Le vele a salire
e a scendere
e il gioco di specchi dei gabbiani
con le alici che in un guizzo
fermano la vita in volo
stella cadente
riattaccata nel fondale del cielo.
Questa mescola dei blu
che entra negli occhi
tra cielo e mare e sguardi
di fughe
Circonda come un onda che si ritira
e mi porta con sé,
non più solo, non più separato
non solo in caccia
travolto dall’unica alice
che rifiuta l’amo, l’esca
e la fine stabilita.
Quell’unica corrente,
nostra speranza
o miraggio rimasto.
“ Ho sempre pensato che nessuno avrebbe capito il mio lavoro: cercare parole buone.
E difatti il mio non è un lavoro, le parole non si mangiano.
Parole come funghi col riso, a condirci il sugo
Tuttavia, non saprei dire meglio il tempo passato cercandole, e usandone poche..”
Leggo i quaderni in bella calligrafia di mio nonno Pasquale, sanno di anice stantia, macchiati di polvere, ma conservano la tensione dello scrivere che guidò la sua mano.
Ogni tanto ritorno alla fonte che provocò la mia passione: mi mandava a comprare alla tabaccheria, nella piazza del paese.
Io non arrivavo al bancone, mi vergognavo a parlare, e aspettavo la ghigliottina sul tavolo
che ridendo il negoziante avrebbe azionato per tagliare il sigaro.
Quante parole mi sono scappate per colpa dei miei silenzi, come pipì trattenute per dimenticanza.
Eppure il sigaro passava dalla mia mano affrettata alla sua, con cenni d’intesa, un “bravo, sei stato” che era come chiudere il barattolo delle confidenze. Riporlo, bisognava.
Mio nonno guardava il cielo, s’alliccava le foglie e cercando gli occhiali se ne andava
verso il giardino, dove altri sarebbero arrivati, come lui, a Dio piacendo.
Oggi è diverso, non ho tempo per scrivere né per leggere, anche se gli occhi, per me sono tutto.
Ho scelto un lavoro che mi lasci i silenzi.
La retribuzione non è molta, ma permette di vivere senza doversi turbare per possibili investimenti. Non avanza mai niente, e se mancano soldi è normale.
Per usare parole necessarie, calcolate al millimetro come calce costosa per mattoni contati, mi reco ogni giono all’ufficio “Passaggi ,arrivi e partenze” di questa piccola città di mare. O meglio, del suo entroterra, pur se non troppo distante coi suoi trenta chilometri.
E tuttavia oggi sono in ansia, preoccupato.
Non vorrei arrivare in ritardo all’incontro con questa giovane donna...continua qui
Esistono persone che non amano parlare troppo,
né essere oggetto di conversazione.
Essi sono forse abitati da una sola, ossessiva idea,
anche se spesso sembrano essere inconsapevoli di ciò.
Gli effetti dei tentativi di realizzarla spesso si perdono,
e fanno dimenticare a tutti il prezzo di sofferenza pagato.
1) Il maratoneta.
Il vento s’era calmato, in quel momento, sulla strada di Stornarella.
L’agro calore del Tavoliere della Puglia si faceva sentire anche a mattino nascente.
Michele aveva appena fatto i suoi 15 km di corsa all’alba.
Le cicale sembravano intimidite dallo sguardo e dal fiato tenuto sotto controllo.
“Quest’uomo, ha il cuore di un cavallo” aveva detto il dottore di Roma.
Più correva e più il cuore rallentava.
Sembrava saperlo, il cuore di Michele: solo se corri con negli occhi un’ idea
la vita non si riduce a spazzatura di piccole cose, buttate via per ignoranza.
Si, adesso alla fontana, coi piedi immersi per spegnere il bruciore.
Michele Fanelli, pativa solo il tempo umido, la palude che ti taglia le gambe.
E i miasmi del traffico. A Roma, quella volta, coi polmoni brucianti.
Per lui abituato a correre attorno ai campi del grano asseccato, a guardare veloce
il carico degli ulivi e i meloni di pane giallo verdi,
Solo a Torino, ecco, aveva trovato quell’aria tesa da montagna che lui non conosceva, ma gli piaceva. Un’aria onesta e rispettosa e le sue gambe l’avevano onorata.
Primo alla maratona di Torino. Un tempo poco superiore alle 2 ore.
Era stato orgoglioso di rifiutare la M che veniva data ai campioni,da Sua Eccellenza in persona.
Perché lui, era considerato una testa calda. Solo perché non aveva portato la sua testa all’ammasso, come gli altri, convertiti al fascio per convenienza.
In paese sapevano che Michele Fanelli era stato portato in carcere per 6 giorni, riempito di botte e di olio di ricino.
Adesso che però c’erano le Olimpiadi a Los Angeles, nel ’32, si doveva portare avanti il sogno
di Dorando Pietri,e prima ancora la maratona di Sparta, 42 km e 190, tutta una corsa.
Solo le scarpette di Nicola il calzolaio, fatte a mano, per lui, potevano farlo vincere.
* Michele Fanelli, mio nonno materno, l'ho conosciuto che aveva i capelli bianchi , gli occhi spiritati e neri,
e mi chiedeva sempre le tabelline a memoria.
Già anziano, andava ancora a lavorare in fabbrica a piedi
facendosi 15 km all'andata e 15 al ritorno. A piedi, naturalmente.
Nato nel 1906 a ORTANOVA (Foggia)
Ha partecipato alla X OLIMPIADE svoltasi a LOS ANGELES
dal 30 luglio al 14 agosto 1932
Nativo di Ortanova (Foggia) nel 1906 di modestissime condizioni. Gli era abituale il percorso a piedi correndo scalzo dal suo paese a Foggia in cerca di lavoro e quell’andirivieni lo maturava quale atleta maratoneta al punto da indurlo a competere in tale specialità in gare provinciali nazionali con ottimi risultati battendo primati nazionali che gli aprono la strada per le Olimpiadi di Los Angeles, dopo i giri di Roma, Milano e alla preolimpica di Venezia. Partecipò alla X OLIMPIADE svoltasi a LOS ANGELES dal 30 luglio al 14 agosto 1932 dove si classificò al 13° posto.
Nella riunione post-olimpica di Torino battè tutti i reduci di Los Angeles ad eccezione dell’argentino Juan Carlos Cabala, oro di Los Angeles con 2h31'36" che non prese parte alla gara.
Nel 1934 oltre a battere i record italiani stabilì il nuovo primato mondiale delle 25 miglia in 2h 26,10” 8.
Al termine degli eventi bellici, riceverà dall’amministrazione comunale di Foggia un riconoscimento al suo valore atletico con l’assegnazione di un posto di lavoro come custode dello stadio “P. Zaccheria” Negli anni cinquanta abbandonò Foggia per trasferirsi a Torino con la sua numerosa famiglia.
Che io dimenticassi il mare
che c’era tra noi, che spostassi
le nuvole, ogni singola foglia verde
e, in numero di quindici,
i richiami delle sirene.
Che , prima che il bicchiere cadesse
a terra, sotto il balcone degli amori improvvidi,
io avessi già preso gusto e ansia
e amo fondo nell’apice della gola, mia,
con lo sguardo fisso.
Che tu, non mi sparissi davanti
che non smettessi di stringere
che tu, continuassi nel ridere
dove io, stanco, avessi a interromperlo.
Che non fosse semplice
lo sguardo lontano
lo scoprimmo presto, la mano
nel posto vuoto, nell’ombra mancante.
Le stelle
Nel mare
Gemelle, di quelle che in alto
Seccavano al sole.
Qui sotto la poesia da cui sono tratte
alcune scritte inserite nel video. IL film è Nuovo MOndo di Crialese,
del quale consiglio vivamente la visione. Le musiche di Bruce Springsteen
In margine ai rossori
oh, cara
ho provato a liberare dalle gabbie gli uccelli
evocati dai libri
perchè portassero altrove
le tracce dei voli sognati,
i versi degli istinti inseguiti
ma stavo sbucciando cipolle
e piangere mi sembrava scontato
dunque, un sorriso
ho rimesso negli scaffali
due volumi socchiusi
ali incerte di scenari ai miei ordini
ho chiesto a chisciotte di riporre
la lancia
ad Emma di tornarsene a casa, almeno stasera
Negli orti, a piantare ghirlande
un servitore del re d'Inghilterra.
Oh, Cara
pensare di spostare Moby Dick
disturbando il suo capitano,
per un po' di polvere
non lo trovi villano?
"Se voi avete il diritto
di dividere il mondo
in italiani e stranieri
allora io reclamo il diritto
di dividere il mondo
in diseredati e oppressi da un lato,
privilegiati e oppressori dall’altro.
Gli uni sono la mia patria,
gli altri i miei stranieri" (don Lorenzo Milani)
l'inverno del nostro scontento
L’ inverno che non
trovammo mare
guardando barche
ferme insabbiate
col poco latte senza domani.
Tu mi dicesti ora che smette vento
ce ne andiamo.
E cercammo ovunque
per sfuggire
a quel muro sempre uguale
buono solo per urlare
quando viene la sera
e niente da mangiare.
Trovammo un’onda
lunga 30 notti
senza acqua
neanche piu nel sonno
Trovammo un’isola
lunga 30 giorni
Ma ci rimisero in mare
per tornare a morire
stavolta di botte
stavolta di stenti
per aver voluto provare
l’ebrezza dei liberi
la sazietà dei tanti.
Posti a sedere limitati.Graditi commenti.
Il Film è "L' arco" di Kim Ki Duc
Un film ipnotico, che richiede
la massima disponibilità a..capire. Il breve testo mio, variamente montato,
è qui sotto riportato.
Tutte le video-poesie godono
del sostegno e finanziamento
dell'associazione " Barboni ad alto
consumo intellettuale"
(per il momento, io= unico iscritto:-)
Sempre piu ambizioso, non so con quali risultati
le riprese sono da un film bellissimo di Tarkowsky
le musiche di Salif Keital
il testo e la voce narrante ..sono miei (risultato grezzo)
qui il testo della mia poesia
La partita è persa,
La partita è persa,
uccisi i cavalli
le orme cancellate
- Avvisate i bambini -
inutili le nascite.
I resistenti si sono dati alla macchia
- sparsi in montagna.
Si occupano di cibo - pittura, poesia? -
Scattano fotografie in cui sia scomparso
il ritratto di qualunque umano.
Le speranze che avevamo ora
sono fogliettini della fortuna
- che distribuiscono vecchi col sorriso
a stento - Sperano di non morire
troppo presto. Perché devono finire l’orto.
Perché devono viaggiare ancora.
La partita è persa.
Il generale Kutuzov respingerà ancora
Napoleone - Ma prima,
Levi eviterà il suicidio.
Si metterà a scrivere per evocare
i poeti ingenui - osservano le grotte d’aria.
E si chiedono perché - osservano i massacri
- ne aspettano altri.
La partita è persa, le tracce disperse.
I segni incomprensibili.
Avvisate le staffette:
portino nuove mappe.
Dei non luoghi? Delle non immagini?
Della Terra vista dalla Luna.
Sotto lo stimolo degli amici Fernanda e Luigi,
(con ben altra professionalità, vedere video post precedente)
propongo qui un primo approssimativo video
montato, scritto e " parlato" da me.
Le foto le ho scattate al 1 maggio a Torino,
alle 8, col centro meravigliosamente
privo di macchine per il ponte festivo.
Dai segni consueti , dissi, in questa
di piazza, ci sono già stato.
Il tavolo fuori, la scritta, il selciato.
Manca forse la signora affacciata,
l’odor di caffè.
Non ricordo quelle ore,
giravo come
incantato.
Non avevo orari,
non parlavo con tutti.
Eravamo di corsa
per abbattere un muro.
Noi di qua, a toglier cemento.
Io contavo i fili d’erba
e la distanza
dalle zampe del grillo.
Erano giorni, quelli
che cadevano dritti
come cieli
dentro gli occhi di tutti.
Non potevi esser di meno
del filo orizzonte.
Come barca il destino
è partire
basta Ulisse, i telai
nottetempo usurati.
In questa giornata
che distanzia di poco
le punte maggiori
degli alberi
che ho sotto
butto zavorra giù dal cesto
della mia mongolfiera.
Tre poesie di lino di gianni,
"Il posto delle fragole", "Non guardare", "Che io dimenticassi"; recitate da Fernanda Cataldo/ , immagini e suoni Luigi Marzano
Fernanda e Luigi hanno fatto una cosa, per me, bellissima.
E' emozionante vedere le proprie scritture diventare creature con voce propria.
Leggete le poesie di Fernanda/ Imaginaire. E' bello lo scambio artistico, quando dettato solo da ricerca di senso.