martedì, 22 aprile 2008

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Ora io mi vergogno un po’, che conosco solo il nome, Carlin.

E che i miei ricordi siano pochi lampi nel buio di quegli anni.
Ma ogni volta che ci penso, di sfuggita, mi viene come un impedimento
un raspare di cane perché la porta si schiuda.
Anche di fatti casuali, insieme a scelte dure, si alimentò la Resistenza.

E prima del 25 Aprile, tanti atti di sabatoggio.

Fino a che il fiume sotterraneo trovò un primo cielo:

gli scioperi operai del Marzo 1943,  preludio alla caduta del nazifascismo.

 


Ci raccontava, Carlin, quella mattina sul tavolo della mia cucina.
A me, e il PietroPerotti –operaio elettricista della Mirafiori,e al DiMarco,
capopopolo pugliese del reparto presse.
Ci raccontava Carlin che prepararlo era stato molto rischioso.
Erano vent’anni che non c’era piu uno sciopero.

Mica da ridere, coi tribunali militari.
Se trovavano i capi, sabotaggio e fucilazione, neh.

In ogni modo, non ne avevi mai basta di capirci qualcosa.
e lui quei giorni decise che si, si poteva cercare di fermare la guerra,
di fermare il prezzo del pane.

Mica grandi discorsi, bastano bocca chiusa e braccia strette.
E col vino della bottiglia stupa, racconta Carlin.

Del suono della sirena che tagliò le schiene messe dritte insieme ai capelli.
Della grida di quelli che non confessarono.

Ne portarono via diversi, fin nella caserma dei torturatori di via Asti.

Ci piace, la mattina del 25 Aprile, a me, al Pietro, al Di Marco,
pensare al Carlin che bestemmia contro il cielo,
quella mattina,e lui con la bicicletta con la ruota bucata,
la barba rimandata, un po’ di pane e formaggio nella borsa a tracolla.

As sa mai, quanto durano, ste cose lì.

 


linodigianni alle 06:24 in: resistenza, 25 aprile, scioperi, operai, mondine
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