Ti aprissero le vene
nel covone del fieno
piume d'uccello
vapore di brace
vino aspro da smorfie.
Riposa, oh riposa
e dona loro o Signore
il silenzio della lucertola
dopo che ebbe mozzata
la coda.
Filo
Al giocoliere che camminava
in precario equilibrio
a 200 metri d’altezza,
allargando le braccia,
e compensando di gambe,
dissero, volendo
la sai cogliere una rosa
senza toccare la spina
senza spaccarti per terra
o, meglio ancora,
senza più sogni
da raccontare
ora che il filo l’han venduto
e camminare ti tocca
mantenendo in equilibrio
la nave in bottiglia sul filo
del marciapiede
Su quei monti, gran valle e colline,
(Su quei monti, colline e gran valli)
si moriva dicendo così:
"O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza.
Dolorosa ci fu la partenza,
e ritorno per molti non fu.
O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letti di lana!
Schernitori di noi carne umana,
maledetti sarete un dì.
Voi chiamate il Campo d'Onore
questa terra da là dai confini...
Qui si muore gridando "Assassini!",
questa terra c'insegna a punir'.
Cara moglie, che tu non mi senti,
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto ai bambini,
che io muoio col tuo nome nel cuor."
(che io muoio dicendo così)
Traditori signori ufficiali
Che la guerra l'averte voluta
Schernitori di carne venduta
Questa guerra ci insegna così
(Questa guerra ci insegna a punir)
(O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.)
fonte: http://www.cimeetrincee.it/canti.htm
La battaglia di Gorizia (9-10 agosto 1916) costò, secondo dati ufficiali, la via a 1759 ufficiali e 50000 soldati circa. Fu uno dei più pazzeschi massacri di una guerra tutta pazzesca. Nacquero per l'occasione alcune canzoni popolari, una delle quali si presenta qui, tratta da due lezioni raccolte a Novara; se ne può ascoltare l'esecuzione di Sandra Mantovani in Il povero soldato 1; in Le canzoni di «Bella Ciao»; e quella dei Gufi in I Gufi cantano due secoli di Resistenza.
Una versione musicalmente diversa è stata raccolta nel Mantovano da Emilio Jona e Sergio Liberovici e pubblicata nel n. 37 (giugno 1961) della rivista Il contemporaneo (inf. Pasicrate Remagni e alcuni operai di Buzzoleto): due delle strofe sono molto simili alle nostre III e IV; l'ultima è la seguente: «Traditori signori ufficiali / che la guerra l'avete voluta, / scannatori di carne venduta / e rovina della gioventù». Questa versione è registrata in Canti di protesta del popolo italiano 2, nell'esecuzione di Margot. La strofetta ebbe un momento di grande celebrità in occasione della presentazione dello spettacolo «Bella Ciao» a Spoleto, quando l'intero cast venne denunciato da due ufficialetti sensibili all'onore della patria infranto (cfr. il n. 5 de Il nuovo canzoniere italiano, articolo «Bella Ciao a Spoleto»). Uno straordinario esempio di riduzione a livello popolare della canzone qui riportata è l'esecuzione di Giovanni Ceppa (Ginestra Sabina, fraz. di Monteleone Sabino, 1970) registrata nel LP La Sabina, a cura di Sandro Portelli (Dischi del Sole, DS 517/19). Un'altra canzone su Gorizia è ascoltabile nel LP del Canzoniere Internazionale Cittadini e contadini (Tu Gorizia addolorata); ricordiamo anche che la strofetta «Traditori signori ufficiali» sopra citata è stata ascoltata da Giovanna Marini sulla Musica di O Venezia.
dal libro Canzoni italiane di protesta 1794/1974, a cura di Giuseppe Vettori (Paperbacks poeti 26, Newton Compton IV ed. marzo 1976)
Vulesse addeventare surricillo oi nennane'
vulesse addeventare surricillo oi nennane'
pe' le rusicare 'sti catene ca me strigneno le vene
ca me fann' schiav'
pe' le rusicare 'sti catene ca me strigneno le vene
ca me fann' schiav'
Vulesse addeventare pesce spada oi nennane'
Vulesse addeventare pesce spada oi nennane'
pe' putelle subbeto squartare tra lu funno de lu mare
'sti nemice nuöste
pe' putelle subbeto squartare tra lu funno de lu mare
'sti nemice nuöste
Vulesse addeventare 'na palomma oi nennane'
Vulesse addeventare 'na palomma oi nennane'
pe' putere libera vulare e 'nguacchiare 'sti divise
a tutt' 'e piemuntise
pe' putere libera vulare e 'nguacchiare 'sti divise
a tutt' 'e piemuntise
Vulesse addeventare 'na tammorra oi nennane'
vulesse addeventare 'na tammorra oi nennane'
pe' scetare tutta chesta gente ca nunn' ha capito niente
e ce sta a guardà
pe' scetare tutta chesta gente ca nunn' ha capito niente
e ce sta a guardà
Vulesse addeventare 'na bannera oi nennane'
vulesse addeventare 'na bannera oi nennane'
pe' dare 'nu colore a chesta guerra
ch' ha da liberà 'sta terra
o ce fa murì
pe' dare 'nu colore a chesta guerra
ch' ha da liberà 'sta terra
o ce fa murì
Vulesse addeventare 'nu brigante oi nennane'
vulesse addeventare 'nu brigante oi nennane'
ca vo' sta' sulo a 'lla muntagna scura
pe te fa sempe paura
fin' a quanno more
ca vo' sta' sulo a 'lla muntagna scura
pe te fa sempe paura
fin' a quanno more
Per brigantaggio, termine originariamente riferito a fenomeni di banditismo generico, si suole definire una forma d'insurrezione politica e sociale sorta nel Mezzogiorno italiano (soprattutto in Basilicata, Campania, Lazio e Sicilia) durante il processo di unificazione dell'Italia e il primo decennio del Regno. Gli autori della resistenza furono infatti definiti, in senso dispregiativo, briganti dai militanti unitari.
Secondo diversi storici considerando che gli schieramenti tra loro nemici impegnarono notevoli risorse in uno scontro armato all'interno del nuovo Stato italiano, si può definire guerra civile quella che fu allora combattuta. Gente come Carmine Crocco, Nicola Napolitano, Ninco Nanco, Luigi Alonzi e Damiano Vellucci furono esponenti di spicco di questo fenomeno.
Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore, dalle ossessioni delle tue manie. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te. Vagavo per i campi del Tennessee (come vi ero arrivato, chissà). Non hai fiori bianchi per me? Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare. Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza. I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi, la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi. Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto. Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. TI salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te... io sì, che avrò cura di te
Scritta nel dicembre 1975, la canzone si riferisce alla tragica morte di Pier Paolo Pasolini, assassinato la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975. Il testo prende lo spunto da un canto religioso extraliturgico, L'orazione di San Donato registrato il 7 febbraio 1965 a Zaccheo, frazione di Castellalto, Teramo, da Cesare Bermani.
Giovanna Marini (Roma, 1937) si diploma nel 1961 in chitarra al conservatorio di Santa Cecilia. In seguito si perfeziona con Andrés Segovia all'Accademia Chigiana di Siena e studia composizione con Carlo Pinelli. Mentre suona liuto e arciliuto nell'orchestra rinascimentale Concentus Fidesque Antiqui, nel 1961 partecipa alla fondazione del Folkstudio di Roma con Giancarlo Cesaroni e Harold Bradley, cantando con Maria Teresa Bulciolu canzoni popolari dell'Italia centrale e meridionale. Nel 1963 Roberto Leydi le sente e chiede loro di entrare a fare parte del Nuovo Canzoniere Italiano; insieme, il 3 aprile 1964, partecipano alla Casa della Cultura di Milano alla prima rassegna della canzone popolare e di protesta vecchia e nuova «L'Altra Italia» e incidono poi, per i Dischi del Sole, alcune raccolte. Nel 1966 partecipa a Ci ragiono e canto, lo spettacolo del Nuovo Canzoniere Italiano con la regia di Dario Fo: suo è il ricco e complesso tessuto musicale dello spettacolo. A fianco dell'intensa attività di spettacoli politici, la Marini inizia poi in Puglia le proprie ricerche sul campo di materiali popolari, dalle quali trarrà spunti e idee per l'apprendimento dei modi contadini, iniziando quei suoi studi sull'emizzione vocale che poi insegnerà alla Scuola di musica popolare del Testaccio a Roma e all'Università di Parigi.
Poesia in forma di rosa (1961-64) I. La realtà
Ballata delle madri
Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?
Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.
.
.
Da Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie,
vol. I, Garzanti, Milano 1993
E tieniti segreti, seduto in quell’angolo
ti guardo nello specchio
ballare , resto di mancia
non ritirato.
Il cameriere gira attorno nei tavoli
sa
quando lo cercherai con lo sguardo
conosce il tuo opaco delle ore tarde,
lo spazio che occupi, il bordo su cui ti affacci.
Ti stendi nella conca in ombra,
ora apro la finestra, vedrai che la musica
ti chiamerà fuori, nastro rosso da allacciarti
alla schiena .
Elis, lasciami stendere le reti sotto questo
asfalto di nebbie, ci serviranno remi dentro questi
bicchieri, per tornare a casa.
Se gli occhi tuoi smettessero di farmi domande
di quando volevo spianare
le colline dietro casa tua,
allevare pulcini
e accendere il camino a mezzogiorno.
Lo so, lo sai, che nella sere tu prendi il largo
e io resto a riva, gridami nel buio,
io ti porto coralli in carta velina
tu tieni sospeso il raddoppio di nota.
It's dreamy weather we're on
You waved your crooked wand
Along an icy pond with a frozen moon
A murder of silhouette crows I saw
And the tears on my face
And the skates on the pond
They spell Alice
Fa un tempo da sogno
Agitavi la tua mazza curva
Sulle rive di un laghetto ghiacciato con una luna gelida
Ho visto un omicidio di un profilo di corvi
E le lacrime sul mio viso
e i pattini sul laghetto
scandiscono "Alice"
I disappear in your name
But you must wait for me
Somewhere across the sea
There's a wreck of a ship
Your hair is like meadow grass on the tide
And the raindrops on my window
And the ice in my drink
Baby all I can think of is Alice
Svanisco nel tuo nome
Ma devi aspettarmi
Da qualche parte, oltre il mare
c'è il relitto di una nave
I tuoi capelli sono come erba di prato sulla corrente
e le gocce di pioggia sulla mia finestra
e il ghiaccio nel mio drink
Baby tutto quello a cui riesco a pensare è Alice
Arithmetic arithmetock
Turn the hands back on the clock
How does the ocean rock the boat?
How did the razor find my throat?
The only strings that hold me here
Are tangled up around the pier
Aritmetic aritmetoc
Rimetto le mani sull'orologio
Come fa l'oceano a cullare la barca?
Come fa il rasoio a trovare la mia gola?
Le uniche corde che mi tengono qui
sono legate intorno al pontile
And by tracing it twice
I fell through the ice
Of Alice
E così un bacio segreto
porta pazzia e beatitudine
e penserò a questo
da morto nella mia tomba
mandami alla deriva e mi perdo laggiù
E devo essere pazzo
a pattinare sul tuo nome
e ricalcandolo due volte
cado tra il ghiaccio
di Alice
And so a secret kiss
Brings madness with the bliss
And I will think of this
When I'm dead in my grave
Set me adrift and I'm lost over there
And I must be insane
To go skating on your name
And by tracing it twice
I fell through the ice
Of Alice
There's only Alice
E così un bacio segreto
porta pazzia e beatitudine
e penserò a questo
da morto nella mia tomba
mandami alla deriva e mi perdo laggiù
E devo essere pazzo
a pattinare sul tuo nome
e ricalcandolo due volte
cado tra il ghiaccio
di Alice
C'è solo Alice
giorni riempiti di dolore
di occupazione rabbiosa
neppure quando è notte ha riposo il cuore
e miseria è anche questo" dice il Qohélet
E ti presenterai scalza e ti chiederanno tipo di terminazione e quando
risponderai incerta, con parole messe in bocca,
fine termine naturale, anche essendo la prima a dubitarne.
Potevano darti ancora un tempo per fare la pizza o la tiella con l‘agnello.
Potevano darti dei giorni con un balcone, perché chi vive anni senza
ha diritto ad un risarcimento.
Ma nel grande Ufficio Soggetti Obliterati ( U.S.O per gli americanisti) le lamentele,
peraltro a mezza bocca e con tono basso per non disturbare, non sono mai prese
in considerazione.
Dovendo, per dichiarata Mission, il suddetto ente
amministrare, come diceva Elsa Morante,
gli Infelici Molti e i Felici Pochi, salvati dal mondo dei ragazzini.
Allora io porgo una lamentela preventiva, stante le persone in vita
Dato che (Risoluzione dei comunardi)
Paolo Pietrangeli
Dato che, noi deboli, le vostre
leggi avete fatto, e servi noi
quelle leggi non le obbediremo
dato che servire non vogliamo più.
Dato che voi ora minacciate
con cannoni e con fucili, noi
decretiamo d'ora in poi da bestie vivere
peggio che morire è.
Dato che noialtri avremo fame
se ci lasceremo derubare
verificheremo che tra il pane buono
che ci manca e noi solo un vetro sta.
Dato che voi ora minacciate
con cannoni e con fucili, noi
decretiamo d'ora in poi da bestie vivere
peggio che morire è.
Dato che laggiù ci sono case
mentre senza tetto ci lasciate
decretiamo: C'entreremo e subito!
Stare nelle tane non ci garba più.
Dato che voi ora minacciate
con cannoni e con fucili, noi
decretiamo d'ora in poi da bestie vivere
peggio che morire è.
Dato che non può riuscirvi mai
un salario buono di pagarcelo
d'ora in poi le fabbriche noi le guideremo
dato che a noi basta mentre con voi no.
Dato che voi ora minacciate
con cannoni e con fucili, noi
decretiamo d'ora in poi da bestie vivere
peggio che morire è.
Dato che ai governi che promettono
sempre tanto non si crede più
verificheremo che con queste mani
una vita vera ci si costruirà.
Dato che voi ora minacciate
con cannoni e con fucili, noi
decretiamo d'ora in poi da bestie vivere
peggio che morire è.
Dato che il cannone lo intendete
e che a ogni altra lingua siete sordi
si contro di voi ora quei cannoni
noi si volterà.
Ps. Si lo so, l'autore di questa e altre canzoni
è andato a fare poi il regista di sit-com su
Canale 5.
Ecco perchè poi uno fonda il movimento
dei Poeti Ingenui, a cui nessuno
sa di essere iscritto, non esistendo tessere
nè ricevute.