberi del sentiero
per vedere se c’erano segni strani di passaggio dei tedeschi o dei fascisti.
Arrivarono al pilone di San Sebastiano, dove erano stati trucidati molti civili
per rappresaglia.
Si vedevano ancora dei fiori di campo messi su a ricordo di qualche mano pietosa. Ma c’era un silenzio insolito, teso.
Palmira guardò in cielo e si buttò addosso al ragazzo per nascondersi nel fosso.
Un aereo tedesco stava mitragliando alle cime del campanile e verso qualsiasi cosa si muovesse.
Videro il fumo venire su dal ponte di ferro di Borgo San Dalmazzo e capirono che era stato bombardato.I tedeschi cercava nodi interrompere le comunicazioni ferroviarie.
Avrei dovuto prendere le mufole, con tutta sta neve *Ca cul lì a là campà giù
Proprio quest’oggi, giorno di Natale, dovevano darmi questo importantissimo messaggio.
Con tutta sta fioca, ci mettero’ il doppio a salire all’alpeggio.
Quando ci penso, che io, Palmira Bunet sono finita dietro a far la staffetta partigiana.
Sti maledetti Todesc, che caspita ci fanno in queste valli, dove c’è solo farina di castagne e qualche uovo nelle feste comandate.
Ah, ma io ce l’ho detto chiaro al prevosto: Se c’è un Dio, dovrà punirli, punirli tutti.
Hanno ucciso donne e bambini, nell’alpeggio.
Solo perché sono stati trovati due Sten e un inglese ferito.Potevamo mica mandarlo in giro che sanguinava.
Ma tu, crucco maledetto, prenditela con le brigate, non con la gente semplice.
Alla Mariella ci hanno ucciso la nipote. Giovane, dolce con dentro un figlio ormai dietro a nascere.
Come si può, giovani, essere cosi..Io credo che ci fanno il lavaggio del cervello.
Arrampicandosi come poteva, la donna con due racchettone fatte in casa, arrivo’ al casale. Non vide fumo, penso’ alle norme di vigilanza.
Guardo’ dai vetri.
Tutto distrutto, bruciato di fresco.
Si guardo’ intorno, sgomenta, troppe tracce nella neve, e sangue.
Penso’ di aprire il biglietto, abbandonato il segreto.
Lesse, con le lacrime agli occhi
“Al gruppo Pinin Cichero, Brigata Garibaldi
disimpegnarsi prontamente, si segnala attività nemica di rastrellamento
Siete in grave pericolo. Buon Natale”
Il comandante Lupo
* che Quello lì, ha buttato giù
continua →►
il racconto, completo, sarà pubblicato sul mio sito:
Dai segni consueti , dissi, in questa
di piazza, ci sono già stato.
Il tavolo fuori, la scritta, il selciato.
Manca forse la signora affacciata,
l’odor di caffè.
Non ricordo quelle ore,
giravo come
incantato.
Non avevo orari,
non parlavo con tutti.
Eravamo di corsa
per abbattere un muro.
Noi di qua, a toglier cemento.
Io contavo i fili d’erba
e la distanza
dalle zampe del grillo.
Erano giorni, quelli
che cadevano dritti
come cieli
dentro gli occhi di tutti.
Non potevi esser di meno
del filo orizzonte.
Come barca il destino
è partire
basta Ulisse, i telai
nottetempo usurati.
In questa giornata
che distanzia di poco
le punte maggiori
degli alberi
che ho sotto
butto zavorra giù dal cesto
della mia mongolfiera.
Accarezzo piano piano
il beccuccio dell’elio:
O lago, o vento
sulla rotta degli uccelli migratori,
le tue ciglia vicino vicino.
Per quanto le porte siano chiuse
per quanto cerchi sempre di guardare altrove
una voce trova sempre la fessura per
chiamarmi.
E mi domanda del passato, come se io fossi
sempre ancora là.
Era il tempo che
facevo l’inserviente al circo
del dolore e della felicità.
Il mio compito, da svolgere con scrupolo :
pulire il culo agli elefanti.
Battere sulla schiena alle foche,
se loro, nel caso, avere un pesce di traverso.
Consolare la trapezista, che ad ogni salto
della morte pensava fosse l’ultimo.
Dimenticavo.
Anche pulire la lanterna magica
in cui sfilava un
corteo di formiche, col pugno sollevato,
cantando Le temps des Cerises.
Questa voce, non si presenta.
Lui non c’era.
E tuttavia sa, conosce i testimoni.
E dunque, mi chiede, perché
è morto l’elefante.
Perché sparirono le foche
e in che giorno si
spense la lanterna magica.
Io non lo so, rispondo.
Posso solo dire che incontro
ancora quell’uomo con
la tendenza dell’occhio
a deviare verso l’esterno .
Cammina, come fosse
parte di un corteo
batte un tamburo di
latta improvvisato.
Tiene un bastone sollevato
con appesa una pelle di coniglio
un cartello avverte essere
quella la sorte dei crumiri.
Ci guardiamo, qualche volta
poi continuiamo, ciascuno
dentro il proprio sogno.
Con questo silenzio attorno,
sospensione evidente
delle piccole cose
ho avuto un’illuminazione,
di quelle che vengono
quando pare a loro.
Quelli della mia generazione,
ma forse anche altri
ma forse non i soli
stanno marciando in corteo
parlando di cose varie
guardando chi c’è ancora
temendo chi non vedi più.
E’ tanto che si cammina
alcuni entrano
altri smettono
ma il corteo non si ferma.
E si mangia camminando
e si sogna di marciare
e si salutano i balconi
ci si sposa, ci si lascia.
E anche le morti, son cosi
il rumore di una mela caduta
il concertino di una marcia jazz
un poco di spazio in più.
Ogni tanto qualcuno lancia
un aquilone
ogni tanto qualcuno apre
una bottiglia stùpa.
Una dipinge, una si accorcia
la gonna. Uno prega.
Uno gioca con i cuccioli
e con i figli.
Io per me, scrivo
mentre cammino
per tracciare le mappe
per tenermi un ricordo
per imparare
a fare il sugo come mia nonna
che con diversi pomodori
ci dava sempre
l’identico
suo gusto, beffandosi della morte.
Per chi non lo sapesse, questa gentile fanciulla
è la moglie di Stefano Bollani
Per chi non sapesse chi è Stefano Bollani, beh..
PS. su you tube, consiglio di ascoltare
come canta Bocca di Rosa e Eleanor Rigby
Quella con Petra Magoni e Stefano Bollani è un'intervista in coppia: lui, marito pianista di tanto jazz e non solo, lei moglie e voce tra le più fresche del panorama italiano. L'occasione è nata dai rispettivi dischi pubblicati di recente ("Mi ritorni in mente" e "Musica Nuda"), ma soprattutto da un modo di concepire la musica, che i due hanno in comune.
L’Ape Car di Odalengo si è fermato. Rotto. Cimito.
Non resta che caricarsi di valigie e prendere il treno.
Odalengo va, prende quello costoso, per non cambiare.
Ci sono pure le spine per i computer, che Odalengo odia.
Sul treno tutti hanno le cuffie... 18/04/2009 - 06:00 - Continua a leggere
Forse che, qualcuno pensasse
è già iniziata, la caccia quest’anno?
Solo che a volare, come starne nel bosco,
era un corpo aperto, nell’attimo esatto
in cui l’anima fluì.
Forse che i Campanili, le Moschee, le Chiese Ortodosse
sapevano? Pregavano?
Qualcuno attizzava la fiamma, sosteneva l’onda,
sempre “Il Dio è con noi” degli omicidi in guerra.
Qualcuno, come il sarto del paese, ricordava il suo
preciso nemico da cercare, il vicino di casa, liquori
bevuti insieme, ora gole aperte che esce, il veleno.
Dalle fontane acqua che gorgoglia,
le ultime paure e la sete
nelle gole di vetro.
L’ombra del ponte
solo è rimasta.
Io penso al suonatore di Violoncello
disperato, senza musica, senza pace
che offrì il fianco
che cercò memoria
Suonò solo il legno
mettendosi in croce.
Non è, Mostar
Non è, camminare , e guardarsi indietro.
Non rimpianto, nostalgia, affanno.
Questo scoprirsi di gole seccate
di polvere di vetro, di guerre di lontananze.
Come se mi avessero messo a guardia
di una vecchia sedia impagliata
ne attendo il restauro, per testimoniare
un tempo di diversa consistenza
dove mani legno passione
facevano sostare
un peso
nella bellezza.
Non è, denunciare, o battersi per
Non scelta, decisione, appartenenza
Questo corpo con ossa dolenti
stretto dal corpetto di cuoio, dalle guerre per l’acqua
Come se mi avessero detto rimani
e io fossi andato a vedere oltre tutti
i deserti e le colonne d’Ercole
attendo la resa di voi guerrafondai, rimango in vita
verso che scava, fossa non riempita
Avevamo le mani strette
quando il sole ci ha riportato l’ombra
del Ponte, a Mostar.
il posto delle fragole
Il primo giorno, la finestra rimase chiusa.
I cani abbaiarono, confondendo le attese,
nell'aria l'odore di pioggia, che non venne.
Nel posto delle fragole, vicino al muro,
un secchio capovolto,
la gomma dell' acqua tra la polvere.
Qualcuno disse di aver visto una bicicletta,
ma il giorno dopo non c'era più.
Alcuni trovarono vecchi volantini,
uno sciopero di otto ore, compagni delle
fabbriche, aderite, 1973.
Ma fu solo con la Luna piena,
arrivata d'anticipo,
che le strade del paese si riempirono di gente.
Silenziosi, degli uomini
arrotolarono prati e trascinarono alberi
spianarono colline e deviarono torrenti.
La mattina, accanto alla bicicletta
una scia di formiche e la punta dei cani
fecero trovare l'uomo
e la valigia.
Dentro, nuove sementi,
il sogno di Liberi tutti.
Nelle lenzuola stese, il risveglio
dei figli della mezzanotte.
La partita è persa,
La partita è persa,
uccisi i cavalli
le orme cancellate
- Avvisate i bambini -
inutili le nascite.
I resistenti si sono dati alla macchia
- sparsi in montagna.
Si occupano di cibo - pittura, poesia? -
Scattano fotografie in cui sia scomparso
il ritratto di qualunque umano.
Le speranze che avevamo ora
sono fogliettini della fortuna
- che distribuiscono vecchi col sorriso
a stento - Sperano di non morire
troppo presto. Perché devono finire l’orto.
Perché devono viaggiare ancora.
La partita è persa.
Il generale Kutuzov respingerà ancora
Napoleone - Ma prima,
Levi eviterà il suicidio.
Si metterà a scrivere per evocare
i poeti ingenui - osservano le grotte d’aria.
E si chiedono perché - osservano i massacri
- ne aspettano altri.
La partita è persa, le tracce disperse.
I segni incomprensibili.
Avvisate le staffette:
portino nuove mappe.
Dei non luoghi? Delle non immagini?
Della Terra vista dalla Luna.
Al finire dell’orizzonte
due puntelli di cartapesta
tengono su il fondale,
le onde sono un foulard di seta
e il canto degli uccelli si ripete
sempre uguale.
Non ci sono alghe, in fondo
a questo mare:
ci sono album di fotografie,
ci sono valigie.
Non ci sono paesi da raggiungere.
Tutto è già lì.
Nemmeno viene notte.
Dentro una conchiglia
trovata anni addietro
ascolto
il mare
le navi
Mi coprivo gli occhi, con la mano
e dicevo, ecco adesso guardo e la
montagna sparisce,
apro gli occhi
e il paese tornerà come prima.
Rifiutavo l’odore di cemento
crollato, pieno di umido e
sangue secco.
Cartelle e quaderni
messi in disordine,
e stavolta non per colpa tua.
Adesso vedrai, pensavo
la montagna riappare,
e sotto quel mucchio di merda
scorrerà ancora un mare di violette,
l’odore del pane appena infornato,
il gatto in amore, l’ubriaco che canta.
Ora, non c’è montagna
da vedere, solo un tremito
da vecchio che mi perseguita
quando chiamo per nome
i miei amici di osteria.
Sette uomini con cappotti neri
logori, e il naso rosso da pagliaccio
offrirono
alle donne passanti
del pane e una rosa
dieci coniglietti di marzapane
una palla di vetro con dentro la neve
sufficiente per arrivare a Mosca.
E un carillon,, da ascoltare
aspettando che il sole
disegnasse l’ombra di ciascuno.
Poi sparirono.
Al loro posto
rimase un pesce
fuor d’acqua.
Una bocca aperta.
Per respirare aria,
o fare una domanda.
Ruche
Corri, Ruche, corri senza ricordare
niente delle lotte dei galli, dietro
la roulotte. Della distanza del secchio
dalla fontana, del freddo che mangiava la schiena
come topo una campana come quando
viene notte a concludere l’assedio.
Che vadano a morire, i gadgi dilo,
gli stranieri pazzi .
Non mostrerò più la mia bocca che ride
né il brillare dei denti d’oro
a questi poveri barbari
che vivono con la puzza di
un’officina chimica,
nelle bare di cemento
e hanno paura
e hanno paura.
Corri, Ruche, corri senza dimenticare
niente delle lotte dei galli, dietro
la roulotte. Della distanza dal cuore
della mano che ruba,
del bambino che mendica.
Allora, Ruche, nel fuoco rimasto
accesso, nella brace del primo
violento mattino
come a una lametta,
Corri, Ruche, corri senza ricordare
niente delle lotte dei galli, dietro
la roulotte. Della distanza del secchio
dalla fontana, del freddo che mangiava la schiena
come topo una campana come quando
viene notte a concludere l’assedio.
Che vadano a morire, i gadgi dilo,
gli stranieri pazzi .
Non mostrerò più la mia bocca che ride
né il brillare dei denti d’oro
a questi poveri barbari
che vivono con la puzza di
un’officina chimica,
nelle bare di cemento
e hanno paura
e hanno paura.
Corri, Ruche, corri senza dimenticare
niente delle lotte dei galli, dietro
la roulotte. Della distanza dal cuore
della mano che ruba,
del bambino che mendica.
Allora, Ruche, nel fuoco rimasto
accesso, nella brace del primo
violento mattino
come a una lametta,
Per tutti i Rom, Sinti e Jenische,
per tutte le ebree e gli ebrei,
per gli uccisi di ieri e per quelli di domani.
Non c'era mare ai nostri piedi,
anzi, gli siamo
sfuggiti a malapena,
quando - le disgrazie, si dice, non vengono mai sole -
il cielo d'acciaio ci incatenò il cuore.
Abbiamo pianto invano le nostre madri
davanti ai patiboli,
e ricoperto i bambini morti con fiori di mandorlo
per scaldarli nel sonno, il lungo sonno.
Nelle notti nere ci disseminano
per poi strappare noi posteri alla terra
nelle prime ore del mattino.
Ancora nel sonno ti cerco, erba selvatica e menta:
chiuditi, occhio, ti dico,
e che tu non debba mai vedere i loro volti,
quando le mani diventano pietra.
Per questo l'erba selvatica, la menta.
Ti stanno leggere sulla fronte
quando arrivano i mietitori.
( a questo link sopra, altre straordinarie poesie di questa autrice) ( leggetele) (lei, vale) Mariella Mehr, Notizie dall’ esilio Effigie Edizioni, 2006
Traduzione di Anna Ruchat Premio Internazionale Camaiore 2007
Mariella Mehr:
dalla Svizzera storie sconosciute di persecuzione di Luciano Minerva
E’ una poesia di una bellezza tragica e pura quella di Mariella Mehr. Nata a Zurigo nel 1947, come tanti altri figli del “popolo errante”, è stata vittima della persecuzione del suo popolo in Svizzera (il famigerato programma “Kinder der Landstrasse”, del quale poco o niente si sapeva fino a una ventina di anni fa): tolta alla madre nella primissima infanzia, passata per famiglie affidatarie, orfanotrofi e istituti psichiatrici, è stata soggetta a violenze di ogni genere, compreso l’elettroshock, e, come già successo a sua madre, a diciotto anni l’hanno sterilizzata e le hanno tolto il figlio. Autrice di romanzi, opere per il teatro e poesie, dal 1996 vive in Toscana.
La sua letteratura è una lotta permanente contro l’intolleranza, il razzismo e la discriminazione.